Un adolescente parte per andare al lavoro. Pochi minuti dopo il suo corpo viene crivellato da dodici proiettili

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Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

Due adolescenti palestinesi stavano viaggiando su una moto a Nablus quando è passato un convoglio della Polizia di Frontiera. Gli agenti hanno prima affermato che i due hanno sparato loro, poi hanno detto che si limitavano a puntargli contro una pistola, che non è mai stata trovata. Comunque sia: gli agenti hanno sparato a uno dei ragazzi mentre fuggiva, crivellando il suo corpo di proiettili.

Di Gideon Levy e Alex Levac – 26 marzo 2022

Immagini orribili, assolutamente spaventose, che mostrano il corpo di un ragazzo di 16 anni crivellato di fori di proiettile. L’intero corpo di Nader Rayan, figlio di una famiglia di rifugiati del campo profughi di Balata che confina con Nablus, è cosparso di ferite da proiettili profonde e sanguinanti, la sua carne è nuda, il suo cervello sta fuoriuscendo, la sua testa e la sua faccia sono squarciate. Le truppe della Polizia di Frontiera gli hanno sparato all’impazzata, con rabbia, spietatamente, senza freno. Suo padre ha contato 12 ferite da proiettile nel corpo di suo figlio, tutte profonde, grandi e sanguinanti. Testa, petto, addome, schiena, gambe e braccia: non c’è una parte del corpo di suo figlio senza un grande ferita aperta.

Nulla può giustificare questa esecuzione sommaria di un adolescente che correva per salvarsi la vita, di certo non una volta che è stato colpito e giaceva ferito sulla strada. Nemmeno se il resoconto iniziale della Polizia di Frontiera, che per qualche ragione è stato magicamente alterato la settimana successiva, che il giovane o il suo amico hanno sparato agli agenti, fosse veritiero. Niente può giustificare l’esecuzione a sangue freddo di un giovane.

Il fatto è avvenuto all’inizio di martedì scorso, 15 marzo. Alle 6 del mattino. Il padre di Nader, Haytham, un agente di polizia in pensione di 48 anni, ha lasciato la casa per andare a prendere due dei suoi nipoti, che sono orfani, e portarli a scuola a Nablus. Racconta di aver visto Nader ancora addormentato sul divano del soggiorno. Diciotto anni fa, la famiglia ha lasciato il campo di Balata e si è trasferita dall’altra parte della strada principale che porta a Nablus, Al-Quds Road (Gerusalemme). Secondo la famiglia, Nader si è alzato qualche minuto dopo, si è vestito ed è partito in moto per andare a prendere l’amico del quartiere, diretto al chiosco del caffè che avevano aperto tre settimane prima a Balata. Pochi minuti dopo, Nader giaceva morto sul ciglio della strada con il corpo crivellato di proiettili.

C’è un enorme poster commemorativo di Nader ora appeso a casa sua, che copre gran parte del muro del soggiorno, e di fronte l’immagine di un bambino che piange che è un classico in molte case palestinesi. Haytham, il padre, ha lavorato nelle forze di polizia palestinesi fino al pensionamento anticipato nel 2017. Lui e sua moglie Samiha hanno avuto sei figli e tre figlie. Nader aveva abbandonato la scuola dopo la terza media insieme a S., suo buon amico e vicino di casa. In un primo momento ha lavorato in una falegnameria che restaurava mobili, e poche settimane fa lui e S., insieme ai fratelli maggiori di Nader, Mohammed e Hassan, di 25 e 23 anni, hanno aperto il modesto chiosco di caffè a Balata. Tra i loro clienti c’erano i lavoratori che partivano la mattina e tornavano la sera.

Nader uscì di casa quella mattina alle 6:15, sulla sua sgangherata moto nera e senza patente, e andò a prendere S., che lo stava già aspettando, sulla strada che porta alla loro nuova attività nel campo. Come tutte le mattine, hanno preso la strada che scende dal loro quartiere sulla Via di Gerusalemme e l’hanno attraversata. Improvvisamente, racconta l’amico, hanno visto un convoglio di veicoli blindati provenire dalla direzione del campo.

Un video* di 90 secondi diffuso sui social media mostra cosa è successo dopo. Il convoglio procede lungo la strada, la moto arriva dalla parte opposta. Sono le 6:19. Improvvisamente la moto si ferma e il passeggero salta giù e inizia a correre. Subito dopo di lui scende anche l’autista, abbandonando la moto sulla strada, e inizia a correre con l’amico verso il vicolo che scende dalla strada principale, scomparendo.

[* video: https://youtu.be/Gcz477IbkjE]

Il convoglio corazzato si ferma. Passano alcuni lunghissimi secondi prima che la portiera posteriore di uno dei veicoli si apra. Scendono cinque agenti della Polizia di Frontiera e corrono nel vicolo all’inseguimento dei giovani, che sono fuori dalla portata della telecamera. Un altro veicolo blindato appare dall’altra direzione e accelera lungo il vicolo sulla scia dei giovani. Un’auto che capita sulla scena viene inseguita sotto la minaccia delle armi da un agente. Non ci sono lanci di pietre sulla strada, che altrimenti è deserta e tranquilla a quell’ora.

Il convoglio corazzato stava tornando da Balata dopo aver effettuato un’operazione notturna allo scopo di arrestare un residente, Amar Arafat, ricercato per possesso di un fucile. Dopo aver preso Arafat in custodia e sequestrato il suo fucile, l’unità stava tornando alla sua base.

