Tulkarem: una città sotto la polvere

21 Ott 2013

Un alto tasso di disoccupazione, mancanza di elettricità e soprattutto le vicine fabbriche di prodotti chimici che minacciano la salute dei cittadini. Nonostante gli abitanti della città di Tulkarem nel nord della Cisgiordania abbiano molti motivi per disperare, si rifiutano di perdere la speranza. 

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Le fabbriche di prodotti chimici di Tulkarem / Fotografia: Carolin Smith

“Le sostanze chimiche prodotte dalle fattorie Kashuri rovinano le mie piante” racconta il contadino palestinese Fayez Taneeb di Tulkarem. Alle spalle di Taneeb c’è una fila di serre che contengono per la maggior parte dei lunghi contenitori di plastica appesi al soffitto in cui vengono coltivate fragole biologiche. In altre serre pomodori, cetrioli e peperoni spuntano dalla terra. Taneeb non utilizza alcun fertilizzante o prodotto chimico per le sue coltivazioni, ma solo rimedi naturali, come alcuni insetti per neutralizzare i parassiti.

Purtroppo le coltivazioni organiche di Taneeb sono costantemente minacciate da ben 12 fabbriche israeliane – il complesso Kashuri – che sorgono a pochi passi dalle sue serre, in cui vengono prodotti materiali chimici. Secondo Sharif Shahroroi, membro della Società del Consiglio dei Servizi Sociali di Tulkarem, le fabbriche producono pesticidi, vernici, cemento e l’amianto, conosciuto per essere altamente cancerogeno. Questo è il motivo per cui Taneeb deve coltivare le sue verdure biologiche nelle serre: “Non posso vendere i prodotti coltivati fuori dalle serre come biologici a causa dell’inquinamento dell’aria e del terreno”. Un criterio per poter etichettare i propri prodotti come biologici è proprio il non venire in contatto con elementi chimici.

Alcune ricerche dell’Università di Birzeit e del Ministero della Salute palestinese indicano che l’aria di Tulkarem contiene elevati livelli di monossido di carbone e altre sostanze tossiche che sono la principale causa di molte malattie respiratorie. Un’indagine del Ministero della Salute del 2012 dimostra che  Tulkarem è la quarta città della Cisgiordania maggiormente colpita da casi di tumore. Inoltre, uno studio dell’Università di Nablus ha portato alla luce che nel 77% dell’area di Tulkarem ci sono delle chiare connessioni tra gli alti tassi di incidenza dei tumori e le sostanze chimiche prodotte dal complesso industriale. Molto diffuse sono malattie come l’asma, leucemia e ridotta capacità polmonare.

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Fayez Taneeb, un contadino palestinese /Fotografia: Carolin Smith

La storia di Fayez Taneeb è solo un esempio dei tanti contadini palestinesi, le cui coltivazioni sono messe in pericolo dalle vicine fabbriche chimiche. “Gli israeliani hanno confiscato e occupato la nostra terra su cui vivevamo per costruire questo complesso industriale”, ci spiega Sharif Shahroroi. La prima fabbrica è stata trasferita da Netanya, città costiera israeliana, a Tulkarem nel 1985. “A quel tempo la fabbrica era stata costretta a chiudere in Israele a causa dei problemi ambientali e alla salute della popolazione che provocava” dice Shahroroi. Un tribunale israeliano permise però ai proprietari della fabbrica di trasferire la loro produzione a Tulkarem, in territorio palestinese, dove le leggi israeliane in materia di tutela del lavoro e sicurezza non sono applicabili. Alcuni palestinesi hanno cercato negli anni di far ricorso presso l’Alta Corte israeliana, ma quest’ultimi sono sempre rigettati in quanto l’area non è sotto la giurisdizione dei tribunali israeliani. Dopo il 1985 altre undici fabbriche sono state costruite a Tulkarem.

Circa 350 persone, per lo più palestinesi, lavorano nel complesso di Kashuri, che si trova in area C, mentre la città di Tulkarem è area A, teoricamente sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese. “Molti cittadini di Tulkarem dipendono dal loro lavoro nelle fabbriche, perché non hanno la possibilità di trovare nient’altro” ci dice Mahmoud al-Jallad, sindaco della città e appartenente al partito di Fatah. Trovare degli investitori interessati allo sviluppo di un’industria locale è molto difficile, dice. “Abbiamo fatto un grande sforzo per cercare di attrarre investitori per sviluppare un’area industriale ma la mancanza di elettricità è un problema che scoraggia chiunque sia interessato a stabilirsi qui. Nessun vuole costruire la propria fabbrica dove non c’è abbastanza elettricità”.

