Tutto passa. Passa di tutto.

Abbiamo visto tutto. Abbiamo capito tutto. Ancora una volta attoniti. Ma anche stavolta la notizia è… passata. Inutili le rimostranze, le analisi e le proteste. Certo, abbiamo letto: “indignazione”, “sgomento”, “riprovazione per le vittime civili”. Ma la notizia del massacro, ennesimo crimine impunito, atto di terrorismo e pirateria internazionale, semplicemente non c’è più.
Questa rimozione, che segue alla consueta imbarazzata paralisi di ogni doverosa e prevista azione internazionale nei confronti del governo israeliano, non ci stupisce più. Per questo, tra accuse di antisemitismo e di ingenua fiducia nella legalità internazionale, noi di BoccheScucite andiamo avanti, e denunciamo e invitiamo a riflettere seriamente chi è disposto a farlo. Troppi decenni ci hanno abituato a questo accumulo di efferatezze sempre più pesanti compiute dalla potenza occupante a cui corrisponde, immancabilmente, la totale rimozione del male compiuto da parte della stessa, si tratti di una lunga “operazione” dai nomi fantasiosi (“Scudo difensivo”, “Pace in Galilea”, “Piombo Fuso”) oppure “solo” di un brevissimo “blitz” come quello della nave di aiuti umanitari (definito da La Stampa:“spiacevole errore di tattica antiterroristica”). Ma abituati a questo sono soprattutto i palestinesi, che da anni ormai non reagiscono più con la rabbia del cortocircuito violento della seconda intifada, ma piuttosto con la straordinaria (e ai nostri occhi spesso incredibile!) risposta nonviolenta. Ce l’ha ricordato in questi giorni il leader nonviolento Mustafa Bargouti:

(….) “E’ questo, e solo questo che Israele cerca da noi: la violenza e la reazione. Cerca la guerra, perché in guerra vince chi è più forte, e non chi ha ragione. So che diciamo resistenza, qui, e voi sentite terrorismo. Ma abbiamo imparato a opporre a Israele non la nostra disperazione, ma la nostra bellezza … e contro il loro nucleare allora, non razzi di latta ma dignità, e la fermezza e l’ostinazione: e contro i loro insediamenti, i nostri studenti che nonostante tutto studiano, contro i loro bombardamenti la nostra vita che nonostante tutto vive.
Cerca l’attacco, l’esplosione Israele, per sguainarvi contro la retorica dell’autodifesa. Ma la nostra resistenza è quello che accade ogni venerdì a Bi’lin e Ni’lin e sempre più ovunque: è il boicottaggio dei prodotti dei coloni e le sanzioni economiche, e l’attuazione del parere della Corte di Giustizia sull’illegalità del Muro e l’obbligo di abbatterlo, è il Rapporto Goldstone e il Documento delle Chiese “Kairos Palestine” contro l’apartheid. E quello che mi colpisce ogni volta di più, non è quello che Israele fa, ma quello che le si consente di fare. Perché questa non è solo una battaglia per la terra, ormai: è una battaglia per il diritto internazionale. Per un mondo in cui non sia possibile violare impuniti le più basilari regole di convivenza: assaltare, e assassinare e arrestare, sequestrare, e ovunque e chiunque, e senza freno”

Ecco allora il nostro editoriale che “scuce la bocca” a Munir e Amos Oz, per non dimenticare i fatti di queste settimane, attraverso le voci più diverse che si sono schiantate contro la chiglia macchiata di sangue della Mavi Marmara, troppo presto però dissoltesi tra le onde di quel mare di Gaza che sta diventando il luogo e lo strumento della cosiddetta “intifada delle navi”. Diamo voce alla Gaza sotto embargo nonostante alcuni amici palestinesi ci ricordino di non abbassare la guardia nella denuncia “politica” dell’occupazione di tutta la Palestina, per evitare il rischio di farne una questione solamente “umanitaria”. E segnaliamo le voci di chi meriterebbe solo una denuncia, come il titolo più famoso delle rassegne stampa; quello de Il Giornale del 31 maggio: “Israele ha fatto bene a sparare”. Ma giudicate voi e soprattutto inventate un modo per inoltrare/stampare/fotocopiare, insomma: raggiungere altre persone con una versione dei fatti che faccia aprire gli occhi sulla realtà. Anche stavolta “per non dimenticare”.

Munir, 23 anni, Gaza:
Questi martiri venuti dall’occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticati che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari, poter piangere con loro. (31 maggio)

Michel Warshawski:
La ragione di tutto ciò è che siamo ancora in una sindrome post-Piombo fuso: crediamo che l’intero mondo sia contro di noi, che abbiamo perso la battaglia delle pubbliche relazioni e che quindi dobbiamo mostrare al pianeta che faremo tutto ciò che vogliamo.

Fiamma Nirenstein:
Andare a portare aiuti a Gaza, che in questo momento è uno staterello guidato da un’organizzazione terroristica che vuole distruggere Israele, è gesto gravemente irresponsabile. (31 maggio)

Sami Abu Zuhri:
E’ un enorme crimine e una flagrante dichiarazione della legge internazionali. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con la nostra Gaza. Sono gli occupanti, attraverso questo crimine, ad essere oggi sotto assedio. (31 maggio)

Patriarca Fouad Twal:
Ma dove vorranno arrivare? Domenica ero a Gaza: un inferno. Questa situazione purtroppo per noi
non è una novità, è il nostro pane quotidiano. Certo, c’è il dolore di un massacro in più, ma abbiamo già assistito ad altri massacri come a Jenin e a Gaza. Mi aspetto ora solo una cosa: il coraggio di dire la verità. La comunità internazionale deve dire a Israele: questo non si fa, stai perdendo la testa.
(1 giugno)

Moni Ovadia:
Era inevitabile che accadesse. L’insensato atto di pirateria militare israeliano contro il convoglio navale umanitario con la sua tragica messe di morti e di feriti non è un fatale incidente, è figlio di una cecità psicopatologica, della illogica assenza di iniziativa politica di un governo reazionario che sa solo peggiorare con accanimento l’iniquo devastante status quo. Di cosa parliamo? Dell’asfissia economica di Gaza e della ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad un popolo intero. Dopo la stagione di Oslo, il sacrificio della vita di Rabin, non c’è più stata da parte israeliana nessuna vera volontà di raggiungere una pace duratura basata sul riconoscimento del diritti del popolo palestinese sulla base della soluzione due popoli due stati. (Moni Ovadia, 1 giugno 2010)

Gianpaolo Calchi Novati:
Questa volta non si può dire che il solo colpevole sia Israele. Il fatto è troppo enorme. Grandi responsabilità ricadono su tutti quelli che – gli Stati Uniti anzitutto, la comunità internazionale nel suo insieme e ancora più in generale un «discorso» che ha mistificato e mistifica la verità al di là di ogni ragionevolezza – hanno permesso a Israele un’impunità che l’ha convinto della bontà assoluta di una strategia che si fonda sull’intransigenza senza il minimo spiraglio e sulla forza preventiva come sola politica (in realtà una non-politica). Il leit-motiv era che Israele non poteva perdere nessuna battaglia perché ciò avrebbe comportato perdere la guerra.

Hillary Clinton:
La situazione a Gaza è inaccettabile e non può continuare. (1 giugno 2010)

Shulamit Aloni:
Il mio Paese sta mostrando il suo volto peggiore. L’assalto sanguinoso è una macchia che resterà nel tempo. Così ci condanniamo a una brutta fine. (1 giugno)

Avi Mograbi:
“Se potessi chiederei a tutti i paesi del mondo di mandare subito a Gaza delle navi in via ufficiale. E che su queste navi ci siano gli aiuti per Gaza e molti dolci, caramelle, cioccolata. Lo sa? I dolci sono proibiti a Gaza ma non mi chieda il perché. Forse si preoccupano della loro dieta.” (1 giugno)

Zvi Shuldiner:
“L’incendio si estende per il mondo e Israele si ritrova in mezzo a un terribile uragano che forse ha un solo punto positivo: l’impressionante catena delle reazioni internazionali all’azione israeliana serve a gettare un fascio di luce su una realtà oscurata quali l’assedio di Gaza e la miseria imposta a un milione e mezzo di palestinesi.” (2 giugno)

