TROVANDO LA VERITA’ TRA LE BUGIE DI ISRAELE – di Ilan Pappe

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31 maggio 2018

Disimballando i libri israeliani, possiamo imparare molto sull’espulsione dei palestinesi nel 1948.

di Ilan Pappe
30 maggio 2018

Grande tristezza e sofferenza inondavano le strade – convoglio dopo convoglio di rifugiati che facevano il loro percorso [al confine libanese]. Lasciano i villaggi della loro terra natale e la patria dei loro antenati e si muovono verso una nuova terra sconosciuta, piena di problemi. Donne, bambini, neonati, asini – ognuno è in movimento, quietamente e tristemente, verso il nord, senza guardare a sinistra o a destra.

Una donna non riesce a trovare suo marito, un bambino non riesce a trovare suo padre. …Ogni cosa che è in grado di camminare si sta muovendo, correndo via senza sapere cosa fare, senza sapere dove stanno andando. Molti dei loro averi sono sparsi ai lati della strada; più camminano più esausti diventano, non riescono quasi più a camminare – lasciando dai corpi ogni cosa che avevano cercato di salvare quando sono sulla via dell’esilio….

Ho incontrato un bambino di 8 anni che andava a nord e conduceva davanti a sé due asini. Suo padre e suo fratello erano morti nel combattimento e aveva perso sua madre. ..Sono passato attraverso la strada tra Sasa e Tarbiha e ho visto un uomo alto, piegato, che stava grattando con le sue mani qualcosa sul duro terreno roccioso. Mi sono fermato. Mi sono accorto di un piccolo incavo nel terreno che era stato scavato a mani nude, con le unghie, sotto l’ulivo. L’uomo ha deposto in esso il corpo di un neonato che era morto tra le braccia di sua madre ed era stato sepolto con l’immondizia e ricoperto da piccole pietre. Poi è tornato indietro verso la strada e ha continuato a muoversi verso nord, con sua moglie curva che camminava pochi passi dietro di lui, senza voltarsi indietro. Sono corso verso un vecchio, che era svenuto su una roccia al lato della strada e nessuno tra i rifugiati si dà da fare per aiutarlo…Quando siamo entrati a Birim, tutti sono fuggiti nella loro paura in direzione del wadi di fronte a nord, prendendo i loro piccoli bambini e quanti più abiti potevano portare. Il giorno seguente, sono tornati indietro perché i libanesi non permettevano loro di entrare. Sette neonati sono morti di ipotermia.

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Questa commovente descrizione non è stata scritta da un attivista per i diritti umani, da un osservatore dell’ONU o da un giornalista interessato. È stata scritta da Moshe Carmel e appare nel suo libro ‘Campagne del Nord’ -pubblicato per la prima volta nel 1949.

Aveva viaggiato per la Galilea alla fine di ottobre 1948, dopo avere comandato l’Operazione Hiram, nella quale le forze israeliane commisero alcune delle peggiori atrocità nella Nakba, la pulizia etnica della Palestina. I crimini furono così gravi che alcuni capi sionisti le descrissero come azioni naziste.

Il libro di Carmel e dozzine come quello – libri di brigata, memoriali e storie dell’esercito – poterono essere trovati sugli scaffali di case di ebrei israeliani dal 1948 in poi. Rivisitarli, 70 anni dopo, rivela una verità elementare: sarebbe stato possibile scrivere la “nuova storia” del 1948 senza un singolo nuovo documento declassificato, ma solo se queste fonti aperte, come io le chiamo, fossero state lette con lenti non sioniste.

La famosa – e ad oggi sovrausata – espressione che la storia è scritta dalle vittime può essere raccontata in molti modi. Un modo è spacchettando le pubblicazioni dei vincitori per esporre le bugie, le fabbricazione e le false rappresentazioni così come le loro azioni meno coscienti.

Una rilettura di queste fonti aperte sulla Nakba, per lo più scritte dagli stessi israeliani, sblocca nuove prospettive storiografiche sul grande quadro di quel periodo – mentre i documenti declassificati ci permettono di vedere quel quadro in una più alta risoluzione.

Questa ripresa avrebbe potuto essere fatta in qualsiasi momento tra il 1948 e oggi – fintanto che gli storici hanno voluto adoperare le lenti critiche di cui avevano bisogno per tale disamina.

