TURCHIA. Nessuna giustizia a due anni dalla strage di Ankara

11 ott 2017

Il 10 ottobre 2015 due kamikaze dell’Isis saltarono in aria alla manifestazione per la pace indetta dall’Hdp: 102 morti, 500 feriti. Ma un’inchiesta seria non è mai partita. E mentre i familiari denunciano le responsabilità del governo di Erdogan, la polizia attacca le commemorazioni

La polizia circonda i manifestanti ieri a Ankara (Fonte: Hurriyet)

di Chiara Cruciati

Roma, 11 ottobre 2017, Nena News – Sono trascorsi due anni dall’attentato con cui l’Isis insanguinò la marcia per la pace indetta dal partito di opposizione Hdp, sindacati e associazioni della società civile a Ankara il 10 ottobre 2015. Una strage: 102 morti e 500 feriti. Due esplosioni alle 10.04 del mattino investirono i manifestanti che danzavano e cantavano di fronte alla stazione dei treni. Chiedevano pace e dialogo per il sud est kurdo, nei primi mesi di una campagna militare che, sotto traccia, dura ancora e che ha provocato mezzo milione di sfollati oltre a migliaia di morti e comunità devastate.

La manifestazione era stata indetta mentre l’esercito turco si macchiava di massacri nella regione kurda e a poco più di due mesi da un’altra strage, quella che uccise 30 attivisti turchi a Suruc. Anche lì la mano era dello Stato Islamico ma ad essere colpita fu poi la minoranza kurda.

Ieri, a distanza di due anni e senza che alcuna inchiesta seria sia mai stata imbastita, la polizia di Ankara ha attaccato la commemorazione. Circa 100 persone si sono ritrovate nel luogo dell’attacco di due anni fa, circondati da poliziotti anti-sommossa. Tutte le strade che portano alla stazione sono state chiuse e, poco dopo l’inizio della manifestazione, la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. La “giustificazione” alla dispersione dei manifestanti è stata data dall’ufficio del governatore di Ankara: manifestazione permessa solo ai familiari e leader politici selezionati e ad un piccolo numero di rappresentanti della società civile.

Nelle stesse ore all’università di Istanbul gli studenti avevano organizzato un’identica commemorazione al campus Beyazit: l’idea era leggere un comunicato seguito da un minuto di silenzio. Ma la polizia è intervenuta prima e 67 studenti sono stati arrestati. Secondo i manifestanti, ad un ragazzo è stato rotto un braccio, mentre altri hanno riportato ferite al volto.

In Turchia è vietato ricordare le vittime di un terrorismo che ha avuto nel governo di Ankara mano libera per anni in Siria. Non solo sotto forma di occhi chiusi al passaggio di uomini e armi. Come dimostrato dai reportage di Cumhuriyet, costati il carcere all’allora direttore Dundar e al caporedattore Gul e oggi motivo dell’arresto di 19 tra giornalisti e impiegati, i servizi segreti turchi hanno passato agli islamisti camion di armi.

Senza dimenticare la “tempistica” dei due massacri targati Isis. Il 5 giugno del 2015, due mesi prima di Suruc e quattro prima di Ankara, si erano tenute le elezioni parlamentari. Il partito del presidente Erdogan, l’Akp, aveva subito una sconfitta. Pur vincendo con il 40,87% (258 seggi) non aveva ottenuto la maggioranza assoluta, mentre il partito Hdp – espressione della sinistra turca, della minoranza kurda e dei movimenti nati e cresciuti con Gezi Park – otteneva un incredibile 13%. Un risultato che metteva in serio pericolo i piani di Erdogan: per la riforma della costituzione in senso presidenziale (archiviata quest’anno con un referendum macchiato da accuse di brogli, opposizioni sotto silenzio e 13 deputati Hdp in prigione) serviva la maggioranza assoluta.

L’inizio di una stagione di terrore e attacchi (che si sommava alla vicina guerra siriana, alle aggressioni mediatiche contro sinistra e kurdi, la censura dei media “nemici” e all’accensione di un sentimento di insicurezza tra i cittadini) non stupì tutti gli osservatori. Si stava creando il clima adatto alle elezioni anticipate, preparate da un Akp che dava per impossibile la formazione di un governo di coalizione. Le elezioni si sarebbero poi tenute, il primo novembre, a 20 giorni dai 102 morti di Ankara. L’Akp ottenne quanto voleva, il 49,41% dei voti e 316 seggi.

A restare indietro è stata l’inchiesta sul massacro che oggi i familiari delle vittime, i partiti di opposizione, i movimenti di base chiedono ancora a gran voce. Il responsabile, identificato come Yunus Emre Alagoz – così come il fratello, Seyh Abdurrahman, l’attentatore di Suruc – era sotto controllo della polizia dal 2013. A marzo 2015 la polizia aveva registrato una conversazione in cui i due si davano l’addio. Eppure Yunus Emre ha potuto raggiungere il luogo dell’attacco a Ankara con una bomba senza essere fermato.

Secondo Eylem Sarioglu, la legale dei familiari delle vittime – che ha potuto accedere ai rapporti solo un anno dopo – “si deve valutare il ruolo dei funzionari pubblici nell’attentato del 10 ottobre in tre parti separati: prima, durante e dopo l’attacco. Prima del massacro a membri dell’Isis vennero fornite le condizioni per stabilirsi e organizzarsi a Antep. Il giorno dell’attacco, il governatorato di Ankara e il Dipartimento alla sicurezza non hanno preso misure per garantire la sicurezza dei partecipanti alla manifestazione. Dopo l’attacco la polizia ha usato i gas lacrimogeni contro le persone che cercavano di soccorrere i feriti”.

Dopotutto il co-presidente dell’Hdp, Selahattin Demirtas – in prigione da 11 mesi – lo aveva previsto a poche ore dalla strage: “Non ci sarà mai un’inchiesta per capire chi è il responsabile. Abbiamo perso almeno 150 dei nostri sostenitori prima e dopo le elezioni [del 5 giugno 2015]. Nessuno è stato definito ‘responsabile’. Non c’è mai stata alcuna inchiesta. E la stessa cosa avverrà oggi”. Nena News

Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

 

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