Ufficio stampa del Governo israeliano (Gpo), dal video satirico diffuso on line:
«A volte viene il momento in cui tutti dobbiamo fare uno spettacolo / per il mondo, per il web e per la Cnn. /Se non ci sono persone che muoiono / la cosa migliore che possiamo fare /è creare la più grande bugia di tutte le generazioni./Dobbiamo continuare a fingere tutti i giorni / che a Gaza ci siano la crisi umanitaria, la fame e le epidemie / che tutti i miliardi di aiuti / non bastino a soddisfare le esigenze di base / e ci vogliano ancora un po’ missili per i bambini». (4 giugno)

Amos Oz:
“L’uso della forza è lecito solo a scopi puramente difensivi e non per colonizzare e schiacciare militarmente un intero popolo. D’altra parte, dalla guerra dei sei giorni la potenza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra. E’ così che immaginiamo di poter risolvere qualsiasi problema usando la forza. A chi ha in mano un martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chido” (4 giugno)

Papa Benedetto XVI:
“È urgente che la Comunità internazionale intervenga prima che si arrivi ad un bagno di sangue”.
(5 giugno)

Manuela Dviri:
“Dopo tutto quell’assedio della Striscia, figlio dell’ossessione militare e politica al dio della sicurezza, ci costringe a vivere, noi stessi, in un infinito stato d’assedio, chiusi in un invisibile fortino, isolati e condannati dai popoli. Adesso dicono che bisogna spiegare al mondo le
nostre ragioni…non c’è nulla da spiegare. C’è solo da fare. C’è da ritirarsi finalmente, e per sempre,
dai territori. E da Gaza!” (5 giugno)

Amira Hass:
Israele si è abituato a non pagare per i suoi errori ed è diventato sempre più presuntuoso. Ma l’Occidente comincia a non considerarlo più un alleato prezioso. La presunzione e l’arroganza della cantilena dei media israeliani del 30 maggio han lasciato il posto alla confusione. Nessuna crisi umanitaria Gaza, una provocazione di Hamas, i soldati che attaccano e sostengono di essere attaccati. Esattamente come lo stato che gli ha ordinato di compiere un atto di pirateria. Identica la presunzione. (6 giugno)

Robert Malley, International Crisis Group:
Come si è comportata l’amministrazione Usa che aveva promesso una nuova politica per il medioriente? Ha annacquato le richieste per una dichiarazione di condanna facendo diventare l’attacco una “azione” e distribuendo “equamente” le colpe tra le parti coinvolte. Lasciamo perdere i segnali che queste scelte mandano agli abitanti di Gaza: ormai ci sono abituati. La prossima volta che Obama lancerà un appello al mondo musulmano nessuno lo starà a sentire e il suo governo dovrà prendersela solo con sé stesso. Chiaramente la comunità internazionale si è resa complice della scelta moralmente sbagliata e politicamente perdente di isolare Gaza e Hamas. (6 giugno)

Donald Macintyre:
E’ chiaro che il problema di Gaza non è solo umanitario. La vera tragedia è la graduale ma sistematica disgregazione della società civile. La comunità internazionale lo sa bene. E se le Nazioni Unite violassero loro stesse l’embargo per aggirare le obiezioni di Israele sul pericolo di una nave di attivisti per la sua sicurezza? D’altra parte Jahn Ging, direttore dell’Unrwa a Gaza ha detto: “per la comunità internazionale è giunto il momento di fare fisicamente qualcosa per salvare Gaza!”

Gideon Levy:
Ancora una volta un tragico film dell’orrore per una versione in miniatura dell’operazione Piombo Fuso. La solita falsa accusa secondo cui sono stati gli altri a cominciare, l’idea che il blocco di Gaza sia legale e che la flotta era fuorilegge. E poi ovviamente la tesi dell’autodifesa, anche se i morti sono tutti dall’altra parte. Se Piombo Fuso è stata un punto di svolta nell’atteggiamento del mondo nei confronti di Israele, questa operazione è il secondo film dell’orrore di una serie che a quanto pare continua. Israele ha dimostrato di non aver imparato niente dal primo episodio. (7 giugno)

