Un aggressore bloccato e atterrato viene giustiziato a gerusalemme, ma a nessuno importa

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Artixolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

Dopo che Abd al-Rahman al-Qassem, che ha accoltellato due agenti di polizia, è stato colpito a colpi di arma da fuoco e rimasto ferito a terra, un agente gli ha sparato a distanza ravvicinata. Un video rivela somiglianze con l’incidente del 2016 del “tiratore di Hebron”

Di Gideon Levy e Alex Levac

Abd al-Rahman al-Qassem giaceva ferito in fondo ai gradini accanto alla Porta dei Mercanti di Cotone, uno degli ingressi al Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme. Pochi secondi prima aveva accoltellato due agenti di polizia. Un agente è stato leggermente ferito, le ferite dell’altro sono state più gravi. L’aggressore ha accoltellato i due in un impeto di rabbia mentre scendeva i gradini vicino al cancello. Colpito e subito neutralizzato dagli agenti di polizia, giaceva a terra, immobile.

A quel punto uno degli agenti sulla scena, apparentemente quello leggermente ferito, si è avvicinato a Qassem, urlando, imprecando e pronunciando minacce, ha puntato la pistola e ha sparato all’uomo ormai inerme allo stomaco a bruciapelo. Le braccia e le gambe del palestinese hanno iniziato a contrarsi. L’agente ha continuato a inveire e minacciare di sparargli alla testa, puntandogli la pistola al capo. “Ya ben zona (figlio di puttana)!”, continuava a gridare l’agente.

Solo quando sul posto sono arrivati ​​altri agenti l’isterico, non c’è altro modo per descriverlo, si è calmato. Ma Qassem è morto poco dopo per dissanguamento, non avendo ricevuto assistenza medica per almeno 20 minuti, secondo la famiglia.

La polizia israeliana ha diffuso un video che mostra chiaramente l’attacco di Qassem contro i due agenti, ma quello che è successo dopo è sfocato ed è stato girato a distanza. Le riprese video effettuate da un testimone oculare documentano i drammatici sviluppi dopo che Qassem giaceva a terra, ferito. Questo filmato solleva le possibilità di una “conferma di un omicidio” o di un omicidio per vendetta da parte dell’ufficiale ferito e/o della totale perdita del controllo di quest’ultimo.

A prima vista, non c’è differenza tra ciò che l’agente di polizia ha fatto il 7 marzo 2022, nella Città Vecchia, e l’atto del cosiddetto tiratore di Hebron Elor Azaria, il soldato israeliano che ha sparato a un palestinese inerme a terra in quella Città della Cisgiordania nel 2016: entrambi hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un aggressore ferito. Ma a differenza dell’episodio di Azaria, questa volta nessuno è rimasto sconvolto dall’uccisione non necessaria. Solo la famiglia del ragazzo ucciso, che non ha ancora ricevuto il corpo del proprio caro, ha continuato a portare avanti la questione e presentato il caso alla Corte della Magistratura di Gerusalemme.

Qassem, ucciso il giorno del suo ventiduesimo compleanno, è cresciuto nel campo profughi di Jalazun, a nord di Ramallah. Dieci anni fa, la famiglia, che ha altri cinque figli oltre a lui, ha lasciato il campo e si è trasferita in una bella casa di pietra nel vicino villaggio di Jifna. Qassem ha lavorato in una macelleria che lui e alcuni amici hanno aperto nella vicina città di El Bireh, e ha vissuto a Jifna con i suoi genitori, entrambi insegnanti nelle scuole gestite dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a Jalazun.

I suoi genitori hanno deciso di evitare la pubblicità sui media dopo l’incidente del mese scorso per paura di avere problemi sul lavoro. Quindi è stato lo zio di Qassem, Abd al-Hakim Ghanem, il proprietario della scuola guida di Al Wattan, ad accettare di essere intervistato. Ci ha accolto questa settimana nel suo ufficio adornato, pieno di antichità e di un pappagallo in gabbia, ai piani alti di un grande palazzo adibito a uffici a Ramallah, vicino alla vivace Piazza Manara.

