Un gesuita amico di Al Qaeda? Paolo Dall’Oglio risponde alle accuse del governo siriano

21 settembre 2012

Padre Paolo Dall’Oglio pagato da fantomatiche «entità» per sostenere i nemici della Siria, tra cui al-Qaeda.

È l’ultima accusa che il regime di Bashar al-Assad  ha rivolto al gesuita per trent’anni impegnato in Siria nel dialogo con l’islam ed espulso tre mesi fa dal Paese.

Secondo il comunicato diramato ieri dall’agenzia stampa ufficiale Sana, il ministero degli Esteri di Damasco avrebbe espresso il proprio rammarico per le dichiarazioni di Dall’Oglio colpevole di aver «infranto il proprio mandato spirituale e preso parte alla campagna di disinformazione contro la Siria». La nota prosegue in modo ancora più duro, sostenendo che Dall’Oglio si stia impegnando in «una campagna mediatica sponsorizzata da certi gruppi, attacca la Siria e giustifica gli atti terroristici commessi da gruppi armati, jihadisti, salatifi, takfiri, compresa al-Qaeda».

Padre Dall’Oglio, che firma una rubrica sulla versione cartacea di Popoli e un blog sul sito, risponde in questa intervista alle accuse.

«Questo comunicato purtroppo dimostra la paranoia di un regime alla deriva e il suo scollamento dalla realtà. La dichiarazione paradossalmente riconosce il ruolo positivo che ho svolto, quando dice che nei trent’anni trascorsi nel Paese sono stato “testimone di tutti i successi raggiunti dalla Siria negli ambiti politico, economico e sociale”. E adesso si scopre che – siccome sono solidale con i giovani che chiedono democrazia e vengono imprigionati, torturati o massacrati – divento un agente terrorista. Siccome altrove si è sistematicamente dichiarata la contiguità tra estremismo musulmano e complottismo sionista è chiaro che il cerchio si chiude e si capisce di chi è agente padre Paolo. Questo è un controsenso. Sono stato con loro trent’anni e ora faccio parte dei tanti traditori che hanno lasciato la barca del regime che affonda. E quindi si scopre chi sono i veri amici e chi i traditori introdotti e che io ero un lupo vestito da agnello»

Qual è secondo lei l’obiettivo di questo comunicato?

Rispondere all’impatto psicologico dalla mia attività sulla tenuta «culturale» del regime. Nel senso che Assad ha necessità di mantenere compatta l’alleanza delle minoranze contro la rivoluzione siriana. Nell’ottica del regime, queste minoranze devono vivere nella convinzione che di fronte a loro non c’è altro che terrorismo islamico, massacratore di alauiti. Un comunicato a uso interno, mandato a tutte le antenne del regime che ha una rete di associati in tutti i Paesi, soprattutto in Occidente.

Nel comunicato si legge anche che lei sarebbe stato allontanato dalle autorità ecclesiastiche.

Secondo loro è il vescovo che mi ha cacciato. La Chiesa starebbe con il regime e si è accorta che padre Paolo è un traditore. C’è una pressione sistematica sui leader religiosi perché rimangano con il regime fino in fondo.

In particolare la accusano di essersi intromesso in questioni interne, che non attenevano al suo ruolo di religioso.

Il fatto che io abbia parlato di questioni tecniche su come salvare il popolo siriano dal massacro perpetrato dal regime di Assad (ad esempio riguardo una no-fly zone) li disturba. Ora Assad pone le proprie speranze nei bombardamenti aerei. Anche se negli ultimi giorni sono diminuiti, continuano i lanci di missili terra-aria. Sul piano militare le cose stagnano. Molti reportage stanno mostrando gli effetti catastrofici dei bombardamenti sulla popolazione, anche loro si rendono conto che hanno tirato troppo la corda e forse i loro consiglieri russi gli stanno consigliando di allentare la tensione. Certo non ci sono scrupoli morali.

Cosa vuole rispondere al governo siriano?

La mia reazione è propositiva nei confronti del tessuto sociale siriano nel contesto internazionale. I punti sono due: gli aiuti umanitari devono essere disponibili attraverso la rete delle istituzioni internazionali ancora presenti a Damasco e quindi col permesso del regime. Secondo, ci vuole un’azione umanitaria a partire dal Libano, dalla Turchia, dal Kurdistan iracheno e dalla Giordania. Un’azione coerente e intensa, eventualmente protetta militarmente dai Paesi volenterosi, prima fra tutti la Turchia. Ma ci vuole anche un rigido controllo perché le armi non finiscano nelle mani dei gruppi più pericolosi. Se questo riuscisse, si potrebbe gradualmente allargare l’intervento fino a creare uno spazio ad Aleppo per un governo di transizione. Lì l’opposizione siriana può diventare unita e propositiva. Sul piano diplomatico questo significa rivolgersi al popolo russo e iraniano, dichiarando che non ci sono interessi strategici in Siria, ma che invece occorre servire la causa siriana per il bene della comunità mediterranea.

Danilo Elia

© FCSF – Popoli

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