Tutti contro Gheddafi

LIBIA

29 marzo 2011  ore 14.27

Boffey, Black, MacAskill, Townsend e Helm, The Observer, Gran Bretagna

Francia e Gran Bretagna volevano intervenire subito. Ma Washington aveva dei dubbi. Il dietro le quinte dell’attacco occidentale contro la Libia.

Per un breve, felice momento il 18 marzo è sembrato che la risoluzione adottata la sera prima dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avesse effettivamente costretto Muammar Gheddafi a fermarsi. Con grande sorpresa di tutti, il dittatore libico ha annunciato un cessate il fuoco immediato, suscitando il sollievo e la gioia degli abitanti di Bengasi, che era assediata dalle forze governative. L’impegno del premier britannico David Cameron, del presidente statunitense Barack Obama e del presidente francese Nicolas Sarkozy a usare “ogni mezzo necessario” per fermare l’attacco del colonnello contro i suoi stessi cittadini avevano ottenuto risultati immediati. Ma l’euforia non è durata a lungo.

Esattamente otto anni dopo che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno invaso l’Iraq, l’occidente si trova coinvolto in un altro scontro dall’esito incerto con un dittatore arabo.

Il cessate il fuoco di Gheddafi si è rivelato una finta. Le sue truppe sono penetrate in profondità nella città di Bengasi, dove gli scontri strada per strada e i bombardamenti dell’artiglieria sono andati avanti per tutto il giorno. Secondo i mezzi d’informazione, all’ospedale cittadino Jala sono arrivati almeno 26 morti e oltre 40 feriti.

“Dobbiamo aspettare che ci uccida tutti prima che il mondo si decida a intervenire? Siamo molto delusi”, ha dichiarato Adel Mansoura, un controllore del traffico aereo in fuga da Bengasi. “Quando abbiamo saputo della risoluzione dell’Onu, siamo stati molto felici e pensavamo di essere finalmente liberi, ma ora ci hanno lasciati da soli con gli assassini”.

A Parigi, dove il 18 marzo i leader mondiali erano riuniti per discutere dell’attacco militare contro la Libia, l’inganno di Gheddafi è stato accolto con rabbia. A quel punto il mondo è entrato in azione. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Canada e Italia hanno cominciato a lanciare attacchi con l’obiettivo di colpire le difese aeree di Gheddafi. “Oggi ho autorizzato le forze armate degli Stati Uniti ad avviare un’azione limitata a sostegno dello sforzo internazionale per proteggere i civili libici”, ha dichiarato Obama. Subito dopo più di 110 missili hanno colpito venti bersagli a Tripoli e a Misurata.

Il ruolo degli Stati Uniti
La battaglia dell’occidente per liberare il mondo da uno dei suoi tiranni più eccentrici e violenti è cominciata appena finito il vertice di Parigi. Il percorso per arrivare alla risoluzione dell’Onu, invece, è stato lento e incerto. Nonostante le sollecitazioni della Lega araba, la sera del 17 marzo non c’era ancora un accordo sull’imposizione di una no-fly zone sulla Libia. Ma alla fine la risoluzione è stata approvata dal Consiglio di sicurezza. “Non siamo stati sicuri di farcela finché non abbiamo votato”, ha dichiarato un funzionario del governo britannico.

Una questione molto discussa, rivelano alcuni dei partecipanti, ha riguardato il ruolo degli Stati Uniti. Britannici e francesi erano pronti a prendere l’iniziativa militare, scottati dalle critiche per la loro esitante risposta iniziale alla primavera araba. I francesi, in particolare, volevano rimediare all’errore commesso nei primi giorni della rivolta in Tunisia, quando il governo aveva offerto aiuto al regime di Ben Ali.

Secondo i suoi collaboratori, David Cameron era infastidito dalle critiche ricevute quando, poco dopo la caduta di Mubarak, è andato in Kuwait e in Egitto con alcuni produttori di armi. Inoltre molti cittadini britannici in Libia si erano lamentati per non aver ricevuto l’aiuto del loro governo nei primi giorni della rivolta. Il primo ministro era quindi ansioso di assumere il controllo delle operazioni.

Anche tenere lontana Washington dall’azione militare, ha ammesso un funzionario di Downing street, ha fatto parte del processo di costruzione del consenso intorno alla risoluzione delle Nazioni Unite. Era importante infatti che non sembrasse un’iniziativa solo occidentale, perché lo spettro dell’Iraq era sempre presente.

Il problema principale, però, era capire se l’amministrazione Obama volesse essere coinvolta. L’ostacolo maggiore è stato Robert Gates. Il segretario alla difesa statunitense aveva detto chiaramente che secondo lui la no-fly zone era un errore, avvertendo che non sarebbe stata un’operazione a costo zero perché avrebbe richiesto il bombardamento della contraerea libica. In un discorso tenuto all’accademia militare di West Point, Gates aveva insinuato che sarebbe stata una follia per il presidente imbarcarsi in un’altra guerra in Medio Oriente o in Asia centrale.

La sua preoccupazione era che la no-fly zone da sola non avrebbe potuto impedire il massacro dei civili, ricordando la strage degli sciiti compiuto da Saddam Hussein dopo la prima guerra del Golfo. In Europa occidentale la posizione statunitense è stata accolta con frustrazione e Sarkozy ha perfino ipotizzato di agire da solo. “Se nessuno vuole farlo, la Francia interverrà da sola”, ha dichiarato a una delegazione dell’opposizione libica nel corso di una riunione all’Eliseo.

Ma pur tenendo conto degli avvertimenti di Gates, Obama era possibilista. Sebbene fossero scettici sull’opportunità di un’azione militare, Obama e la segretaria di stato Hillary Clinton non l’hanno esclusa. Quando però si è avuta l’impressione che Gheddafi stesse riuscendo a respingere i ribelli, Clinton si è decisa. Con l’aiuto di Samantha Power, del consiglio per la sicurezza nazionale, e di Susan Rice, l’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Clinton ha convinto Obama che valeva la pena di correre il rischio in Libia.

Le tre donne sono riuscite anche a dimostrare che il mondo arabo voleva questo intervento. Il 15 marzo Obama era convinto che gli Stati Uniti dovevano agire: sono stati preparati i piani militari e il presidente si è impegnato a convincere gli alleati chiave del paese. La sera del 17 marzo il piano di azione militare aveva già i voti necessari e Obama ha parlato di nuovo con Cameron. L’unico dubbio era: come avrebbe reagito Gheddafi?

Sei minuti
Quando il 18 marzo il ministro degli esteri libico Mussa Kussa ha annunciato il cessate il fuoco in televisione, a Westminster si è parlato della “guerra dei sei minuti”. Ma l’occidente sa bene che dev’esserci un motivo se, nonostante la sua immagine eccentrica, Gheddafi è rimasto al potere in Libia per più di quarant’anni. È sopravvissuto alle proteste del mondo dopo l’attentato del 1988 contro l’aereo della Pan Am sulla cittadina scozzese di Lockerbie in cui morirono 270 persone, e tra gli esperti nessuno dubita della sua determinazione personale a sopravvivere a ogni costo.

L’ultimo rantolo del leader libico consiste ora nel dire, con aria di sfida, che il suo paese è nuovamente vittima di un’aggressione coloniale. Il 18 marzo la Libia ha annunciato che avrebbe cessato tutte le operazioni militari in segno di rispetto per le Nazioni Unite, ma a rivelare la natura tattica di questa mossa è stata l’affermazione, fatta nello stesso momento, che l’Onu non aveva diritto di interferire negli affari interni del paese. A Tripoli sono state rapidamente organizzate delle manifestazioni per accusare gli Stati Uniti e le Nazioni Unite di usare due pesi e due misure.

“Dov’era Obama quando gli israeliani bombardavano Gaza? Dove era l’Onu?”, è stato lo slogan principale di una manifestazione di immigrati egiziani davanti alla missione delle Nazioni Unite a Tripoli. Gli uomini del regime inoltre liquidano i ribelli come “bande di terroristi legate ad Al Qaeda”.

“È molto facile risolvere i problemi della Libia”, ha affermato un funzionario governativo. “Lasciatelo fare a noi, senza l’intervento dell’occidente o degli arabi”.

Ma dalla capitale libica arrivano molti segnali del fatto che Gheddafi è sempre più isolato e fatica a tenere il passo con il ritmo febbrile degli sviluppi degli ultimi giorni. Le autorità libiche si sono preoccupate quando hanno saputo che la Russia non avrebbe messo il veto alla risoluzione dell’Onu. E Gheddafi, apparentemente rilassato nella sua tenda nel compound di Bab al Aziziya, durante un’intervista in tv prima del voto sembrava sperare che almeno la Cina avrebbe respinto la risoluzione.

Ma se all’inizio della settimana il colonnello sembrava aver perso lucidità, dopo gli attacchi stranieri si è ripreso, e con terribili conseguenze. Centinaia di persone sono state incoraggiate a riunirsi intorno ai potenziali obiettivi dei bombardamenti. Molti libici si sono ammassati nel quartier generale del colonnello gridando slogan e alzando i suoi ritratti, mentre i mezzi d’informazione hanno ricevuto l’ordine di dire al mondo che i ribelli attaccavano le forze del regime in ritirata.

Una formulazione elastica
In Gran Bretagna l’intervento ha suscitato un dubbio: il paese è capace di un tale sforzo militare? Secondo il premier Cameron, il suo paese è perfettamente in grado di affrontare questa guerra. I Tornado e i Typhoon britannici sono superiori ai jet libici nei duelli aerei. In particolare, “i Tornado possono attaccare i bersagli a terra in modo molto efficace”, spiega Shashank Joshi, un dottorando in relazioni internazionali dell’università di Harvard.

Secondo Joshi, la risoluzione dell’Onu potrebbe innescare una lunga serie di azioni contro Gheddafi. “La risoluzione è formulata in modo elastico. Potrebbe comprendere azioni come, per esempio, disturbare le comunicazioni militari libiche, impedire al regime di usare radio e radar, e fermare la propaganda a Tripoli, se si pensa che possa costituire una minaccia in termini di incitamento alla violenza. La Gran Bretagna ha la capacità di farlo, usando armi e munizioni teleguidate”.

Il problema è se il conflitto scende per strada, come in Iraq e in Irlanda del Nord, dove le tecnologie avanzate diventano inutili. Inoltre i danni collaterali su vasta scala e le vittime civili degli attacchi aerei potrebbero rafforzare il sostegno della popolazione alle forze di Gheddafi. Gli esperti ritengono che la rapidità dell’offensiva del regime contro Bengasi sia stata calcolata in modo che la battaglia si sposti in città, piuttosto che nel deserto, dove gli aerei stranieri possono attaccare facilmente le truppe di Gheddafi.

Mentre alla camera dei deputati britannica c’è un consenso generale intorno alla missione, altri paesi europei sono più titubanti. Il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle ha ricordato che ogni intervento militare conduce inevitabilmente a “vittime civili”, aggiungendo che “non esistono gli attacchi chirurgici”.

A Tripoli molti sperano che l’intervento dell’occidente significhi l’avvicinarsi della caduta di uno dei dittatori più longevi del mondo. Tuttavia pochi libici si sorprenderebbero se Gheddafi riuscisse a farla franca ancora una volta.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 890, 25 marzo 2011

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