TUTTI SANNO CHE I COLONI TAGLIANO GLI ULIVI PALESTINESI. MA AD ISRAELE NON INTERESSA – di Amira Hass

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07/11/2018  13.20

Tutti sanno che i coloni tagliano gli ulivi palestinesi. Ma ad Israele non interessa

Gli israeliani che vengono da un vicino avamposto nel nord della Cisgiordania danneggiano gli alberi, rubano le olive e lanciano pietre, eppure gli abitanti dei villaggi palestinesi dicono che coinvolgere la polizia è uno spreco di tempo.

Di Amira Hass
5 novembre 2018

Il video del 4 ottobre appare come la scena di una raccolta di olive. Dopo tutto, è quella la stagione. Due giovani, almeno uno dei quali è un minore, stanno tenendo un grande telone. Il più piccolo dei due sta reggendo un bastone e colpendo un albero, ma piuttosto che staccare le olive, i colpi spezzano i rami dell’albero.

Gli ulivi nel villaggio palestinese di Burin nel nord della Cisgiordania non appartengono a questi giovani, e nessuno ha dato loro il permesso di raccogliere olive in questo uliveto ad ovest del checkpoint di Hawara. Sono ebrei senza possibilità di errore. I loro zucchetti bianchi, i riccioli laterali e le rituali frange tzitzit lo rendono chiaro.

Ad un residente di Burin che ha voluto essere identificato solo come N. è stato chiesto di filmare ciò che stava accadendo. È riuscito a raggiungere la scena circa 20 minuti dopo. Ha chiamato la polizia, e durante il tempo del suo arrivo, da 15 a 20 minuti più tardi, era riuscito a filmare i giovani che colpivano tre alberi.

Quando gli intrusi hanno visto un veicolo della polizia, sono fuggiti. Tre sacchi di olive sarebbero stati trovati più tardi dalla polizia in una delle due case abbandonate nell’uliveto, una delle quali appartiene al proprietario dell’uliveto. La seconda casa appartiene ad una famiglia di Nablus che gli ebrei hanno sfrattato, buttando fuori tutti i loro mobili ed averi, all’inizio della seconda Intifada, circa due decenni fa, ha detto N. Quella famiglia non è mai ritornata a vivere là.

Le due case e le centinaia di dunam di terra di proprietà privata intorno ad esse sono considerate una zona così pericolosa che i palestinesi hanno bisogno di coordinarsi con l’esercito israeliano per entrarvi. Il permesso è assicurato solo due o tre volte l’anno. Perché è pericolosa? Perché l’area è anche una sorgente che era stata usata per irrigare gli uliveti di Burin per anni. Gli israeliani l’hanno trasformata in un bagno rituale religioso e in un luogo di tempo libero.

È anche vicina all’insediamento ebraico di Har Bracha e all’avamposto non autorizzato di Givat Ronen. Per evitare “frizione”, le autorità israeliane proibiscono ai proprietari di terra palestinesi di accedervi.

I poliziotti infine hanno trovato i giovani con le frange rituali sotto un grande albero. N. ha visto che venivano portati via nella macchina della polizia. Quando è arrivato il proprietario dell’uliveto, ha scoperto che altri alberi erano stati colpiti nello stesso modo, apparentemente due o tre giorni prima, e che una considerevole porzione delle olive non c’era più.

L’ufficio del portavoce per il distretto di Cisgiordania della polizia israeliana ha rilasciato la seguente dichiarazione sul caso: “Grazie alla decisiva azione della polizia israeliana, tre giovani sospetti sono stati arrestati per sospetto furto agricolo e offese a sfondo razziale. L’indagine è tuttora in corso, E quando sarà conclusa, il caso sarà trasferito per una revisione e una decisione da parte dell’Ufficio del Procuratore dello Stato”.

A N. è stato chiesto di andare alla stazione di polizia all’insediamento di Ariel in Cisgiordania per fornire un racconto dell’incidente. “Non all’interno, ma fuori dal cancello orientale dell’insediamento”, ha detto, aggiungendo che il poliziotto ha usato l’esterno del suo cruiser come scrivania per scrivere il racconto di N.  N. non ricorda il numero di volte in cui ha riferito alla polizia incidenti simili nel suo villaggio. Ma i reclami degli abitanti non hanno mai avuto come risultato accuse di crimini o condanne che potrebbero scoraggiare altri.

Secondo numeri delle Nazioni Unite e informazioni fornite da N., il recente furto di olive era uno dei 48 atti di violenza e vandalismo da parte di civili israeliani nel solo Burin negli ultimi tre anni. Ci sono stati sei attacchi nel 2016; 18 nel 2017 e 24 ad oggi quest’anno anno. La natura degli incidenti è varia: raid da parte di civili accompagnati da soldati che hanno fornito loro copertura; lancio di pietre alle persone, compresi i pastori, e ai frutteti; il furto di olive; alberi che sono stati buttati giù o danneggiati; e attacchi sugli agricoltori al lavoro.

Sabato 20 ottobre, a dei contadini palestinesi era stato permesso l’accesso alla loro terra vicino all’insediamento di Yitzhar per il solo scopo di raccogliere olive, e solamente dietro il preventivo coordinamento con l’esercito. Un uliveto di un agricoltore è nel wadi, ha detto N. Quando è andato a raccogliere le sue olive, c’era là una jeep militare. Mentre i soldati sorvegliavano, 12 israeliani sono discesi da uno degli avamposti che crescono come funghi di Yitzhar, e gli hanno lanciato pietre, ha detto. Ma qualcuno ha chiamato la polizia di frontiera e quando sono arrivati, gli intrusi sono scappati. Come risultato dell’incidente, all’agricoltore è stato dato un permesso speciale per lavorare il suo appezzamento per un altro giorno – martedì scorso.

Una settimana prima, il 13 ottobre, N. era presente per un raccolto di olive sulla terra che appartiene agli abitanti dei villaggi di Burin e Hawara, a sud di Givat Ronen. È stata la stessa storia: degli israeliani sono discesi dall’avamposto per lanciare pietre, e i raccoglitori di olive sono fuggiti. Allora uno degli israeliani si è avvicinato ai teloni su cui le olive erano state ammucchiate, hanno gettato le olive sul terreno e preso i teloni. “E tutto è stato catturato su video”, ha detto N.

Dal 2016, israeliani individuali hanno inscenato raid al vicino villaggio di Urif 16 volte e 35 ad Hawara. Secondo numeri delle Nazioni Unite, dei 99 attacchi documentati in questi tre villaggi confinanti, 13 hanno incluso incendi. Almeno 1700 alberi e grandi quantità di raccolti sono stati vandalizzati nei tre villaggi nel corso degli ultimi tre anni.

Madama, Asira al-Qibliya ed Einabus sono anche nella lista dei villaggi che sono stati colpiti dentro lo stesso territorio di 25 chilometri quadrati (16 miglia). Questa è soltanto una piccola porzione – la metà in percentuale – della Cisgiordania ed è il soggetto di un recente rapporto rilasciato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, che mette a fuoco quel violento epicentro. Il rapporto è intitolato “Yizhar – un caso di studio: la violenza dei coloni come un veicolo per prendere la terra palestinese con il supporto dello stato e dell’esercito”.

Yesh Din ha documentato 275 attacchi contro questi sei villaggi tra il 2008 e il 2018 che sono stati presumibilmente commessi da cittadini israeliani. Ci sono altri casi simili in quest’area, ma questi sono i soli che Yesh Din ha documentato. In 167 di questi casi, le vittime palestinesi hanno presentato reclami alla polizia. A maggio di quest’anno, 152 reclami sono stati esaminati. Solo 5 ( il 3 per cento) sono finiti con un’incriminazione, mentre 117 (il 77 per cento ) sono stati chiusi perché il perpetratore non è stato identificato. Altri 22 casi (il 14 per cento) sono stati chiusi per insufficienza di prove.

Queste statistiche e il tasso di impunità sono simili ai dati sui crimini contro i palestinesi per l’intera Cisgiordania. Nel solo ottobre, le organizzazioni israeliane B’Tselem e Yesh Din hanno documentato 12 casi di attacchi su raccoglitori di olive o di danni ad alberi presumibilmente commessi da israeliani nella Cisgiordania centrale.
In una risposta a questo articolo, l’ufficio del portavoce della polizia israeliana per il distretto di Cisgiordania ha detto che non era a conoscenza delle statistiche e non poteva determinare la loro veridicità.

Sia l’esercito che la polizia sono a conoscenza che gli uliveti che sono stati colpiti sono suscettibili di tali assalti condotti da israeliani, fin da quando sono stati attaccati in passato. Il loro accesso per i palestinesi è solitamente ristretto. Dall’inizio della seconda Intifada, che era scoppiata nel 2000, è stato generalmente limitato a due o tre volte l’anno. Decine di alberi sono usualmente danneggiati in ogni attacco, il che significa che sono coinvolte parecchie persone.

Quando gli alberi sono giovani, possono essere facilmente sradicati, ma alberi molto più maturi richiedono una sega elettrica. Questo significa che l’attacco richiede pianificazione, e anche se ci sono due seghe, tagliarli richiede tempo e fa un sacco di rumore. In altre parole, gli assalitori probabilmente si sentono ben fiduciosi che non saranno puniti, anche se vengono presi.

Le aree sono dotate di videocamere di sorveglianza dell’esercito. A volte, gli attacchi ( principalmente incendi e assalti sui raccoglitori) sono stati condotti con dei soldati presenti. Il danno materiale è esteso, e il danno emotivo non può essere quantificato.

Muhammad Awwad del villaggio di Turmus ha 80 anni. L’agricoltura è la sua principale fonte di reddito, ed è considerato uno dei maggiori agricoltori nell’area. Ha detto a Iyad Haddad, un operatore sul campo di B’Tselem, del suo shock quando è andato al suo uliveto il 7 ottobre, in coordinamento con l’esercito. Ha scoperto che decine di ulivi erano state distrutte, i loro rami segati dai tronchi degli alberi. “Ho pensato che me lo stavo immaginando“, ha detto.

Gli alberi erano di qualità particolarmente alta ed erano stati piantati 40 anni fa. Un ufficiale del Coordinamento di Distretto Israeliano e dell’Amministrazione di Collegamento, insieme ad un poliziotto e ad un soldato, è arrivato, ma Awwad ha detto a Haddad categoricamente: ”Non ho desiderio di sprecare il mio tempo presentando un reclamo che non ha alcun valore e i risultati del quale sono noti in anticipo“.

In effetti, negli anni recenti, i ricercatori sia di B’Tselem che di Yesh Din hanno notato un chiaro calo nel numero di vittime palestinesi che si preoccupano di fare reclami alla polizia su tali incidenti.

Da parte sua, Abu Atta del villaggio di Awarta aveva presentato un reclamo a ottobre 2017 sul furto delle sue olive. La prospettiva che il suo reclamo sarebbe stato investigato e trasformato in una incriminazione come un esempio per altri era apparentemente alto. Dopo tutto, non era niente di meno di un ufficiale israeliano al Coordinamento israeliano di Distretto e di Amministrazione di Collegamento che aveva catturato il cittadino israeliano che stava rubando olive dall’uliveto palestinese vicino all’entrata dell’insediamento di Itamar. Aveva fotografato il ladro e si era anche preso la briga di cercare il proprietario dell’appezzamento, e lo aveva aiutato a compilare il reclamo.