Rileggere queste fonti aperte, specialmente in tandem con le numerose storie orali della Nakba, rivela la barbarie e la disumanizzazione che accompagnarono la catastrofe. La barbarie è comune alle comunità di coloni negli anni formativi dei loro progetti di colonizzazione e talvolta può essere oscurata dal secco ed evasivo linguaggio dei documenti militari e politici.

Non intendo sottovalutare l’importanza dei documenti di archivio. Sono importanti perché ci raccontano ciò che accadde. Tuttavia, le fonti aperte e le storie orali sono cruciali per comprendere il significato di ciò che accadde.

Una tale rilettura espone il DNA colono-coloniale del progetto sionista e il ruolo della pulizia etnica del 1948 dentro di esso.

Disumanizzazione su scala massiccia

Prendete la citazione Carmel, per esempio. Come qualcuno, che supervisiona tali atrocità, potrebbe scrivere in modo così compassionevole?

L’indizio è in un’altra frase nella sua citazione che appare quasi come una digressione: “E poi mi sono accorto di un ragazzo di 16 anni, totalmente nudo, che ci sorrideva, quando lo abbiamo superato (divertente, quando l’ho superato non ho detto per colpa della sua nudità a quale popolo apparteneva e l’ho visto solo come un essere umano)”.

Per un breve momento molto eccezionale, quel ragazzo palestinese è stato umanizzato (tra parentesi nel testo). Ma la disumanizzazione accadde su una scala cui assistiamo solo in crimini di massa come la pulizia etnica o il genocidio.

La regola era che i bambini erano considerati come parte del nemico, che doveva essere ripulita per il bene dello Stato israeliano o come Carmel la mette – un giorno dopo che aveva finito il suo giro in Galilea – per il bene della liberazione.

Pubblicò questo messaggio alle sue truppe: “Tutta la Galilea, l’antica Galilea israeliana, è stata liberata dalla forza potente e devastante dell’IDF [l’esercito israeliano ]…. Abbiamo eliminato il nemico, lo abbiamo distrutto e costretto a fuggire. … Noi [abbiamo conquistato ] Meyron [Mayrun], Gush Halav [Jish] , Sasa e Malkiya…. Abbiamo distrutto i nidi dei nemici di Tarshiha, Eilabun, Mghar e Rami…. I castelli del nemico sono caduti uno dopo l’altro”.

Settant’anni dopo la Nakba, il linguaggio ebraico è uno strumento così importante di accesso ai chiusi archivi israeliani. Il testo ebraico vi dice chiaramente chi era il nemico – Il nemico che fuggiva, era stato eliminato ed espulso dai suoi “castelli”.

Sono le persone che Carmel ha incontrato. E per un momento, è stato smosso dalla loro sofferenza.

Redenzione?

Gli elementi discorsivi più importanti in questo genere di rapporti sono i concetti di liberazione e di eliminazione ( shihrur e hisul). Cosa questo significava, in realtà, era un tentativo di indigenizzare gli occupanti della Palestina attraverso la de-indigenizzazione dei palestinesi.

Questa è l’essenza di un progetto colono-coloniale e il libro di Carmel – e quelli di altri – la rivela in pieno. Carmel vide l’occupazione del 1948 come una redenzione della Galilea romana.

Questi atti violenti contro i palestinesi avevano molto poco a che fare con il cercare un rifugio dall’antisemitismo.

Il progetto sionista fu, ed è ancora, un progetto di de-indigenizzazione della popolazione palestinese e rimpiazzarla con un composto di coloni ebrei. Era in molti modi l’implementazione di una ideologia romantico -nazionalista, il piacere di cui si nutrì il nazionalismo italiano e germanico nel tardo 19esimo secolo e oltre.

Questo legame è chiaro in libri sulle brigate e l’esercito israeliani. Uno di tali libri, ‘La Brigata Alexandroni e la Guerra di Indipendenza’, è un caso in proposito.

La Brigata Alexandroni fu impiegata nell’occupazione di molta della costa palestinese, a nord di Jaffa, circa 60 villaggi in totale. Prima dell’occupazione dei villaggi, le truppe erano istruite circa il contesto storico delle loro operazioni. La narrativa fornita dai comandanti è ripetuta nel libro in due capitoli. Il primo è intitolato “Il Passato Militare dello Spazio Alexandroni” e comincia dicendo “il fronte che la Brigata Alexandroni aveva davanti nella guerra di Indipendenza è unico nella storia militare della regione e di Israele Eretz in particolare [il Più Grande Israele]”.

Questo era il Sharon – la costa della Palestina nella narrativa sionista – che è un termine inventato senza alcuna radice nella storia. Il Sharon, il libro sulla Brigata Alexandroni ci dice, era “una terra ricca e davvero fertile” che “attraeva” gli eserciti durante i loro “viaggi di occupazione” nella terra di Israele. Il capitolo storico è pieno di racconti di eroismo, che affermano, ad esempio, “questo è dove [il popolo di] Israele sotto [il profeta] Shmuel affrontò i Filistei”.

Gli ebrei erano sempre stati svantaggiati nella battaglia contro i loro nemici ma “allora come oggi, era lo spirito superiore che spostò l’equilibrio in favore di Israele”.

Sotto Baibars, il sultano mamelucco, il Sharon fu distrutto come terra agricola e “da allora in poi il Sharon avrebbe riguadagnato la sua vitalità economica fino al suo ricollocamento con l’immigrazione sionista [aliya]”, afferma il libro. Baibars, a proposito, era stato là nel 1260. Così il libro sulla Brigata Alexandroni dice ai suoi lettori che il Sharon era stato senza popolo per più di 600 anni, che è la fabbricazione sionista della storia al suo meglio.

Durante il periodo ottomano il Sharon “era in una devastazione totale, saturo di paludi e malaria“, il libro aggiunge. “Solo con l’aliya ebrea e l’insediamento alla fine del 19esimo secolo iniziò un nuovo periodo di prosperità [nella storia del Sharon]“.

I sionisti “riportarono” il Sharon alla sua antica gloria e divenne una delle aree più ebree nel “Mandamento Eretz Israele “ – come il libro chiama la Palestina quando era amministrata da un mandato britannico.

“I villaggi devono essere distrutti”

La pulizia etnica della costa ebraica cominciò mentre la Palestina era sotto controllo britannico. La Gran Bretagna era, per molti aspetti, un alleato vitale per il movimento sionista. Allora non facilitò la colonizzazione della Palestina così velocemente come alcuni sionisti volevano. Il libro sulla Brigata Alexandroni dipinge persino la Gran Bretagna come un ostacolo a volte inumano alla “redenzione“ ebraica.

Ma il Sharon aveva ancora degli arabi al suo interno. Il libro descrive la regione come una linea vitale per la comunità ebraica, e anche suggerisce che la vita ebraica era rovinata dai molti villaggi arabi circostanti.

Era principalmente la parte orientale del Sharon che era “puramente araba e costituiva la maggiore minaccia verso gli insediamenti ebrei; una minaccia che doveva essere messa in conto in ogni pianificazione militare“.

La “minaccia“ fu “messa in conto” per la prima volta da attacchi isolati sui villaggi. Il libro dice che fino al 29 novembre le relazioni tra ebrei e palestinesi erano buone e continuavano ad esserlo anche dopo quella data. E ancora una frase più avanti nel libro ci racconta che “all’inizio del 1948, cominciò il processo di abbandonare i villaggi arabi isolati. Si possono vedere i primi segnali di questo nell’abbandono di Sidan Ali ( al-Haram) dai suoi 220 abitanti arabi e di Qaisriya dai suoi 1100 abitanti arabi a metà febbraio 1948”. Ci furono due massicce espulsioni che ebbero luogo mentre le forze britanniche responsabili per la legge e l’ordine osservavano e non interferirono. Poi “in marzo, con l’escalation del combattimento, il processo di abbandono si intensificó”.

L’ “escalation“ venne con l’implementazione del Piano Dalet – una planimetria per distruggere i villaggi palestinesi. Il libro sulla Brigata Alexandroni contiene un sommario degli ordini emanati dal piano. Gli ordini includono il compito di “determinare i villaggi arabi che devono essere sequestrati o distrutti“.

C’erano 55 villaggi, secondo il libro, nell’area occupata secondo il Piano Dalet. Il Sharon ebreo fu quasi completamente “liberato” a marzo 1948, quando la costa “fu ripulita” dai villaggi arabi tranne quattro. Nel linguaggio del libro: ”La maggior parte delle aree vicino alla costa furono ripulite dai villaggi arabi, a parte…un ‘piccolo triangolo‘ e in esso i villaggi arabi di Jaba, Ein Ghazal e Ijzim – che sporgevano come un pollice doloroso, prospicienti la strada Tel Aviv-Haifa; c’erano anche arabi a Tantura sulla spiaggia”.

Un’analisi più profonda di questi testi e altre fonti aperte getterebbe una luce sulla natura strutturale del progetto colono-coloniale in corso in Palestina, la corrente Nakba.

La storia della Nakba è pertanto non solo una cronaca del passato, ma una disamina di un momento storico che sta continuando nel tempo dello storico attuale. Gli scienziati sociali sono molto più attrezzati a trattare con “bersagli mobili“ – cioè analizzando i fenomeni contemporanei – ma gli storici, così li chiamiamo, hanno bisogno di una distanza per rifletterci sopra e vedere il quadro completo.

Di fronte a questo, 70 anni fornirebbero sufficiente distanza, ma d’altra parte, questo è come un tentativo di capire l’Unione Sovietica, o per quella materia le Crociate, da parte dei contemporanei e non degli storici.

Siti della memoria, per usare il concetto di Pierre Nora, come pure i salti accademici di anni recenti, sono innescati non dalla declassificazione in sé, ma dalla loro rilevanza per le battaglie contemporanee.

I progetti storici orali, come pure i libri delle brigate, sono tutte fonti cruciali ed accessibili che penetrano i genuini e cinici scudi sionisti, e più tardi israeliani, dell’inganno. Aiutano a capire perché il concetto di un colono democratico o illuminato è un ossimoro.

La storia approvata di Israele

Una decostruzione della storia approvata di Israele è il modo migliore per sfidare una parola lavanderia che trasforma la pulizia etnica in autodifesa, il furto della terra in redenzione e le pratiche di apartheid in preoccupazioni della “sicurezza“.

C’è un senso, da una parte, che dopo anni di negazione, il quadro storiografico è stato rivelato in tutto il mondo con chiari contorni e colori. La narrativa israeliana è stata sfidata successivamente sia nel mondo accademico che nel pubblico dominio.

E ancora c’è un senso di frustrazione, dato l’accesso limitato per gli accademici ai documenti declassificati in Israele, anche quelli israeliani, mentre gli accademici palestinesi possono difficilmente sperare nel corrente clima politico per avere almeno qualche accesso.

Andare oltre i documenti di archivio sulla Nakba è, comunque, necessario non solo per una migliore comprensione dell’evento. Potrebbe essere anche una soluzione per i ricercatori in futuro, data la nuova politica di Israele sulla declassificazione.

Israele ha chiuso la maggior parte dei documenti del 1948.

Le fonti e gli approcci alternativi suggeriti in questo pezzo mettono in luce parecchi punti. Una conoscenza dell’ebraico è di aiuto e la necessità di continuare con i progetti di storia orale è essenziale.

Il paradigma colono-coloniale resta anche rilevante per analizzare a freddo sia il progetto sionista che la resistenza ad esso. Ancora ci sono anche adesso discussioni sull’adattabilità del paradigma – tipo se può essere applicato agli ebrei dei paesi arabi che si erano spostati in Palestina – e questi potrebbero essere esplorati più avanti.

Ma più che analizzare qualcos’altro dovremmo insistere che l’impegno per la Palestina non è un ostacolo per un buono studio accademico ma una traccia per esso. Come ha scritto Edward Said: ”Ma dove sono i fatti se non inseriti nella storia, e poi ricostituiti e ricoperti da agenti umani mescolati da qualche narrativa percepita o desiderata o sperata – il cui futuro scopo è ristabilire la giustizia agli espropriati?”

Giustizia e fatti, posizioni morali, acume professionale e accuratezza nello studio potrebbero non essere giustapposti gli uni contro gli altri ma piuttosto visti tutti come contributi ad un’impresa storiografica sana. Pochissimi progetti storiografici sono nella necessità di un approccio così integrativo come la ricerca sulla Nakba in corso.

ELECTRONICINTIFADA.NET

Finding the truth amid Israel’s lies

By unpacking Israeli books, we can learn a great deal about the expulsion of Palestinians in 1948.

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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