Nulla nel video spiega perché i due giovani si siano fermati improvvisamente, hanno abbandonato la moto e sono scesi fuggendo. S. ci ha detto questa settimana che la moto si era fermata e che si sono spaventati alla vista dei mezzi militari. Il video non supporta questa versione. La moto non sembra essersi fermata, sembra che il guidatore abbia provato a fare inversione e poi l’abbia lasciata a terra.

Un video diffuso dalla polizia mostra improvvisi lampi di luce all’interno di un veicolo blindato. La Polizia di Frontiera dice che si trattava di spari, diretti contro gli agenti. La telecamera corporale in dotazione al poliziotto che ha ripreso la scena da quando l’agente scende dal veicolo e corre nel vicolo finché non si ferma accanto a un ferito o morto disteso a terra. Quello era Nader Rayan.

Un comunicato della Polizia di Frontiera rilasciato dopo l’incidente dichiarava: “Durante l’attività degli agenti mista’arvim della Polizia di Frontiera (agenti sotto copertura che si spacciavano per arabi locali) nel campo profughi di Balata, un ricercato è stato arrestato e un fucile che era in suo possesso è stato sequestrato. Quando gli agenti hanno lasciato il campo, sono iniziati violenti disordini durante i quali sono stati lanciati ordigni esplosivi, pietre e oggetti vari contro gli agenti, che hanno risposto con mezzi di dispersione della folla e con colpi di fucile Ruger. Durante l’azione è apparsa una motocicletta che trasportava due attentatori. Uno dei due è sceso dalla moto e ha sparato con una pistola contro gli agenti sotto copertura della Polizia di Frontiera, che ha risposto immediatamente al fuoco sparando e neutralizzando l’attentatore”.

Questa settimana, in un’ulteriore dichiarazione della Polizia di Frontiera, l’affermazione sulla sparatoria era stata omessa e ad Haaretz è stato detto che gli agenti avevano “risposto al fuoco contro un terrorista che aveva messo in pericolo la loro vita, dopo essere entrato nella loro auto e aver puntato un revolver contro di loro”. Una domanda che è rimasta senza risposta è stata perché gli agenti hanno sentito il bisogno di sparare 12 proiettili contro il giovane; a quel punto non hanno più risposto.

Inoltre, per quanto riguarda ciò che è successo all’arma in questione, ci sono state risposte diverse. Inizialmente, la Polizia di Frontiera ha affermato che “il secondo giovane ha preso la pistola”, mentre nella dichiarazione di questa settimana hanno affermato che “l’arma è stata rinvenuta durante una perquisizione e gli agenti presenti si sono affrettati a lasciare la scena”.

S., l’adolescente che era con Nader, ha il viso di un bambino. Ma questa settimana non sembrava qualcuno che si sarebbe nascosto o sarebbe scappato per salvarsi la vita dalle forze di sicurezza a causa di una pistola. Nega che l’arma esista. Anche gli agenti della Polizia di Frontiera non hanno fatto alcuno sforzo per trovarla dopo aver sfogato la loro rabbia sull’esile corpo di Nader. Questa settimana, sul luogo dell’uccisione, S. ci ha mostrato dove si nascondeva dalla polizia, dietro un edificio vicino a una scuola, in fondo alla strada. Non sarebbe stato difficile trovarlo se la Polizia di Frontiera stesse davvero cercando un terrorista armato e pericoloso, come hanno descritto il giovane. Nel cancello di ferro della scuola sono visibili due fori di proiettile.

Alle 6:30, pochi minuti dopo che suo figlio era stato ucciso, Haytham era vicino alla Muqata, il Centro Amministrativo dell’Autorità Palestinese, a Nablus, sulla strada per la scuola dei nipoti. Ha poi visto un messaggio sui social media in cui si affermava che un motociclista era stato ferito dall’esercito vicino al campo. Ha chiamato Nader ma non ha ricevuto risposta. Ora, mentre il padre ci mostra la fotografia del corpo di suo figlio sul cellulare, abbassa la voce in modo che la madre e i bambini più piccoli non sentano a cosa è stato sottoposto il corpo. Da parte sua, S. racconta che il primo proiettile colpì Nadir alla spalla e che cadde a terra. Quella fu l’ultima volta che lo vide, mentre continuava a correre. Perché la Polizia di Frontiera ha continuato a sparargli in un impeto di rabbia e crudeltà?

Una cosa è chiara: Se Nader fosse stato un adolescente ucraino che ha aperto il fuoco con una pistola contro una forza corazzata dell’esercito russo che aveva invaso il suo Paese, sarebbe stato trasformato in un eroe iconico e combattente per la libertà, anche in Israele. Ma Nader non era un giovane ucraino, proveniva da una famiglia di profughi palestinesi, quindi è considerato un “terrorista” che deve morire ed essere sottoposto a una barbara “esecuzione”. Il padre del ragazzo, ex agente di polizia dice che ferite da proiettile grandi come queste possono essere causate solo sparando da distanza ravvicinata.

Alle 6:29, 10 minuti dopo che tutto era iniziato, Mohammed, il fratello maggiore di Nader, è arrivato sulla scena e ha visto il corpo di suo fratello disteso nel vicolo. Gli intensi e potenti spari avevano apparentemente capovolto il corpo: Quando Nader fu colpito dal primo proiettile, racconta S., è caduto a pancia in giù, ora era sdraiato sulla schiena.

S. ci conduce tra le macchie di sangue ancora visibili lungo il vicolo dove lui e Nader sono fuggiti. Un cerchio di pietre attorno a una foto di Nader è il memoriale improvvisato che i suoi amici hanno allestito, esattamente nel punto in cui è caduto ed è morto, a pochi passi da dove è stato colpito inizialmente. Alcuni crisantemi giacciono in mezzo al cerchio di pietre, appassiti e secchi.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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