Un mattone sulla pace

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29 aprile 2014

 
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L’insediamento israeliano di Havat Gilad, in Cisgiordania, il 5 novembre 2013. (Nir Elias, Reuters/Contrasto)

Durante l’ultimo round di colloqui di pace con i palestinesi il governo di Benjamin Netanyahu ha accelerato l’espansione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati a un ritmo senza precedenti, accusa l’ong Peace Now.

Nei nove mesi di trattative, riavviate nel luglio scorso su iniziativa del segretario di stato statunitense John Kerry, Israele ha autorizzato la costruzione di 4.868 unità abitative, per una media di 6.113 all’anno, contro le 1.385 del precedente governo Netanyahu e le 1.389 del governo Olmert. Nello stesso periodo sono stati annunciati i piani per altre 8.983 unità abitative.

Secondo Peace Now “la costruzione degli insediamenti non solo distrugge gli sforzi statunitensi e la fiducia tra le due parti, ma crea una situazione di fatto che prova più di ogni altra cosa che il governo Netanyahu non vuole procedere verso una soluzione a due stati ma ha agito per rafforzare il controllo israeliano sui territori occupati”.


(Fonte: Peace Now)

Il 24 aprile il governo israeliano ha annunciato la sospensione dei colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese (Anp), giustificando la decisione con il patto di riconciliazione firmato tra Al Fatah (che controlla l’Anp) e Hamas il 23 aprile in risposta allo stallo dei negoziati. Netanyahu ha accusato il presidente dell’Anp Abu Mazen di essersi “alleato con un’organizzazione terrorista che vuole la distruzione di Israele” e ha minacciato altre azioni di rappresaglia.

Il 29 aprile l’esercito israeliano ha demolito una moschea e diverse abitazioni nel villaggio palestinese di Khirbet al Tawil, in Cisgiordania, lasciando senza tetto una trentina di persone.

Fin dall’inizio dei colloqui, che partivano dalla soluzione dei due stati prevista dagli accordi di Oslo, il governo israeliano è stato criticato per aver continuato ad autorizzare la costruzione di nuovi insediamenti nei territori palestinesi occupati. Il portavoce del governo israeliano Mark Regev aveva dichiarato che gli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale, sarebbero rimasti parte di Israele in qualunque scenario negoziale.

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