La città di Tulkarem non dispone di una centrale elettrica ed è per tanto costretta ad acquistare l’elettricità da Israele. Per quanto riguarda l’acqua, la comunità palestinese è indipendente, ma il quantitativo a disposizione è ridotto. Molti qui si guadagnano da vivere con l’agricoltura. “Chi ha la possibilità di studiare non trova un lavoro qui” ci dice Mahmoud al-Jallad, riassumendo il problema.

Ma per la maggior parte dei cittadini di Tulkarem questo non è un motivo per disperare. Molti ripongono le loro speranze nel seggio all’Onu della Palestina come stato osservatore, ottenuto nel settembre del 2012. “Vogliamo combattere all’interno delle strutture internazionali contro le ingiustizie che viviamo qui a Tulkarem, per esempio appellandoci alla Corte Internazionale” ci spiega Sharif Shahroroi.

ll contadino Fayez Taneeb anche non vuole mollare. Nonostante l’esercito israeliano abbia confiscato la maggior parte delle sue terre e abbia distrutto le sue serre ben due volte, lui continua con il suo lavoro. E non solo, Taneeb è anche membro del Comitato di Coordinamento per la Lotta Popolare, un’organizzazione ombrello per i vari movimenti di resistenza, individualmente porta avanti delle ricerche riguardanti le fabbriche e da molti anni si incontra con giornalisti e organizzazioni internazionali per parlare dei problemi di Tulkarem. La cosa più importante per lui è però il suo essere ancora lì, continuando a fare il contadino. Perseverando a coltivare prodotti biologici, Taneeb desidera mandare un messaggio alle industrie israeliane frutto di un’occupazione illegale. Dal 2003, anno in cui il muro dell’apartheid è stato eretto a Tulkarem, la sua terra si trova circondata ad est dal complesso industriale di Kashuri e ad ovest dal muro. La piccola striscia di terra tra i due è ciò che gli rimane per il suo lavoro.

A Tulkarem non solo la salute e l’agricoltura sono influenzate negativamente dall’occupazione israeliana e dalle fabbriche, ma l’economia tutta. La zona vicina all’area industriale è oggi deserta. “La maggior parte delle persone ha paura dell’aria inquinata e dalla polvere bianca che proviene dalle fabbriche. Questo è il motivo per cui molti si sono trasferiti in altre aree della città”, racconta Sharif Shahroroi.

Un ulteriore problema è la mancanza di informazione a disposizione dei molti cittadini di Tulkarem. Di tanto in tanto un grande fuoco divampa all’interno del complesso industriale. “Alle volte si possono sentire in tutta la città delle esplosioni. Gli abitanti di Tulkarem non conoscono la natura dell’incendio e molti credono che sia a causa di un incidente e che le fabbriche bruceranno”, racconta Sharif Shahroroi. Ma in realtà, l’incendio è voluto e serve ad eliminare molti prodotti chimici e plastici di scarto delle fabbriche e dell’esercito.

La città lotta quotidianamente con questa situazione. La maggior parte dei negozi che sorgevano nei pressi delle fabbriche oggi sono chiusi; “Un bar che è stato aperto solo un anno fa proprio di fronte al complesso industriale ha dovuto chiudere dopo pochi mesi perché non c’era nessun acquirente” ricorda Sharif Shahroroi. Ma nonostante tutte le difficoltà, gli abitanti continuano nel loro sforzo di ravvivare la zona. Esistere è resistere.  

Carolin Smith

Alternative Information Center (AIC)

Inviato da aicitaliano il Lun, 21/10/2013 – 09:03

 

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/tulkarem-una-citt%C3%A0-sotto-la-polvere

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ARTICOLO ORIGINALE

http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/palestinian-society-/7197-tulkarem-a-city-under-dust

Tulkarem: A city under dust

 Published on 17 October 2013
 Written by Carolin Smith for the Alternative Information Center (AIC)

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The chemical factory in Tulkarem / Photo: Carolin Smith

A high rate of unemployment, lack of electricity and first and foremost the nearby chemical factories that threaten the health of local residents. Although the people of the northern West Bank city of Tulkarem have numerous reasons for despair, they refuse to lose hope.

“The chemical substances produced by the Geshuri factories affect my plants”, says Palestinian farmer Fayez Taneeb from the northern West Bank city of Tulkarem. Taneeb stands in front of a row of greenhouses. Inside most of them are long white plastic boxes, hung from the ceiling and filled with organic strawberries In others, tomatoes, cucumbers and red peppers peep out. For his products he doesn’t use any chemical fertilizers. Instead, Taneeb employs natural means such as special insects to counter pests and vermin.

But Taneeb’s organic concept of cultivation is constantly threatened by twelve nearby Israeli factories – the Geshuri factories – that produce agricultural chemicals in the occupied area of Tulkarem. According to Sharif Shahroroi, member of the Society of Social Work Committee in Tulkarem, the factories manufacture pesticides, paint, cement and also cancer-causing asbestos. For this reason, Taneeb needs to raise his organic vegetables in closed greenhouses. “I can’t sell the plants that I cultivate outside under an organic label because of the air and soil pollution”, he says. One criterion for organic food is that it doesn’t come into contact with chemicals.

According to studies by Birzeit University and the Palestinian Ministry of Health, the air in Tulkarem contains increased rates of carbon monoxide and toxic substances that result in respiratory diseases. As a 2012 report of the Ministry of Health demonstrates, Tulkarem has the fourth highest cancer rate in the West Bank. Furthermore, a study by the University of Nablus found that in 77 percent of the Tulkarem area, there is a clear connection between the high cancer rates and the chemical substances of the factories. Reduced lung capacities, asthma as well as lung- and blood-cancer are probable consequences of living near the factories.

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Fayez Taneeb, Palestinian farmer / Photo: Carolin Smith

Fayez Taneeb is just one example of numerous Palestinian farmers whose agriculture is influenced by the factories’ chemical outputs. “The Israelis occupied the land in order to build the factories and for that they confiscated land from the people who were living there”, explains Sharif Shahroroi, from the social work committee in tulkarem. The first factory was moved from the nearby Israeli coastal city of Netanya to Tulkarem in 1985. “At that time the factory had to close in Israel because of environmental and health concerns”, explains Shahroroi. An Israeli court later permitted the owner to relocate his factory to Tulkarem, where Israeli safety and labour laws do not apply. The attempt of some Palestinians to file a suit was refused by the Israeli Supreme Court, which contended the issue was not under its jurisdiction. Eleven additional Israeli factories were subsequently built in Tulkarem after 1985.

Around 350 persons, mostly Palestinians, are working nowadays in the Geshuri factories, which are located in Area C, whereas the city of Tulkarem is Area A, ostensibly falling under jurisdiction of the Palestinian Authority. “Most people are dependent on the jobs there, because they do not find other work”, notes Mahmoud al-Jallad (Fatah), the mayor of Tulkarem. To find investors for local industry in Tulkarem is very difficult, he says. “We have done a lot to find investors for an industrial zone, but the lack of electricity is the problem that prevents entrepreneurs from settling down here. No investor wants to build his company here when there is not enough electricity”, he explains.

The city of Tulkarem has no electricity plant of its own so must buy its electricity from Israel. While Tulkarem can produce its own water, the amount is limited. Most people in Tulkarem earn a living through agriculture. “The well educated people don’t find a job here”, al-Jallad says, summing up the problem.

But for most Tulkarem residents, this is no reason to despair. They place their hope in the UN observer status that Palestine attained in September 2012. “We want to struggle on the international sphere against this injustice in Tulkarem, for example by calling for an international court”, Sharif Shahroroi explains.

Farmer Fayez Taneeb also doesn’t want to give up. Although the Israeli army confiscated the majority of his land and has destroyed his farm twice, he continues to work. More than that: Taneeb engages with the Popular Struggle Coordination Committee, an umbrella organization of resistance movements, conducts his own investigations on the factory and for many years has been meeting with journalists and international organizations to highlight the problems of Tulkarem. The most important fact for him is that he is still here, that he is still farming. Taneeb wants to send a signal to the factory and Israel’s illegal occupation industries by not stopping to cultivate organic food. Since 2003, when the Separation Wall was constructed in Tulkarem, his land has been encircled on the east by the Geshuri factories and on the west by the Separation Wall. The small strip of land in between is what remains for his work.

Yet not only health and agriculture are affected by the Israeli occupation and the factories, but the whole economy in Tulkarem. The area close to the chemical plant is almost extinct. “Most of the people fear the dirty air here and the ever-present white powder that comes from the factory. That’s why many people moved away to other cities”, says Sharif Shahroroi.

Another problem is the lack of information that Tulkarem residents receive from the Israeli factory owner. From time to time a big fire burns inside the factory complex, which lays enclosed behind high walls. Som”etimes even explosions from this complex can be heard throughout the city. Tulkarem residents don’t know exactly what is happening there and some think that an accident happened and that the factory will burn down”, Shahroroi relates. But in fact, the factory is just burning plastic waste from the army. Fayez Taneeb knows that the workers get a week off after these burnings, probably to help them recover from the ill-health effects of such work.

The city is struggling with its situation. Most of the shops next to the factories closed down. “One café that opened last year right in front of the factory had to close after only one month because nobody came”, says Social Work Committee member Shahroroi. But despite all the difficulties, the local residents try to revive the area. They resist by existing.

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