Qassem non era mai stato arrestato, se non trattenuto per poche ore per lancio di sassi da ragazzo, e non faceva politica, dice lo zio. Non apparteneva a nessuna organizzazione e non era particolarmente religioso. Tuttavia, suo zio ricorda un evento fondamentale accaduto nella vita di Qassem, che non ha mai superato: il suo più caro amico d’infanzia, Laith Khaladi, è stato ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane sette anni fa vicino alla città di Bir Zeit, vicino a Ramallah. Khaladi, che all’epoca aveva 15 anni, era rimasto sconvolto dall’incendio doloso che bruciò viva la famiglia Dawabsheh nel villaggio di Duma nel luglio 2015, uccidendo Ali, 18 mesi, e i suoi genitori.

Circa due settimane dopo, Khaladi è andato a un posto di blocco dell’IDF ad Atarot, a Nord di Gerusalemme, e ha lanciato una bottiglia incendiaria contro una torre di guardia fortificata, senza ferire nessuno. Ma un soldato nella torre gli ha sparato a morte. In seguito a quell’incidente, abbiamo visitato Jalazun con Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che ha scritto un rapporto sul caso (Haaretz, 7 agosto 2015).

Khaladi e Qassem sono cresciuti insieme a Jalazun e le due famiglie si sono trasferite insieme a Jifna. Qassem non si è mai ripreso dalla morte di Khaladi. Indossava magliette con sopra la fotografia del suo amico e ha scritto molto di lui su Facebook. Di tanto in tanto diceva che gli sarebbe piaciuto “congiungersi con Laith”.

In quel fatidico lunedì mattina, Qassem non si alzò per andare al lavoro come al solito. Era il suo compleanno, dopotutto. Quando sua madre tornò da scuola alle 13:00, vide che stava per uscire di casa. Gli aveva preparato una torta di compleanno, ma lui ha detto che sarebbe andato in macelleria. Invece, si è recato a Gerusalemme. Un agente dei servizi di sicurezza dello Shin Bet ha detto a suo padre dopo la morte di Qassem che era stata trovata in suo possesso una carta d’identità israeliana contraffatta. Una volta nella Città Vecchia sarebbe andato a pregare alla Moschea di Al-Aqsa e, dopo essere uscito dal cancello che conduceva fuori dal complesso, ha accoltellato i due agenti, alle 16:48; uno era un agente di polizia regolare e l’altro era della Polizia di Frontiera.

Secondo lo zio, Ghanem, il padre dell’adolescente ha detto che in quel momento aveva cercato di chiamare suo figlio al telefono, ma non ha ricevuto risposta. Poco dopo, un agente dei servizi di sicurezza dello Shin Bet ha chiamato il padre e gli ha chiesto perché stesse cercando suo figlio. Il padre si preoccupò: perché lo Shin Bet aveva il telefono di suo figlio? Ha risposto che la famiglia aveva preparato una festa di compleanno per Qassem ma non si era fatto vivo. L’agente disse al padre: “Non cercarlo, lo abbiamo noi”. In breve tempo la famiglia ha appreso dai media e dai social network che Abd al-Rahman al-Qassem era stato ucciso.

L’agente dello Shin Bet ha chiamato di nuovo il padre e gli ha ordinato di recarsi al posto di blocco di Qalandiyah vicino a Gerusalemme per identificare il corpo di suo figlio, che portava una carta d’identità falsa. Il padre guardò il corpo di suo figlio, che vide essere stato crivellato da cinque proiettili. L’autopsia, eseguita pochi giorni dopo su richiesta della famiglia e con la partecipazione del dottor Ashraf al-Qadi del Ministero della Salute Palestinese, affermava che Abd al-Rahman sarebbe morto per dissanguamento in seguito alle ferite riportate al fegato e a un rene. Qadi ha detto alla famiglia che se il giovane avesse ricevuto cure mediche tempestive, sarebbe stato possibile salvarlo. La famiglia è convinta che la ferita più grave sia stata causata dal colpo di arma da fuoco esploso una volta che Qassem giaceva a terra, già ferito a braccia e gambe.

