Un eroe o un martire?

Per ricordare, a due anni dalla sua uccisione, l’amico e il testimone che ci sta davanti, il martire per la giustizia Vittorio Arrigoni, abbiamo chiesto al giornalista WALTER FIOCHHI di scrivere questo pezzo in esclusiva per BoccheScucite. Lo ringraziamo e gli auguriamo di continuare a portare la nostra solidarietà con tutta la sua passione, in particolare dopo che, lo scorso Marzo, ha ricevuto alla Mouqata di Ramallah l’onorificenza di speciale cittadinanza palestinese.

di Walter Fiocchi

Per la cronaca penso che basti il breve resoconto del giornale “La Provincia di Lecco”: «Centinaia di persone hanno partecipato oggi a Bulciago (Lecco) alla commemorazione dell’attivista Vittorio Arrigoni, sequestrato e ucciso due anni fa a Gaza. La riunione, avvenuta in una palestra troppo piccola per contenere tutti gli intervenuti, è stata aperta dalla “Ballata per Vik” composta dal gruppo “I Luf” con Egidia Beretta, la mamma di Vittorio, sindaco di Bulciago. In sala era presente anche la delegazione dei giovani palestinesi che compongono il convoglio impegnato in numerose tappe in Italia per presentare un altro volto della Striscia: quello degli studenti e dei creativi impegnati in una resistenza non violenta, culturale contro l’oppressione israeliana e politica. La mamma di Vittorio, che recentemente ha anche scritto un libro dal titolo “Il viaggio di Vittorio” per ricordare il figlio, tra l’altro ha detto: «Sappiamo chi è stato, non chi ha dato l’ordine che può essere anche partito da Gaza. Non mi arrovello, comunque: sapere questa verità non è la mia ragione di vita; la ricerca mi sfinirebbe senza ridarmi mio figlio. Preferisco andare avanti parlando di Vittorio com’era da vivo e – ha aggiunto – di come può restare vivo dentro di me e di tutti coloro dei quali ha saputo risvegliare la coscienza facendo capire come la vita sia fatta di scelte difficili, ma che valgono la pena e rendono uomini».
Come si può desumere da queste poche righe non c’è mai, ogni volta che ci si incontra nel ricordo di Vik, uno stucchevole rincorrersi di slogans, o una “memoria” declamatoria e alla fine vuota e non coinvolgente: tutti quelli che vi partecipano, aiutati in questo delle parole sempre comunicanti e coinvolgenti di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio, sentono forte e viva la sua presenza e comprendono di essere di fronte a un “Testimone”.
Tutto il contrario di ciò che è avvenuto due anni fa in occasione dell’assassinio di Vittorio Arrigoni: orribili le discussioni, le divisioni di destra o di sinistra, le voci stonate o fuori dal coro; la moderazione, anche del linguaggio, avrebbe dovuto essere bipartisan, nessuno avrebbe dovuto usare una vittima per sostenere la propria parte politica – e uso consapevolmente la parola “parte”, perché spesso in altri momenti e circostanze fatti e persone sono stati usati per fini di parte: la bandiera è di destra, il patriottismo è di destra, il pacifismo è di sinistra, il rifiuto della guerra è di sinistra, l’amicizia con l’America è di destra e l’antiamericanismo è di sinistra, e così via… “sloganando”.
Questa domenica ci ha fornito invece un altro tassello per poter riconoscere l’eroe vero, Vittorio Arrigoni, per ciò che ha detto prima e dopo, per ciò che ha fatto, prima e dopo, per ciò che ha scritto, prima e dopo. E pensavo che man mano che il tempo passa e qualcuno cerca di cancellarne il ricordo semplicemente ignorando la ricorrenza, questi annuali incontri sono l’occasione per stimolare tutti al rispetto per le sue scelte, per le motivazioni che l’hanno portato a Gaza, per il suo impegno civile e politico esercitato come operatore dell’informazione e della difesa dei diritti umani, meglio, del valore dell’Uomo.
Tutti dovrebbero riconoscere e onorare l’Eroe. Anche se continuo a ritenere che sia un termine controverso e inadeguato. Ho spesso sottolineato che non abbiamo bisogno di eroi, che uno Stato non deve aver bisogno di eroi, che gli eroi, quando ci sono, non debbono essere strattonati da una parte o dall’altra a sostegno delle proprie tesi e posizioni. Una nonna diceva recentemente che se non si vuole che ci siano degli eroi basta non fare le guerre: la sapienza dei semplici che non ha rilievo politico! Ma è così; il vocabolario dice che eroe è una persona che “mostra straordinario valore guerresco o è pronto a sacrificarsi coraggiosamente per un ideale”. Ma se questa è la definizione allora non si attaglia al caso di Vittorio; il suo non è stato valore guerresco né sacrificio per un ideale: Vittorio è morto per proteggere una vita che gli era stata affidata, quella degli abitanti di Gaza, dopo aver operato per sottrarla ad una violenza subita.
