Un esercito kosher

  • 18 marzo 2011   ore 11.46

Amira Hass

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale.

Bassem Tamimi mi aspettava al tavolo. Avevamo un appuntamento nel mio caffè preferito a Ramallah. Era accompagnato da tre uomini: un attivista francese e due anarchici israeliani. Questi ultimi, dopo essere stati in prigione per aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito, partecipano alle iniziative contro l’occupazione a Nabi Saleh, il villaggio di Bassem.

I tre erano appena arrivati da Bil’in, dove avevano festeggiato la scarcerazione di Abdallah abu Rahma. Abdallah ha passato diciassette mesi in prigione per il grave crimine di aver protestato contro il muro di separazione. Bassem è rimasto a Ramallah per prudenza: qualche giorno fa i soldati israeliani hanno fatto irruzione nella sua casa a Nabi Saleh e, dato che non c’era, hanno arrestato suo cugino.

Tutto lascia pensare che l’esercito voglia arrestare anche Bassem. Anche se ufficialmente non è ricercato, non vuole rischiare un lungo e ingiusto processo in un tribunale militare israeliano. Il suo crimine è noto: membro di Al Fatah da 44 anni, ha partecipato alle proteste contro l’occupazione nel suo villaggio. Negli ultimi 25 anni ha subìto nove arresti (una volta, dopo un interrogatorio particolarmente violento, è rimasto in coma otto giorni).

Raid, arresti (anche di ragazzi di 14 anni), coprifuoco, lacrimogeni e proiettili ricoperti di plastica: sono i metodi kosher usati dall’esercito israeliano per reprimere una protesta pacifica contro la tirannia dell’occupazione.

Traduzione di Nazzareno Mataldi.

Internazionale, numero 889, 17 marzo 2011

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