Trump ricatta Abu Mazen: «Negozia o ti caccio dagli Usa»

21 nov 2017

A rischio la sede dell’Olp a Washington se Ramallah non accetta le condizioni israeliane. Intanto la Lega araba fa sua la narrativa saudita: condannati Tehran e Hezbollah

FILE PHOTO: Palestinian demonstrators throw shoes on a poster depicting U.S. President Donald Trump during a protest in the West Bank city of Hebron February 24, 2017. REUTERS/Mussa Qawasma/File Photo

Palestinesi protestano contro Trump a Hebron, febbraio 2017. (Foto: Reuters)

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 21 novembre 2017, Nena News – «Non accetteremo alcuna estorsione o pressione degli Stati uniti», avverte perentorio il ministro degli esteri palestinese, Riad Malki. Protesta anche la Lega araba – ma sarebbe più giusto chiamarla Lega «saudita» – che tra attacchi all’Iran e accuse a Hezbollah ha trovato qualche minuto per rioccuparsi dei palestinesi.

Comunque vada a finire l’annunciata decisione del Dipartimento di Stato americano di chiudere la missione palestinese a Washington se i palestinesi non entreranno subito «in negoziazioni dirette e significative con Israele», rappresenta un ricatto a tutti gli effetti.

Trump, è fin troppo evidente, vuole imporre all’Anp del presidente Abu Mazen di negoziare con il premier israeliano Benyamin Netanyahu sulla base di quel «piano di pace» statunitense, noto anche come «il grande accordo del secolo», di cui si vocifera da tempo e che per ora resta nel cassetto. E poi c’è l’oscura norma Usa secondo cui la missione dell’Olp deve essere chiusa se i palestinesi tenteranno di spingere la Corte penale internazionale a procedere contro Israele, come ha chiesto Abu Mazen lo scorso settembre all’Assemblea Generale dell’Onu dopo aver denunciato l’espansione incessante degli insediamenti coloniali israeliani e le aggressioni contro il suo popolo sotto occupazione militare.

L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) aprì tra cerimonie e fanfare una missione a Washington nel 1994, dopo la firma degli accordi di Oslo con Israele.

ORA, DOPO OLTRE 20 ANNI, il ricatto americano. O Abu Mazen accetta senza fiatare il piano Usa o perderà la rappresentanza e, in futuro, molto di più. Piano americano che, stando alle indiscrezioni, prevede che la questione palestinese sia risolta all’interno di una trattativa ampia, regionale, tra Israele e i paesi arabi, in particolare l’Arabia saudita e le altre monarchie sunnite.

A inizio anno, ricevendo Netanyahu alla Casa bianca, Trump prese le distanze dalla soluzione a due Stati (Israele e Palestina) dicendosi disposto a sostenere qualsiasi pace, lasciando intendere anche senza la creazione di uno Stato palestinese.

FONTI ISRAELIANE affermano che il piano di Trump sarà basato sul riconoscimento Usa di uno Stato palestinese accanto a Israele ma non lungo i confini del 1967 e senza lo sgombero di alcun insediamento coloniale ebraico costruito dopo il 1967 nei Territori occupati. In sostanza ai palestinesi verrebbe restituito solo qualche chilometro quadrato di terra in più rispetto a quanto già controllano ora (ma solo civilmente): la Zona A e la Zona B, rispettivamente il 14% e il 20% della Cisgiordania occupata.

La parte restante della Cisgiordania, la zona C, e tutta Gerusalemme andrebbero a Israele, poiché vi vivono centinaia di migliaia di coloni israeliani.

A CONTI FATTI all’ipotetico Stato palestinese andrebbe meno del 40% di quel 22% della Palestina storica che rimase dopo la fondazione dello Stato di Israele e la guerra del 1948, oltre alla minuscola e isolata Striscia di Gaza (meno di 400 kmq). Senza dimenticare che questo Stato non avrà il controllo della frontiera con la Giordania, un suo spazio aereo e piena sovranità poiché il piano Trump, spiegano i media locali, offre a Israele le massime garanzie di sicurezza. Si tratterebbe di un bantustan legalizzato, riconosciuto dalla comunità internazionale.

INTANTO LA LEGA araba-saudita, mentre chiede al governo degli Stati uniti di non chiudere in modo punitivo l’ufficio dell’Olp a Washington, porta appoggio all’assalto all’Iran e al suo alleato Hezbollah lanciato dalla monarchia Saud. Lo scontro tra Riyadh e Tehran ormai è planetario pur concentrandosi in Siria, Libano e Yemen. Nel corso della riunione straordinaria della Lega araba l’altro giorno al Cairo, il ministro degli esteri saudita, Ader al Jubeir, ha avvertito con tono minaccioso che «L’Arabia saudita non resterà a guardare le aggressioni (iraniane) e non esiterà e difendere la sua sicurezza nazionale per garantire l’incolumità dei suoi abitanti».

IN APPOGGIO IL BAHREIN, fedelissimo alleato del re saudita Salman e dell’erede al trono Mohammed, ha prontamente accusato il Libano di essere sotto il completo controllo di Hezbollah. Per tutta risposta, su ordine di Beirut, il ministro degli esteri libanese, Gebran Bassil, non ha partecipato alla riunione della Lega araba.

IL PRESIDENTE LIBANESE Aoun ha difeso Hezbollah negando ieri l’accusa di «terrorismo» che gli rivolgono le monarchie sunnite. Più di tutto ha difeso le armi del braccio militare del movimento sciita che, ha spiegato, servono «per difendere il paese da Israele». Il clima è sempre più infuocato a Beirut dove domani si attende il rientro, dopo oltre due settimane, del premier Saad Hariri che ha presentato le dimissioni mentre era in visita a Riyadh lanciando accuse pesanti a Hezbollah e Tehran. Nena News

 

Trump ricatta Abu Mazen: «Negozia o ti caccio dagli Usa»

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