UE: SEMAFORO VERDE PER UNO STATO PALESTINESE?

All’incontro di mercoledì con i donatori, il Primo Ministro Salam Fayyad ha chiesto un “certificato di nascita” per uno stato di Palestina. Intanto la UE assicura accesso duty-free sui mercati comunitari per le merci provenienti da Cisgiordania e Gaza.

Ramallah, 14 aprile 2011 –  Ha richiesto un “certificato di nascita” per lo Stato palestinese, ieri il Primo Ministro Salam Fayyad, dopo che un rapporto delle Nazioni Unite, insieme a Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, hanno decretato che l’Autorità Palestinese ha i mezzi sufficienti, necessari per funzionare in quanto Stato.  Affermazioni appoggiate ieri a Bruxelles dall’Unione Europea, durante la conferenza dei donatori. Ai quali lo stesso Fayyad ha presentato una richiesta di 5 miliardi di dollari in aiuti per costruire le istituzioni dello Stato. 

L’altra notizia, direttamente e pubblicamente dichiarata dalla Baronessa Catherine Ashton, a capo delle politiche estere della UE è che i paesi membri comunitari garantiranno accesso duty-free ai prodotti agricoli e della pesca provenienti da Cisgiordania e Gaza.

C’è chi crede che, nonostante le manovre e le contromisure israeliane, tra cui le trattative segrete con la Russia o la proposta di un “indefinito e quanto mai vago” ritiro dalla Cisgiordania,  per bloccare il riconoscimento dello Stato palestinese il prossimo settembre, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’incontro di ieri a Bruxelles sia un passo in avanti verso il riconoscimento internazionale. Che secondo alcuni potrebbe condurre a un ri-bilanciamento tra i due attori, che sono sempre stati su due piani diversi, a partire dagli Accordi di Oslo: da una parte una potenza militare, appoggiata dagli Stati Uniti; dall’altra un popolo senza Stato, senza sovranità sul proprio territorio, con una Autorità Palestinese senza effettivo controllo, incapace di sopravvivere senza gli aiuti economici dall’estero. 

D’altra parte, nel caso di un riconoscimento internazionale palestinese, saremmo davvero di fronte a due attori alla pari? Non solo; una dichiarazione di indipendenza non risolve alcune questioni fondamentali, come quelle dei profughi, di Gerusalemme, e la presenza di oltre 500.000 coloni sul territorio palestinese. Senza contare che non è ancora stato raggiunto un accordo di unità nazionale tra le due entità, politicamente e territorialmente distinte che governano Cisgiordania e la Striscia di Gaza. 

C’è anche chi muove un passo oltre, come l’opinionista e giornalista palestinese (che vive negli Stati Uniti) Ali Abunimah, da sempre critico della scelta adottata dall’ANP, fondatore della testata on-line Electronic Intifada, che sulle pagine della versione inglese Al-Jazeera, ha definito gli sforzi della Autorità Palestinese per il riconoscimento indipendente di uno stato palestinese solo “un’elaborata farsa”. Un abile contraltare, in pratica, agli sforzi della dirigenza palestinese per la costruzione delle istituzioni e per lo sviluppo economico; entrambi però di fatto dipendenti da fattori esterni e dall’aiuto straniero. 

Ma Ali Abunimah va ancora oltre e decostruisce l’intera ipotesi che sostiene la manovra del riconoscimento: quest’ultimo dovrebbe condurre, secondo molti, ad una pressione internazionale tale da far ritirare le truppe di occupazione israeliane dai territori palestinesi. A fronte dell’esistenza della Palestina in quanto Stato, come membro delle Nazioni Unite, come continuerebbe a giustificarsi l’occupazione da parte di Israele? Eppure, prosegue il giornalista, il Libano è membro dell’ONU dal 1945 e questo non ha certo impedito a Israele di occupare il sud del paese, una sovranità violata ancora una volta nel 2006. E lo stesso vale per le Alture del Golan, nonostante anche la Siria sia membro dell’ONU.  Nena News

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