L’avvocato Medhat Deeba di Shoafat, un quartiere a Nord-Est di Gerusalemme, è stato nominato per rappresentare i Qassem. La famiglia ha due richieste: riavere il corpo del figlio per la sepoltura e processare l’agente che gli ha sparato mentre giaceva ferito e inerme a terra. Per quanto riguarda la restituzione della salma, il capitano Tomer Herzig, dall’ufficio del consulente legale dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, ha risposto il 16 marzo alla lettera dell’avvocato Deeba: “La sua richiesta è stata rinviata per chiarimenti dalle autorità competenti”. La lettera è stata inviata nell’ambito di un procedimento preliminare prima della presentazione delle domande all’Alta Corte di Giustizia, avviato dall’avvocato Deeba.

L’avvocato ha anche presentato una richiesta alla Corte della Magistratura di Gerusalemme per indagare sulla causa della morte di Qassem, e ha scritto: “Nel video pubblicata sui social dalla polizia israeliana, a prima vista è chiaro che il giovane è stato ‘neutralizzato’ immediatamente dalle forze di sicurezza dopo che il suo corpo è stato colpito da numerosi colpi di arma da fuoco. Tuttavia, mentre il giovane era ancora in vita, e anche se era completamente inerme, è stata eseguita su di lui una procedura di “conferma dell’uccisione” (mentre gridava per le ferite e agitava le mani per chiedere aiuto), e non gli sono state prestate cure mediche, in totale violazione di tutte le leggi”.

Deeba ha detto ad Haaretz di aver presentato la richiesta per un’indagine sulla morte di Qassem dopo aver scoperto che l’unità del Ministero della Giustizia che indaga sugli agenti di polizia non aveva avviato un’indagine.

Le deliberazioni si sono svolte davanti al giudice Adi Bartal presso la Pretura di Gerusalemme e sono tuttora in corso. La polizia ha immediatamente chiesto sessioni a porte chiuse e l’emissione di un ordine di riservatezza in merito alle deliberazioni del tribunale “al fine di proteggere l’agente di polizia”. Il tribunale, ovviamente, ha accolto tali richieste e ha emesso gli ordini. Per questa settimana era prevista un’altra udienza, sempre a porte chiuse.

La polizia israeliana questa settimana in risposta a una domanda di Haaretz sulla morte di Abd al-Rahman al-Qassem ha dichiarato: “Ci dispiace che il giornale abbia scelto di provare a distorcere la realtà per quanto riguarda il comportamento di eroici agenti di polizia che hanno agito con professionalità per neutralizzare un violento aggressore che ha cercato di ucciderli. Quella sera, dopo che l’aggressore ha attaccato con un coltello le forze di polizia appostate alla Porta dei Mercanti di Cotone, gli agenti gli hanno sparato per neutralizzarlo. Conseguentemente all’aggressione, i due agenti di polizia che si trovavano sul posto hanno riportato lievi ferite e sono stati portati in ospedale per cure mediche”.

“L’aggressore, un palestinese sui 20 anni della Giudea-Samaria, è stato successivamente dichiarato morto. La condotta degli agenti di polizia sulla scena dell’attacco terroristico in pochi secondi dall’accoltellamento è degna di ogni lode, stima ed encomio, e il loro è un modello esemplare di risposta rapida di fronte a un terrorista che perpetra un attacco”.

Lo zio di Abd al-Rahman, Ghanem ci dice: “L’ha fatto di sua iniziativa. Nessuno gli ha detto: vai e uccidi. Quello che diciamo è: al popolo palestinese è permesso farlo. Voi israeliani avete preso la nostra terra. È possibile vivere insieme, ma voi non lo volete. Ci hanno dato un’Autorità Palestinese e le loro forze sono in Piazza Manara ogni notte”.

Gli chiediamo: Cosa avresti detto a tuo nipote, Abd al-Rahman, se avesse chiesto il tuo consiglio prima di partire?

“Questa è una domanda difficile. No. Quello che ha fatto non è una soluzione. L’agente di polizia stava solo facendo il suo lavoro, ma perché ucciderlo? Il nostro problema è con il governo di Israele e non con il popolo di Israele”.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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