Un’indagine chiusa

Una squadra di Yesh Din e l’avvocato Michael Sfard hanno cercato di monitorare il progresso dell’indagine del furto delle olive di Abu Atta, ma non hanno ricevuto alcuna informazione per sei mesi. Con loro sorpresa, ad agosto, sono stati informati che era stato deciso di chiudere il caso senza neanche interrogare il sospetto. Sfard ha scritto all’avvocato ed ufficiale israeliano Gil Deshe al distretto di Samaria della polizia israeliana, per chiedergli perché. Ha anche chiesto che ad un rappresentante di Yesh Din fosse permesso di fotocopiare il file dell’indagine.

Alla fine di settembre, Deshe ha risposto che il file era stato chiuso per la mancanza di pubblico interesse, che era il motivo per cui non avrebbe consentito di copiare il file. Sfard ha quindi presentato un appello sulla chiusura del caso. Solo a seguito di domande di Haaretz 10 giorni fa, riguardanti il caso, Sfard è stato informato che il file in effetti poteva essere copiato.

“Questa storia non è per niente diversa da centinaia di altri casi che sono stati chiusi senza interrogare i sospetti, senza incriminazioni e senza neanche una vera indagine“, Sfard ha detto ad Haaretz. “Ciò che c’è di nuovo questa volta è che ho ottenuto una conferma ufficiale dal sistema di applicazione legale di ciò che sapevamo da lungo tempo: che il danno inflitto ad un contadino palestinese non li interessa”. In commenti relativi alla risposta ufficiale di Deshe, Sfard ha detto che Deshe aveva “così internalizzato lo spirito dei tempi” che aveva dimenticato di impegnarsi in una “mascherata“ e “semplicemente ha detto la verità: il caso era stato chiuso perché non c’era pubblico interesse“.

Da parte sua, l’ufficio del portavoce per la polizia israeliana in Cisgiordania ha detto che non era stata fatta alcuna richiesta di fotocopiare il file all’ufficio del procuratore. “E nella misura in cui il querelante desideri fare così, egli deve sottoscrivere una richiesta metodica”, ma non ha fornito una spiegazione sul perché il caso era stato chiuso per mancanza di pubblico interesse.

In seguito alla presentazione dell’appello da parte di Sfard, “la procura sta esaminando il file dell’indagine e l’esistenza di prove”, ha detto l’ufficio del portavoce.

L’ufficio del portavoce ha anche detto che nel mese passato, il raccolto delle olive aveva avuto luogo in Cisgiordania, e “le forze di sicurezza sono dispiegate sul terreno per prevenire frizione tra le diverse popolazioni, in tal modo consentendo ai palestinesi di raccogliere dagli ulivi che possiedono nella loro area”.

“La polizia israeliana considera ogni atto di violenza o ruberia come grave, e di conseguenza, qualora venga ricevuto un reclamo dalla polizia, è indagato a fondo per arrivare alla verità, senza riguardo per l’origine o l’identità della vittima o dell’offensore, o per il luogo della violazione. Le statistiche presentate [che mostrano che la maggior parte dei casi sono stati chiusi] non sono note alla polizia, e la portata della loro veridicità non è chiara”, ha detto l’ufficio del portavoce.

La dichiarazione ha continuato:”Quello che è chiaro è che negli anni recenti, la polizia ha lavorato per arrestare e perseguire un grande numero di sospetti di aver causato danni e di avere derubato proprietà palestinesi. Inoltre, malgrado il tasso relativamente basso di reclami su danni a proprietà agricole, la polizia di solito agisce di propria iniziativa, cominciando un’indagine e un rafforzamento e operazioni di prevenzione, insieme all’esercito israeliano e alle forze di sicurezza. La polizia israeliana continuerà ad agire con decisione, apertamente e sotto copertura, insieme alle altre forze di sicurezza nell’area e ai punti di frizione per prevenire tali incidenti, a rafforzare la legge e ad indagare e perseguire i coinvolti“.

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

 

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