Allora mi pare più adeguata la definizione di martire che quella di eroe. Dare la propria vita per salvarne un’altra è martirio, non eroismo, fare scudo col proprio corpo al corpo di un altro per proteggerlo è martirio più che eroismo. Forse qualcuno non ne vedrà la differenza, ma essa c’è, ed è grande. La retorica dell’eroe vive in un ben preciso contesto, ma è proprio quel contesto che molti, spero i più, non accettano più. Presentare una persona come eroe non mi interessa: l’eroe è funzionale ai nazionalismi, ai potenti, alla guerra, alla difesa di interessi di parte; il martire è figura esemplare di amore alla vita, alla giustizia, alla pace. L’eroe crea divisioni, il martire unisce. E allora rendiamo onore al martire Arrigoni. Così non avremo neppure da recriminare o di aspettarci improponibili risultati dalle inchieste in corso. Come ha sottolineato Egidia.
Sono grato a Vittorio Arrigoni per l’esempio di dedizione e di amore per la vita e per la giustizia che ci ha offerto in un tempo in cui questi valori sono inusuali; è una grande testimonianza pasquale citabile anche in un predica del Venerdì Santo: la vita è pienamente realizzata, è evangelicamente realizzata, quando si fa dono! E non mi pongo neppure la domanda se Vittorio fosse credente o meno: ha testimoniato con la vita una fede assolutamente evangelica!
Sono grato anche a Vittorio “giornalista”, meglio “comunicatore”, che per amore della verità e della giustizia, ha messo a repentaglio la sua vita e la sua sicurezza per informare, per far sapere quel che accade realmente, per ricercare una verità dei fatti che non accetta il manicheismo della guerra: noi siamo i buoni, “loro” sono i cattivi; noi vogliamo il bene, “loro” vogliono il male; noi esportiamo la democrazia, “loro” esportano il terrorismo… Né aspettano i comunicati delle autorità militari per dare informazioni dal comodo di iperprotetti hotel per ricchi occidentali, né si piegano al ricatto di chi dice che se i giornalisti non vogliono correre rischi devono stare dentro il campo italiano, o in quelli americani o inglesi. Sono giornalisti che hanno il senso della nobiltà del loro mestiere, non velinari dell’autorità costituita né suonatori della grancassa della retorica, come quella che sta riempiendo le nostre televisioni.
Tutto questo mi fa pensare al “beati i costruttori di pace”: questo rappresenta per me Vittorio, con tutti quelli che ci mostrano come la guerra produca guerra, l’odio produca odio, la violenza sia matrice di nuova violenza, i carri armati contro il terrorismo diano vita a nuovi terroristi, e l’occupazione militare pensi più che ai valori della democrazia al valore dei possibili nuovi e futuri mercati.
Il cristiano non è un pacifista: è un sostenitore accanito della non violenza attiva come antidoto alla violenza diffusa. Ed è per questo che mi pare importante, da cristiani, di opporci o astenerci almeno dalle vuote parole retoriche: la retorica dell’eroe, della Patria, parole che il cristiano non deve usare né fare sue: soprattutto in questo momento gravissimo aiuterebbe l’umanità ad uscire da questa follia bellicista in cui si trova. Il male si vince con il bene, con la logica della non violenza. Mi viene in mente don Milani che nella Lettera ai Cappellani militari si rifiuta di considerare la patria come una divisione tra italiani e stranieri e sostiene che l’unico concetto di patria che gli appartiene è quello che divide il mondo in oppressi e oppressori. Secondo il Vangelo il povero, l’emarginato, chi soffre non è mai straniero. Per cui per il cristiano la patria non è un concetto che esclude ma include. Ecco perché, come Vittorio, in Palestina mi sento nella mia patria!
Uniamo le forze nel testimoniare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Restiamo umani!

Walter Fiocchi

vittorio-arrigoni

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