TRENI, ZINGARI E POSTI AL SOLE – di Patrizia Cecconi

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Il racconto di una giornata qualunque scandita dagli spostamenti con il treno suburbano, il famoso “passante” che collega l’hinterland di Milano con le zone centrali della città. Il viaggio sui binari, per chi ha occhi e cuore attenti al mondo che attraversa, magari concedendo il riposo dei giusti all’impeto di connettersi per non “perdere” tempo, può essere un’esperienza sorprendente. Può svelare in un attimo la pluralità dei percorsi umani, la diversità degli sguardi e la bellezza dei comportamenti semplici. Quelle che aspettano, dormono, sognano e imprecano intorno a noi sono persone che sembrano anonime e invece sono persone comuni, soggetti capaci di mostrarci frammenti di esistenze segnate dalle cicatrici dal pregiudizio oppure la complicità di un sorriso che vuol dire dignità. È la nostra vita che, a saperlo cogliere, regala perfino un piccolo squarcio di poesia

di Patrizia Cecconi

Ormai le mie giornate, quando sto in Italia, o mi passano schiacciata sul pc a leggere e a scrivere, o in treno su e giù per la penisola.
Il treno, come tutte le cose che finiscono per prendere un posto nella tua vita, non è solo un mezzo, è un mini-universo, è animato dai viventi che lo frequentano e dà o toglie qualcosa a ognuno. Ma non tutti ci pensano, e salgono e scendono come se lui, il treno, non esistesse ma semplicemente trasportasse.
E invece quel che succede in treno e intorno al treno è un mondo infinito.
Oggi ho capito perché Loretta Merenda, che per anni ha insegnato all’università di Bologna prendendo tre volte a settimana il treno da e per Ravenna, è riuscita a scrivere una raccolta di poesie “dal treno” che è un vero gioiello.
Io non sono poeta e solo per gioco, a volte, oso esprimere qualche pensiero in versi, ma normalmente mi esprimo in prosa. La prosa in fondo è una forma che può contenere poesia. E quel che succede nel treno o intorno al treno, qualche volta, è davvero poesia.
Dunque, stamattina a Milano c’era il sole. Ma mica siamo a Palermo, o almeno a Napoli, siamo a Milano, e il sole delle 8 a Milano è freddo gelido. Visto che io abito in periferia, per andare in centro ho due vie, o il tram, che però impiega un bel po’, o il treno, che però è un treno speciale che qui chiamano “passante” perché passa per Milano ed esce raggiungendo pure il Piemonte.
I milanesi qualche volta parlano strano, un po’ come quando si sono inventati l’uso del “piuttosto” come addizionale invece che lasciarlo pacificamente all’uso dell’alternativo, per cui capita che ti dicano: “Vuoi i biscotti piuttosto che i salatini?” e poi ti portano biscotti e salatini anche se tu hai detto solo biscotti! Tempo addietro un fiorentino li avrebbe ripresi. Capirai, quelli non è che accettino così facilmente le barbarie linguistiche del nord! Avrebbero usato subito la metafora manzoniana per riportare il “piuttosto” al posto giusto. Ma ormai, con quel che è diventato l’Arno chi ci prova più a risciacquarci i panni? Così, pian pianino, ci stiamo abituando tutti al “piuttosto” addizionale.
Ma perché dico questo? Be’ semplicemente per spiegare che i milanesi parlano un po’ strano e all’inizio, quando ero appena arrivata quassù, mi dicevano: “Per andare al duomo vedi il passante che è meglio del 12”.
Vedi il passante!
No, dico, il passante è uno al quale magari chiedo, non uno che vedo e arrivo al duomo! Il “passante” è un uomo che passa!
Poi ho capito.
Loro chiamano passante il treno mezzo urbano e mezzo no che ha la fermata vicino casa mia, e così, ormai, è diventato il mio mezzo quotidiano ovunque io debba andare perché in 3 o 4 minuti mi porta alla metro.
Il problema però è che siccome il leghista Salvini, tra le tante divise indossate non ha ancora vestito l’orbace, il “passante” non arriva quasi mai in orario.
‘Sto treno comodissimo che mi porta in mezz’ora sul lago di Como e in 4 minuti al centro di Milano, il più delle volte si fa aspettare.
E ora arrivo al dunque!
Attenti però, non siate tanto leggerini da chiamare prolissità quel che ha preceduto “il dunque”. Faceva parte del necessario contorno. Ma se voi siete per il cinguettio che riduce la seconda guerra mondiale a chi ha vinto e chi ha perso, lasciate stare, non andate oltre. Avete già letto troppo.
In caso contrario, se vi piacciono le atmosfere, seguitemi ancora un po’.
Dunque, mi trovo alla fermata del famoso passante, che non è un signore ma una linea ferroviaria. Fa un freddo boia. Una voce metallica dice che a causa di non so che i treni potranno portare fino a 30 minuti di ritardo.
Mi viene da dire a voce alta ” cazzzzo pure oggi, e che stiamo a Roma!?” Poi fermo la mia esclamazione, sia perché non sta bene per una signora dire: cazzo … Magari meglio dire: oh buondio! E sia perché, se penso alla vispa teresa di Roma che è stata così impegnata, lei, assessori, prefetti e consiglieri, a trovare la giustificazione per mantenere i fascisti di Casapound nello stabile occupato – dopo aver fatto la cupa teresa con la Casa internazionale delle donne, col centro Angelo Mai, con i senzacasa e così via – mi si rivolta lo stomaco e allora abbozzo sul ritardo del passante, che, nello specifico, segna 21 minuti. E cerco un sedile al sole.
Sì, al sole, perché questo sole siberiano, quando lo prendi dritto sotto uno dei suoi raggi riesce a scaldarti.
Mattinata perfetta, non solo fa freddo e il treno è in ritardo ma tutti i sedili sono occupati, ecchec… Oh, buondio!
Vabbè, 21 minuti al freddo e al gelo e pure in piedi. Ok, sopravviverò.
Poi però vedo da lontano che un sedile in pieno sole ha posto per almeno altre due persone e mi ci tuffo prima di essere anticipata da qualcun altro.
Niente da fare, sono arrivata tardi. Una coppia di ragazzi è davanti me. Uff… butta male stamattina! Però succede qualcosa, i ragazzi appena si avvicinano al sedile tornano indietro. La ragazza mi guarda mentre mi avvicino e mi fa un cenno negativo con la testa. Il suo ragazzo fa una smorfia come a dire “peccato!” e stringe le spalle. Boh! io vado.
Et voila, ecco la sorpresa! Da lontano non me ne ero accorta, ma la parte occupata del sedile ospita due zingare.
Ecco perché la coppia non si è seduta. Due zingare! Non ho detto due portatrici di malattie, ho detto due zingare. Be’ sono fortunata, così posso aspettare il mio passante – che intanto ha aggiunto altri minuti al ritardo – seduta al sole.
Ma non finisce qui. La coppia torna sui suoi passi e io temo che ci abbiano ripensato e vogliano chiedermi il posto tipo “c’eravamo prima noi”, macché! Tornano, mi guardano con aria interrogativa e poi se ne vanno.
Che gli sarà passato per la testa? Che magari sono un’ingenua da avvertire che le due donne vicine a me sono pericolose zingare o, come dice chi si crede rispettoso e corretto, due pericolose rom o sinti e quindi devo fare attenzione? Boh!
Non perdo tempo a chiedermi cose che non hanno risposte, Chiudo la borsa perché il vizietto delle zingare lo conosco, poi ci scambio due parole in attesa del treno e poi, ognuna sul proprio smartphone, io a scrivere queste note e loro non lo so.

