Un arabo invisibile

admin | December 10th, 2011 – 2:20 pm

http://invisiblearabs.com/?p=4031

Una foto di famiglia, di quelle scattate bene. L’ultimo a sinistra, quel giovane uomo con la camicia bianca, si chiamava Mustafa Tamimi. Si chiamava, al passato, perché stamattina è morto all’ospedale israeliano di Petah Tikva per le ferite riportate durante una manifestazione pacifica di protesta a Nabi Saleh, un paesino di poche centinaia di anime divenuto da anni un simbolo delle proteste nei Territori Occupati Palestinesi non solo contro il Muro, ma – in questo caso – contro l’arrogante espansione delle colonie israeliane su terra palestinese. Le varie testimonianze – confermate a prima vista dalle foto e dai video postati su internet – dicono che Mustafa Tamimi, 28 anni, è stato raggiunto alla testa da un candelotto lacrimogeno sparato dai soldati israeliani, a breve distanza e, sembra, ad altezza d’uomo.

(su internet, questa viene indicata come la foto che mostra Mustafa Tamimi qualche istante prima di essere colpito.) (Picture credit: Haim Scwarczenberg)

(dopo essere stato colpito)

Nabi Saleh è veramente un posto piccolo. Piccolo in Cisgiordania. Figuriamoci quando lo si va a cercare nelle immagini via satellite di Google. Il suo essere un paesino di poche centinaia di anime non vuol dire, però, che agli occhi del mondo debba essere invisibile. Anzi, da anni è divenuto una sorta di simbolo, anche fuori dalla Palestina, perché i suoi abitanti vogliono continuare a vivere come hanno sempre vissuto, senza vedersi erodere la terra attorno a loro. Sorgente compresa.

“Ogni venerdì, e spesso anche dopo la fine della scuola, negli altri giorni della settimana, i soldati israeliani sparano lacrimogeni e bombe sonore ai bambini palestinesi quando si avvicinano alla sorgente. Si trova nella valle che separa Nabi Saleh, un villaggio arabo di 500 persone, a mezz’ora di macchina a nord di Gerusalemme, da Halamish, una colonia ebraica religiosa. Durante la gran parte delle notti, le jeep [militari] attraversano il paesino; nello scorso anno e mezzo l’esercito israeliano ha arrestato 32 bambini di Nabi Saleh, alcuni di appena 11 anni. Molti sono stati prelevati dai loro letti, incarcerati in detenzione amministrativa per mesi, e portati in manette in tribunale, dove sono stati poi condannati per lancio di pietre.

Per alcuni dei coloni di Halamish, irritati dai gas lacrimogeni che arrivano nei loro salotti dall’altra parte della collina, questo non è abbastanza duro. “I soldati non rompono abbastanza le ossa ai palestinesi”, si lamenta Iran Segal. Un anno e mezzo fa ha messo un cartello battezzando la sorgente col nome di suo padre, alimentando la rabbia tra i palestinesi che hanno visto questa mossa come un furto di terra”

Quello che vi ho tradotto non è il brano di un blog, o di un attivista palestinese. È il brano di un reportage dell’Economist dello scorso luglio. Ed è la descrizione di un’atmosfera di cui Nabi Saleh è solo un simbolo. Il simbolo che rappresenta ciò che succede, ogni giorno, in Cisgiordania, da nord a sud. Da Nablus a Hebron, passando per Gerusalemme est e i dintorni di Ramallah. Questa è la realtà, nascosta ai più. Di certo, nascosta al pubblico più largo dei quotidiani e dei settimanali, che poi si stupiscono quando – d’un tratto – scoppia la violenza. Qui, o altrove.

Mustafa Tamimi non è il primo palestinese ucciso in queste manifestazioni. Basta cercare su internet, e leggersi, i rapporti di associazioni per i diritti umani come l’israeliana Bt’selem. Oppure leggersi i rapporti dell’ufficio umanitario dell’ONU, l’OCHA. Oppure i rapporti delle associazioni palestinesi per la difesa dei diritti umani e civili. Le testimonianze, i rapporti, persino i reportage giornalistici non mancano, su Nabi Saleh, su Bilin, su Biddu, sugli attacchi dei coloni israeliani ai palestinesi e alle loro proprietà. Non arrivano ai giornali, ma chi vuole saperne di più ha oggi strumenti importanti per farsi una opinione propria. Grazie non solo ai giornalisti, ma a quel giornalismo diffuso e di strada che nel mondo arabo ha fatto la differenza, in questi ultimi anni.

La differenza, rispetto a prima, è infatti che il ferimento e la morte di Mustafa Tamimi sono arrivati in tempo reale nell’agorà regionale e mondiale. Almeno sulla Rete, su Twitter, sui social network. In un tam tam virtuale che diventa, poi, reale in Palestina. Quando twitter ha diffuso la notizia del ferimento di Mustafa Tamimi, c’è stato uno scambio di messaggi tra Joseph Dana, giornalista israeliano che da anni segue le manifestazioni pacifiche in Cisgiordania, e la portavoce dell’esercito israeliano, Avital Leibovich, che ha postato un tweet con la foto di una fionda, in risposta a Joseph Dana. Il testo, letterale, era il seguente: “@ibnezra ths is what he was doing”.

Si vedrà, nei prossimi giorni, come l’esercito israeliano risponderà – se così oppure in maniera diversa, e semmai più articolata – a una uccisione che, già ora, sta diventando un caso. Per le modalità, per chi è stato ucciso, e persino per la risposta della Rete. Immediata, diffusa, arrabbiata. A poche settimane dalle vittime dei lacrimogeni a piazza Tahrir. E a un giorno dall’anniversario dello scoppio della prima intifada: 24 anni fa, era il 1987, di dicembre. Anche allora, la reazione dei militari (dietro l’input delle autorità politiche) fu molto dura, di fronte a una rivolta in cui si usarono scioperi, disobbedienza civile, e pietre. Pietre come quelle che molto probabilmente Mustafa Tamimi ha tirato ieri, prima che la sua testa fosse colpita da un candelotto lacrimogeno lanciato a distanza ravvicinata.

Non è più il tempo della seconda intifada, in Palestina. Per fortuna, non c’è terrorismo, attentati suicidi, bombe. Ci sono manifestazioni nei paesini della Cisgiordania, disobbedienza civile, boicottaggi, strumenti politici, e pietre. Se il mondo non riesce ancora ad accorgersi di questa differenza, e di quanto sia determinante per il conflitto, allora questo mondo continua a essere cieco di fronte ai cambiamenti della regione che l’hanno già sorpreso una volta, all’inizio di questo 2011.

Sono molto istruttivi, per usare un terribile eufemismo, i commenti pubblicati sotto il testo della notizia della morte di Mustafa Tamimi sul Jerusalem PostVi prego di leggerli. Qualsiasi ulteriore riflessione da parte mia è veramente superflua: parlano da soli.

Oggi pomeriggio, a Ramallah, è prevista una veglia funebre, mentre domani mattina alle 10, sempre da Ramallah, partirà il funerale, in direzione Nabi Saleh. Non occorre essere una indovina per prevedere che domani non sarà una giornata semplice.

Il brano della playlist è in linea con il mood del momento, dopo aver seguito questa notizia da ieri sera. In a sentimental mood, di Chet Baker (e grazie, per la segnalazione, a un’amica di FB).

Contrassegnato con i tag: , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam