Umm Kamel, donna simbolo della Palestina che resiste agli invasori

Apartheid e pulizia etnica Evidenza Storie – 7/5/2012

 

Roma – InfoPal. “Avevo una casa a Gerusalemme Est, dove vivevo con mio marito e i miei figli, ma coloni e autorità di occupazione israeliane me l’hanno presa”.

Così inizia il suo drammatico racconto Umm Kamel al-Kurd, una palestinese gerosolimitana di 60 anni, durante il convegno “A 64 anni dalla Nakba“, svoltosi a Roma sabato 5 maggio.

La sua testimonianza commuove e indigna la sala del Centro Frentani, dove siedono circa 100 persone di diverse comunità cittadine e organizzazioni di solidarietà con la Palestina.

“Un giorno, un signore si presentò a casa nostra – continua Umm Kamel -, dicendo di essere un funzionario esattoriale israeliano, e mi chiese di fornirgli i nostri nomi e i dati della nostra abitazione, perché li avrebbe registrati presso l’ente per cui lavorava.

“Con questo stratagemma, l’uomo entrò in possesso dei nostri dati e documenti. Pensavamo si trattasse di un rappresentante della legge, invece era membro di un’organizzazione di coloni. Tempo dopo, ricevemmo la convocazione da parte del tribunale. Era un giorno di festa per noi musulmani, quindi non c’erano avvocati con cui presentarsi. I coloni avevano studiato bene la trappola!

“Contro di noi non c’erano accuse. Ci chiesero di scegliere quale parte di casa tenere per noi, quale per i nostri figli, il resto sarebbe andato ai coloni.

“Il giudice emise poi una sentenza di confisca della nostra abitazione, che venne divisa tra noi e i coloni. Era il ’99. Due anni dopo si presentò un gruppo di coloni con la chiave ottenuta dal magistrato. Essi occuparono una parte della nostra casa. Quel giorno mi trovavo in ospedale con mio marito, che era disabile. Arrivarono correndo dei vicini, dicendo che i coloni avevano preso una parte della mia casa e che i soldati li stavano proteggendo.

“L’esercito proteggeva i coloni, gli invasori, gli aggressori, da noi!

“Durante quella convivenza forzata, ci fecero subire ogni tipo di angherie, di tortura psicologia, di sopruso.

“Uno dei coloni mi disse pure: ‘Sono entrato a casa tua con un documento falso’. Nonostante ciò, la polizia rispose che non poteva cacciarli perché avrebbero dovuto comunque passare un anno nella nostra abitazione, secondo quanto disponeva la legge. Così essi trovarono un altro stratagemma: il giorno prima dello scadere di ogni anno, arrivava un’altra famiglia e sostituiva quella precedente.

“Mai pronunciai offese o parole fuori posto contro di loro: la mia fede me lo proibisce. Le colone erano solite appendere fuori dalla nostra porta foto di bimbi palestinesi e insegnare ai loro figli a fare il tiro al bersaglio, scegliendo parti sensibili: testa, occhi, collo, petto, ecc. Una mostruosità!

“Passammo otto anni in questo modo. Una mattina all’alba arrivarono sei coloni per aggredirmi. Fu uno shock che mi provocò una depressione durata due anni.

“Tempo dopo, dal tribunale ci offrirono soldi, tanti, fino a 15 milioni di dollari, perché ce ne andassimo di lì, ma rifiutammo, ripetutamente. Il 9 novembre 2008 arrivarono le forze israeliane e buttarono fuori di casa mio marito, disabile, e sotto infarto. Anche io fui spinta fuori, con le mani legate dietro la schiena. Quando chiesi dell’acqua a una soldatessa, lei mi insultò.

“Piazzammo una tenda davanti alla nostra casa occupata e ci installammo all’interno per un lungo periodo. Mio marito morì, in quella situazione precaria.

“Io e i miei figli ora viviamo in diverse abitazioni, da una parte all’altra del Muro dell’Apartheid. Per recarci in visita l’uno dall’altro, impieghiamo ore, anche se siamo a pochi metri di distanza: le nostre case e vie sono interrotte e separate dal Muro, e dobbiamo fare chilometri per aggirarlo, attraverso checkpoint, per quei pochi metri.

“Gli israeliani sono gente che ha ingannato, falsificato la Storia. Hanno ucciso mio marito, confiscato la mia casa e tutto ciò che vi stava dentro. Uno dei miei nipotini una volta mi chiese: ‘Dove posso andare a chiedere giustizia? A quali tribunali?”

 

La famiglia al-Kurd è una dei sopravvissuti alla Nakba del 1948, quando si trasformò in rifugiata, insieme a 750mila altri palestinesi. Gli al-Kurd vissero in case assegnate loro dall’Unrwa, l’ente delle Nazioni Unite per i profughi, a Sheikh Jarrah.

Il 9 novembre del 2008 furono deprivati della loro abitazione dopo sette anni di contenziosi con i coloni illegali, sostenuti dalla “giustizia” israeliana anche a dispetto delle risoluzioni Onu 242 e 338 che chiedono allo stato sionista di ritirarsi dai territori occupati con la guerra del 1967, compresa Gerusalemme Est.

Mentre, in uno stoico atto di coraggio e resistenza passiva, Umm Kamel viveva dentro la tenda, di fronte alla sua casa rubata dai coloni e dall’ingiustizia israeliana, cittadini di tutto il mondo si recavano in visita a questa straordinaria donna palestinese, simbolo ed esempio della Palestina che non s’arrende all’oppressione e alla prepotenza degli invasori.

© Agenzia stampa Infopal
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