TULKAREM SCHIACCIATA TRA MURO E INDUSTRIE CHIMICHE

La città palestinese è dal 1985 sede di una zona industriale chimica israeliana: la confisca e la contaminazione delle terre e l’elevato tasso di tumori stanno mettendo in ginocchio l’economia.

EMMA MANCINI

Tulkarem (Cisgiordania), 01 marzo 2012, Nena News (nella foto, la fabbrica Kashuri al di là del Muro. Foto: Emma Mancini) – Una città che resiste, stretta tra il Muro di Separazione che strangola il mercato del lavoro e dodici fabbriche chimiche che intossicano polmoni e terra: è Tulkarem, città a Nord Ovest della Cisgiordania, quasi 59 mila abitanti, due campi profughi e 58 villaggi nel distretto.

Una città ricca, un tempo punto di riferimento economico e commerciale perché luogo di transito delle rotte commerciali verso Siria e Egitto, grazie alla linea ferroviaria turca che attraversava la città. Oggi Tulkarem sta morendo. Nel 1985 le autorità israeliane hanno autorizzato un ex ufficiale dell’esercito a costruire una fabbrica chimica per il riciclo della plastica. L’industria Kashuri, prima di stanza nella vicina città israeliana di Netanya (solo 12 km da Tulkarem), si è spostata in Cisgiordania dopo che i residenti israeliani avevano mosso una petizione contro l’inquinamento prodotto dalla fabbrica. Per la costruzione della Kashuri, l’esercito israeliano ha confiscato 22 dunam di terra (1dunam=1km²), di proprietà della famiglia palestinese Abu Sham’a.

“L’occupazione israeliana ha creato a Tulkarem – spiega a Nena News Sharif Shahroroi, leader dell’associazioneSociety of Social Work Committees – una colonia economica e industriale. Dopo la Kashuri, sono sorte altre dodici industrie chimiche, soprattutto a seguito degli Accordi di Oslo. L’ultima è stata inaugurata nel 2007. E se prima tutta la città era in Area A, ora la zona industriale è finita nella ‘Seam Zone’, striscia di terra tra il Muro e la Linea Verde sotto controllo israeliano: hanno creato una colonia industriale e l’hanno mangiata con il Muro”.

Le ragioni di convenienza non sono né poche né irrilevanti: Tulkarem è vicino alla Linea Verde e quindi al mercato israeliano; il costo del lavoro è significativamente più basso e ai lavoratori palestinesi non viene applicata la legge israeliana sul lavoro, ma quella giordana del 1964. Meno diritti, meno tutele. E infine, consistenti esenzioni nel pagamento delle tasse al governo di Tel Aviv.

La zona industriale israeliana vista dalla casa di Adib Ras (Foto: Emma Mancini)

“Attualmente sono circa 500 i lavoratori impiegati nelle dodici industrie chimiche – prosegue Sharif – sia israeliani che palestinesi, provenienti da Tulkarem, Jenin e Nablus. Gli effetti di una simile produzione sono visibili sia sulla salute delle persone che sulla terra: gli appezzamenti vicino alle fabbriche sono stati confiscati illegalmente e molti residenti si stanno spostando a causa dei fumi e dei gas provenienti dalla zona industriale”.

Studi dell’Università di Birzeit e del Ministero palestinese della Salute parlano chiaro: i gas emessi hanno livelli di monossido di carbonio elevatissimi e contengono sostanze velenose che provocano cancro e malattie respiratorie. Secondo una ricerca condotta dall’Università di An Najah di Nablus, nel 77% dei palestinesi residenti nelle vicinanze è stata riscontrata la presenza di tumori o malattie strettamente legate all’inquinamento chimico.

Ma non solo: oltre 300 dunam di terra fertile sono stati contaminati dalle emissioni, mentre analisi della composizione dell’acqua hanno mostrato un elevato tasso di sale al suo interno. “L’inquinamento è alle stelle. A dimostrazione di ciò, basta guardare quando le fabbriche lavorano. Se il vento spira verso Est, ovvero verso la Cisgiordania, la produzione è a pieno regime. Se tira verso Ovest, verso Israele, i macchinari vengono spenti. Ma questo non basta, anche le città israeliane vicine sono colpite: qualche anno fa abbiamo presentato una petizione congiunta alla Corte Suprema israeliana. Ma il tribunale ha rifiutato di emettere una sentenza perché l’area non è sotto giurisdizione israeliana, in quanto terra palestinese. Ci prendono anche in giro”.

Mohannath è il proprietario della stazione di benzina dall’altro lato della strada, proprio di fronte al Muro e al confine con la zona industriale: “Kashuri aveva inizialmente cominciato con il riciclo della plastica – racconta a Nena News – Ora produce vernici e pesticidi chimici. Un’altra azienda produce tank sotterranei per la benzina e spesso compie prove per verificare la fuoriuscita di gas tossici”.

“La mia stazione di benzina – continua – è stata distrutta dall’esercito durante la Seconda Intifada. Io l’ho ricostruita e ho anche aggiunto un bar. Così capiscono che noi stiamo resistendo: mi distruggi la stazione? E io ci costruisco pure un bar”.

A pochi metri dal Muro vive dal 1988 la famiglia di Adib Ras. Nel loro palazzo ben tre famiglie se ne sono andate a causa dei fumi e dei gas emessi dalle fabbriche. “La situazione è intollerabile – racconta a Nena News Adib Ras – Mio figlio ha continue infezioni agli occhi, mia madre è morta tre mesi fa per un tumore al fegato. Sono tante le persone colpite: sistema respiratorio, gola, polmoni sono gli organi più sensibili. Pensate che, se stendiamo i vestiti ad asciugare fuori, li ritroviamo sporchi. L’acqua è spesso nera e i rumori e le luci provenienti dalle industrie non si fermano mai. Giorno e notte, giorno e notte. Alcuni lavoratori palestinesi impiegati là raccontano che lavorano anche di notte perché possono utilizzare prodotti illegali senza il timore di essere scoperti dagli ispettori del governo, che compiono i controlli solo di giorno”.

La stazione di benzina di Mohannath a pochi metri dalle industrie chimiche (Foto: Emma Mancini)

Ma ad essere danneggiata non è solo la salute dei cittadini di Tulkarem. La terra è in pericolo, tra confische e contaminazioni. E quello che era uno dei mercati agricoli più ricchi della Cisgiordania, è oggi una produzione provinciale.

“L’agricoltura è in crisi, la frutta e la verdura sono spesso contaminate dall’acqua o dal suolo inquinati – spiega Fayez Taneeb, coordinatore del Comitato Popolare di Resistenza di Tulkarem e contadino – Io ho deciso di puntare sull’agricoltura biologica, la mia serra è ermeticamente chiusa. Ma i miei prodotti (fragole, peperoni, fagioli, cetrioli, pomodori) potrebbero comunque essere contaminati dalle sostanze inquinanti presenti nel suolo”.

La sua terra sorge a pochi passi dal Muro e dall’industria Kashuri. “Ricordo che nell’agosto del 2009 abbiamo trovato tutte le coltivazioni, mie e dei contadini vicini, coperte di polvere bianca. Pare ci fosse stato un guasto nella fabbrica. Beh, pochi giorni dopo frutta e verdura sono morte”.

“Perché vado avanti? Per mia moglie, è solo grazie a lei che proseguo la mia lotta. Sono stato arrestato più volte e lei si è sempre presa cura della nostra terra. È una donna forte, molto più di me”. Nena News

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