foto tratta da TeleRama

Giornata faticosa oggi. Quando torno a casa sto qualche ora sul pc per organizzare un evento e poi esco di nuovo e di nuovo vado a prendere il solito passante che stavolta porta solo 6 minuti di ritardo.
Certo, quando Salvini cambierà divisa e indosserà l’orbace sarà tutto più preciso, i treni arriveranno in orario e i pentagrullini andranno pure al Parlamento europeo a esporre gli avanzamenti dell’italia gialloverde, ma per il momento dobbiamo sottostare ai treni che portano un po’ di ritardo e che fanno salire anche gay, lesbiche, zingari, arabi ed ebrei. Questi ultimi magari non creano più problemi come una volta, si sono riscattati grazie al comportamento di Israele che è talmente occidentale e progressista che sarebbe capace di pavimentare in cinque giorni il corridoio di Danzica e annettersi la Polonia con tutto il suo presidente Andrzej Duda, così la pianta di voltare le spalle a Bibi!!
Comunque sia, ‘sti treni un po’ di ritardo lo portano quasi sempre pure se stiamo nel fantastico asburgico nord che ha fatto propria la wiener schnitzel chiamandola cotoletta alla milanese e si sente tanto meglio del profondo sud.
Poi, se gli ricordiamo che loro avevano ancora le pezze quando in qualche angolo del profondo sud c’era già la ferrovia e prima che quassù s’inventassero il triangolo industriale, ti dicono che è un complotto sudista. Allora tu lasci perdere e pensi alle parole di Gesù dalla croce sperando in un futuro improvvisamente, magicamente, consapevole.
Insomma, arriva la sera e io devo riprendere il passante. Sono stanca. Madonnamia quanto sono stanca oggi! Poi, da quando a capodanno ho pensato bene di fare la grulla e cadere dalla bici, seguita pure a farmi male un ginocchio e il dolore arriva fino all’anca quando salgo un gradino o cammino molto.
E oggi ho camminato molto, ho litigato abbastanza, ho risolto poco e ora vorrei solo una doccia e un letto, ma devo prima arrivarci!
Adesso mi basterebbe sedermi perché ho un po’ male alla schiena e un po’ alla gamba. Il treno finalmente arriva. Pieno come un uovo. Eccheè? una congiura?
Salgo.
Tra una testa e l’altra vedo un sedile appena lasciato libero. Un bel ragazzo alto quasi due metri, tatuaggi e muscoli in bella mostra mi batte in volata. Penso a Rosa Parks, ma no, non c’entra niente. Penso al fatto che ho la tessera senior e che le rughe agli angoli delle labbra denunciano la mia data di nascita. Lo guardo un momento, hai visto mai che vedesse le rughe e mi lasciasse il posto! Macchè!
Pazienza, tra un quarto d’ora sarò a casa. Fuck you palestrato, goditi la seduta.
Il passante è così affollato che sembra una metro romana nelle ore di punta. Mi torna alla mente la vispa teresa che ospita i fascisti a scaccia le femministe e cambio subito pensiero. Mi giro, vedo un posto libero. Ma che è, un miraggio? Decine di persone in piedi e un posto libero!
Ahahah, ahahah, ma certo! Sono le due zingare di stamattina che tornano a casa. La gente le evita, le teme, le disprezza, le qualche cosa che non so ma comunque non le avvicina. E così trovo posto per questi pochi minuti in cui sogno una doccia e un letto.
Ah, che bello poter godere dell’altrui razzismo! Le due zingare se ne infischiano alla grande. Hanno in mano (esattamente come quasi tutti) lo smartphone e stanno conversando con qualcuno lontano. E ridono, ridono e parlano, del tutto avulse da chi le disprezza. Chissà che si dicono per ridere così di cuore. Poi la zingara più giovane mi guarda, credo sia infastidita dalla mia presenza, unica “civilizzata” che ha osato sedersi accanto a lei! No, mi guarda e mi da una pacca sulla gamba sorridendomi. Mi ha riconosciuto. Sono la stessa che stamattina s’è seduta accanto a lei sotto il sole aspettando il treno.
Sì, è esattamente così e lo capisco quando dice qualcosa alla zingara più adulta e quella muove la testa in segno di assenso e mi sorride.
Ora mi chiederanno i soldi. Di sicuro, tanto tutti mi chiedono soldi ultimamente. Aspetto.
Macché, mi sorridono e basta.
Be’, avevo iniziato dicendovi che c’era della poesia in questo racconto, ricordate? Ebbene, ora vi chiederete ma dove cavolo sta ‘sta poesia. Eccola, è semplicemente qui, in quel sorriso che le due zingare, forse madre e figlia, ma non lo so, mi hanno regalato semplicemente per essermi seduta accanto a loro. Una volta sotto il sole e una volta sul treno.
Ah, per chi avesse avuto l’ardire di arrivare fino in fondo e ora tentasse di venirmi a criticare per il fatto di aver chiamato zingare le zingare esattamente come chiamo ciechi i ciechi, bianchi i bianchi e neri i neri, sappia – chi avesse questo ardire – che io ho un bisnonno zingaro e un bisnonno ebreo e quindi eviti di dire sciocchezze, a me, circa il politically correct che non è roba che mi riguarda.
Il disprezzo sottile, quello che è così sottile che passa inosservato, sta pure nel cambiare i nomi, come se quelli veri fossero un oltraggio. Lasciate perdere, un cieco non riprende la vista se lo chiamate “non vedente” come se la cecità fosse un insulto. E uno zingaro è uno zingaro sia che lo chiamiate rom o sinti, sia che lo chiamiate zingaro, come il Melquiades di Cent’anni di solitudine, per esempio, o come Rita Hayworth o Charlie Chaplin o Antonio Banderas, zingari anche loro. Che ci piaccia o meno è così.
E il rispetto non passa per il politically correct ma più semplicemente per un posto sul treno, e a dimostrare che rispetto c’è ci pensa un sorriso. Che poi, in una giornata nera come la pece, fa pure poesia.

 

 

TRENI, ZINGARI E POSTI AL SOLE – di Patrizia Cecconi

Treni, zingari e posti al sole

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