Nadia Hijab:
Israele è in crisi. Da decenni usa la stessa strategia: colpire gli oppositori con una violenza senza limiti. Quando risponde alla violenza con violenza invoca la legittima difesa e riesce a far passare la sua versione dei fatti. Ma quando risponde alla nonviolenza con la violenza, questa strategia diventa controproducente. (7 giugno)

Aziz 17 anni, Gaza:
Sarebbe stato umiliante accettare quei doni dalle navi ma siamo ridotti così male che non avremmo potuto rifiutarli. (7 giugno)

BoccheScucite

Articoli Correlati

2 Commenti

  1. Mi sfugge a cosa si riferisca Ovadia, quando parla di un “sacrificio” di Rabin… Forse mi confondo, ma Yitzhak Rabin non era il ministro israeliano che nel 1989 ha dato l’ordine all’IDF di spezzare le braccia dei ragazzini?

  2. Riporto, per chi vuole approfondire l’argomento, alcuni passi del libro: “Shalòm, amico! La vita e l’eredità di Yitzhak Rabin” a cura di David Horovitz (giornalista del Jerusalem Report dal 1990 al 2004):

    “Spezzategli le ossa. Resterà sempre un mistero se il ministro della difesa Yitzhak Rabin abbia o no pronunciato queste tre infami parole nell’impartire direttive ai soldati per la campagna contro la rivolta dei palestinesi, iniziata da qualche mese. La frase, che secondo un’opinione largamente diffusa risalirebbe agli inizi del 1988 (ma il ministro in seguito nego di averla pronunciata), procurò a Rabin una notorietà in negativo fin negli angoli più sperduti del mondo. Tutta la vicenda probabilmente lo ha seguito fino alla morte.
    Dan Shomron, allora capo di stato maggiore, afferma che, personalmente, non sentì mai Rabin pronunciare la frase. “Può anche darsi che l’abbia detto, ma in tal caso sarebbe stato solo un modo di dire, cioè che bisognava usare la forza. “Spezzare le ossa” era solo un’espressione, usata anche da Dado (il capo di stato maggiore David Elazar) durante la guerra del Kippur”.
    Neanche Amram Mitzna, capo del comando centrale che comprendeva la West Bank, udì Rabin impartire quel presunto ordine. “Però gli sentii dire che bisognava reprimere le sommosse con l’uso della forza fisica” aggiunge “e alcuni soldati dettero un’interpretazione errata a queste parole”.
    Altri sostengono che anche se Rabin non disse esplicitamente ai soldati di andare a spezzare le ossa ai palestinesi, in realtà voleva che facessero proprio quello. Comunque stessero le cose, ben presto non furono le parole a contare: nel primo anno dell’Intifada, nella striscia di Gaza si registrarono dodici morti per percosse e sempre là e nella West Bank si ebbero molti più casi di braccia e gambe spezzate. Ci furono anche 260 fucilati, ma in qualche modo fu più la vista dei soldati israeliani che picchiavano civili palestinesi a suscitare reazioni negative e scandalo tra gli israeliani di mentalità liberale e all’estero che non tutte le pallottole vere o di gomma messe assieme.
    E tutti potevano vedere quel che succedeva. In una delle scene più memorabili dell’Intifada un cameraman della CBS, sul fianco deserto di una collina vicino a Nablus, filmò quattro soldati dell’IDF che con il calcio dei fucili e con pietre pestavano teste, gambe e braccia di due palestinesi mentre lanciavano pietre durante una sommossa. La scena comparve sugli schermi televisivi di tutto il mondo, in prima serata, nel febbraio 1988, e suscitò grande scalpore, anche se poi si seppe che nessuno di quegli arabi aveva riportato fratture. In seguito, quando soldati e ufficiali sotto inchiesta per aver spezzato le ossa di alcuni palestinesi dichiararono di aver seguito le istruzioni del ministro della difesa, alla Knesset Rabin dichiarò che, a memoria sua, non aveva mai impartito ordini illegali né aveva ordinato ad alcuno di andare a spezzare le ossa dei palestinesi. Tuttavia, se mai un’immagine rimase appiccicata al ministro dell’Intifada, fu quella di Rabin lo spezza-ossa”.

    Nonostante questo nel 1994 Yitzhak Rabin, con Shimon Peres e Yasser Arafat ottenne il premio nobel per la pace!

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam