TROPPO POCO IN COMUNE

VENERDÌ 07 MARZO 2014

A Bruxelles (2-3 aprile) si finirà per parlare degli accordi di partenariato economico (pessimi per l’Africa) e di cooperazione militare. Mentre servirebbe, come si era tentato al vertice di Lisbona nel 2007 (fallito), una strategia politica condivisa e incentrata sul buon governo e un effettivo sviluppo.

di Stefano Squarcina

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Se c’è una cosa intellettualmente onesta che dovrebbero fare i capi di stato e di governo che si riuniranno il 2 e 3 aprile a Bruxelles per il Quarto vertice Unione europea-Africa è ammettere il fallimento complessivo della “Strategia Comune Ue-Africa” così come elaborata nel precedente summit di Lisbona nel 2007. In termini geopolitici sembra passato un secolo da quando, nella capitale portoghese, i leader euro-africani promisero solennemente di fare delle relazioni tra i due continenti una priorità, sulla base di una strategia dalle numerose diramazioni politiche, economiche, commerciali e di cooperazione rimasta ampiamente lettera morta.

Dal 2008, la crisi finanziaria, economica e sociale mondiale ha investito duramente l’Unione europea, mettendone a rischio addirittura il progetto d’integrazione politica. Gran parte dei finanziamenti europei inizialmente previsti a sostegno della “strategia comune” non sono mai arrivati, la recessione ha indotto i governi europei a ridurre drasticamente anche i fondi per la cooperazione internazionale ed euro-africana di solidarietà.

L’Ue, inoltre, è stata letteralmente travolta in questi anni dai cambiamenti che hanno scosso gran parte dell’Africa. E non ha ancora tirato le doverose lezioni da quanto accaduto. Le rivoluzioni democratiche nel mondo arabo hanno svelato un volto goffo dell’Ue, totalmente incapace di capire le ragioni delle rivolte popolari. Bruxelles non ha ancora fatto l’inventario di quanto accaduto nella sponda sud del Mediterraneo, limitandosi ad assistere inerme all’annientamento puro e semplice della sua politica euro-mediterranea. A parte qualche dichiarazione altisonante che lascia il tempo che trova, l’Ue ancor oggi non gioca nessun ruolo nei grandi processi di trasformazione del mondo arabo-africano.

L’Africa, dal canto suo, in relazione ai temi della sicurezza e della stabilità, si presenta a Bruxelles politicamente quasi in frantumi. A parte le naturali convulsioni provocate dalle Primavere arabe, sono numerose le regioni africane che presentano problemi politico-militari drammatici e di non immediata soluzione: tutta l’area saheliana è martoriata da infiltrazioni jihadiste che nulla hanno a che fare con le tradizioni di accoglienza e convivenza del continente; i conflitti nel Corno d’Africa, tra Sudan e Sud Sudan (e all’interno del Sud Sudan) sono potenzialmente in grado di destabilizzare tutta la regione, se non viene elaborata rapidamente una soluzione politica; il Centrafrica è sull’orlo dell’implosione; il gigante nigeriano è scosso da pericolose tensioni estremiste; la regione dei Grandi Laghi rimane strutturalmente in bilico. Solo l’Africa australe appare istituzionalmente stabile, anche se non vanno sottovalutate le gravi tensioni politiche in Zimbabwe e, più recentemente, anche in Mozambico o Sudafrica.

Da rimarcare che la presenza militare europea non è mai stata così forte nell’Africa post-coloniale: a tutt’oggi, l’Ue è impegnata in ben undici operazioni a carattere militare o civile, per non parlare delle missioni francesi Serval in Mali e Sangaris in Centrafrica, dell’operazione di rimozione di Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio fino alla guerra franco-italo-inglese contro Gheddafi in Libia.

Anche la situazione economica globale dell’Africa rimane incerta. È vero che il continente conosce tassi di crescita significativi, ma è pur vero che 34 dei 49 paesi meno avanzati – come l’Onu definisce gli stati più poveri – continuano a trovarsi in Africa, e che tre africani su quattro vivono sotto la soglia di povertà. La crescita economica non sembra ridurre né le disparità sociali né i candidati all’emigrazione verso l’Unione europea, magari via Lampedusa. I flussi migratori sono la cartina di tornasole del fallimento della politica euro-africana.

Realpolitik. Il contesto politico generale in cui si svolgerà il Quarto vertice Ue-Africa non è insomma di quelli favorevoli, come direbbero i diplomatici di lungo corso. E non si può certo dire che la “strategia comune” abbia funzionato, tutt’altro… Ci vorrebbe dunque uno scatto d’orgoglio con il rilancio di una visione euro-africana che si è appannata nel tempo e con l’avvio di una nuova cooperazione fondata per davvero sulla good governance politica ed economica, lo sviluppo solidale e sostenibile, la giustizia nelle relazioni commerciali.

Difficile immaginare tutto questo a Bruxelles. Il summit si limiterà invece a rilanciare i grandi capitoli della strategia comune di Lisbona, dando priorità a quelli sulla cooperazione commerciale e militare, continuando a battere la via degli errori che hanno portato all’impasse attuale.

Sul piano commerciale l’Ue insisterà per concludere quanto prima i negoziati su cinque accordi di partenariato economico (Epa) con altrettanti blocchi regionali africani (è stato siglato solo quello con Angola, Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Swaziland e Sudafrica), che da anni si scontrano con la legittima ostilità degli africani di vedersi imporre accordi commerciali fondati sul liberismo economico e l’apertura delle frontiere commerciali senza sufficienti garanzie in cambio. Gli Epa rischiano di destabilizzare ulteriormente la situazione economico-sociale dell’Africa: le riforme che accompagnano tale accordi – ispirate dall’Organizzazione mondiale del commercio – comportano la destrutturazione del tessuto sociale di molti paesi africani in nome del libero mercato. Se a questo si aggiunge la riduzione nel tempo degli aiuti pubblici allo sviluppo si possono capire le perplessità africane.

La cooperazione militare Ue-Africa è invece il capitolo su cui si è investito di più in questi ultimi anni, anche perché l’Ue e i suoi stati membri intendono «creare delle forze d’intervento africane, gestite da africani, che affrontino i conflitti africani». L’Ue parla di «responsabilizzare le élite africane», ma allo stesso tempo cerca di sganciarsi dall’Africa soprattutto in un contesto di crisi economico-finanziaria. Sull’onda della drammatica situazione d’instabilità che ha investito molti paesi africani è verosimile che il vertice rafforzi il cosiddetto “meccanismo di sostegno alla pace in Africa” (Fpa), lo strumento con cui l’Unione africana (Ua) e altre organizzazioni regionali dovrebbero «trovare soluzioni africane a problemi africani».

Dal 2004, anno d’avvio dell’Fpa, l’Europa ha investito 1,2 miliardi di euro per operazioni di peace-enforcing e di reazione rapida ai conflitti, inclusa la formazione di corpi militari e di polizia. Le tre operazioni in corso sono l’Amisom (Somalia), Micopax (Centrafrica) e Misma (Mali), ma l’Unione europea vorrebbe moltiplicare lo spettro di questo tipo d’interventi. Non a caso Bruxelles è disponibile anche ad ampliare i fondi del programma a sostegno dell’Ua, il cui presidente di turno è Mohamed Ould Abdelaziz (presidente della Mauritania).

L’impressione, poi, è che si parlerà poco o nulla di diritti umani e democrazia: l’Ue si è velocemente adattata alla nuova realpolitik del continente, la narrazione politica sui grandi principi democratici alla base della cooperazione euro-africana non è mai stata così marginale e le relazioni con i governi autocratici del continente non è mai stata così florida, anche di fronte alla concorrenza strategica lanciata da tempo dai cinesi per i quali la promozione dei valori democratici non è certo una priorità, anzi.

Non a caso l’Ua ha da tempo deciso di sfidare apertamente il Tribunale penale internazionale e di prendere le difese dei leader sudanesi o kenyani accusati di genocidio o crimini contro l’umanità. O ancora di sfidare l’Unione europea minacciando di cancellare il vertice di Bruxelles se non verrà confermata la presenza di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e nuovo primo vicepresidente del Consiglio esecutivo dell’Ua, contro il quale sono in atto da anni sanzioni mirate dell’Ue per violazione dei diritti democratici fondamentali.

È una triste scelta simbolica quella si presenta a Bruxelles per l’Africa: prendere le difese del novantenne Mugabe, da 34 anni al potere, o bere il calice amaro degli Epa e di una cooperazione economica fallimentare.

“L’Ue parla di «responsabilizzare le élite africane», ma allo stesso tempo cerca di sganciarsi dall’Africa soprattutto in un contesto di crisi economico-finanziaria”

 
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