Un momento di resistenza…

InAmiciamoreAnomaliepersonaleViaggi su 18 gennaio 2013 a 7:30

Il viaggio in Palestina e le mie “montagne russe” di emozioni. Nello stesso giorno ho vissuto un un momento di pace assoluta, un momento di stupore assoluto, e alla fine, con un sentimento di grande partecipazione: un momento di grande emozione che chiamerò di Resistenza.

Dopo la visita alla “spianata”, che mi aveva lasciato abbacinata negli occhi e serena nel cuore, il nostro viaggio aveva come scaletta: Ramalla. Una città sorprendente. Dove stava la sorpresa? Stava nel fatto che Ramalla è una città operosa che schizza verso il futuro e che fa l’occhiolino all’occidente. E’ bene o male? Non lo saprei, forse tutte e due. Ma Ramalla comunque è la dimostrazione che dalle ceneri nascono i fiori e di che pasta è fatto il popolo palestinese. Nulla e nessuno lo scoraggia. La sua meta è l’autodeterminazione, il suo credo è libertà fino all’ultimo respiro, ma libertà anche dalle ingerenze esterne, anche dagli “amici” che poi tanto amici non sono, dalla religione che tutto sommato è solo una questione personale e non ideologica, dalla povertà che cerca di risucchiare la loro patria in un vortice da cui è possibile uscire solo con la diaspora.

In effetti io conosco i palestinesi della diaspora: gente eccezionale, capace negli studi, intelligente, lavoratrice e sognatrice, capace di realizzare i propri sogni e di creare dei piccoli imperi commerciali e intellettuali: scrittori, poeti, intellettuali, commercianti, kebabbari… insomma ci sta tutto, perchè non è gente che si lascia fermare né da una fede, né dalla politica, stanno con un occhio ai loro interessi e un altro alla loro patria.

Se descrivere un palestinese della diaspora è complesso, descrivere un palestinese di Ramalla è affrontare lo stupefacente. Una città tutta in costruzione, appartamenti larghi e spaziosi, finalmente organizzati in un primordiale piano urbanistico, tanto la fantasia non può essere completamente irregimentata. Una città più volte rasa al suolo e sempre ricostruita, con fervore e coraggio. Gli appartamenti costano quanto nelle nostre città. Ma forse i soldi sono quello di cui i palestinesi nel loro territorio meno hanno bisogno. Forse solo dovrebbero imparare a pagare le tasse, ma non in mano agli Israeliani che per ripicca se le tengono.

Comunque la strada del centro, caotica come ogni città occidentale, ne contiene tutte le contraddizioni, ma anche mostra che la Palestina può esistere e che la sua esistenza è garantita da gente che non si è affossata e che resiste e persiste più della gramigna, più dell’erba amara di handala.
Abbiamo qui un primo momento di vera resistenza. Ci si incontra con la moglie di Barguti, in carcere per buona parte della vita e molto probabilmente in carcere per tutta l’altra ancora non vissuta. Lei donna eccezionale e coraggiosa, che porta avanti la famiglia e la lotta del marito. Donne coraggiose le palestinesi. Dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una donna anche più grande.

Un passaggio alla Muqata che un po’commovente è. Dopo tutto questo tempo hanno riesumato il corpo del loro leader, tanto tutti sapevano che era stato ammazzato, ma come e da chi… non sarà così facile dimostrarlo. Tanto a morire sono i migliori, tanto ad ucciderli figurano sempre i loro fratelli.

Per la strada ritrovo pure Vittorio in un murales un po’ imbarazzante, che non gli assomiglia affatto, ma tant’è, Stay Human c’è scritto e questo mi basta. La lezione vale per tutti, anche per loro.

Poi si riparte per il villaggio di Nabi Saleh ed è solo mercoledì pomeriggio, e questo è importante, ma lo saprò poi quanto importante è un giorno della settimana: il venerdì.

Nabi Saleh resiste e la colonia che scende la collina di fronte vuole cancellare il villaggio, vuole prendersi tutte le loro terre e le loro case. I soldati sono sempre schierati, si muovono in gruppo per sdoganare quegli atti da farsa che niente e nessuno potrebbe giustificare. Spingono, strattonano, minacciano e sparano di tutto, anche dentro le case e i bambini soffocano e le madri li calano dalle finestre sul retro, mentre la casa diventa un inferno.Bilal impassibile filma tutto, lui e la telecamera sono una cosa unica.

Ci ricevono le famiglie Tamimi nella loro casa, la prima del villaggio, quella che ogni venerdì per prima diventa il bersaglio dei soldati di occupazione. Ma Tamimi sono tutti gli abitanti del villaggio, e sono in tanti, tutti con lo stesso cognome.

Salendo per la strada che porta al villaggio si vedono i ragazzini risalire il ciglio della collina e i soldati sparare i lacrimogeni. Chissà perchè tutto ci sembra normale. Ma è solo mercoledì, la battaglia, quella vera, inizia il venerdì, giorno di riposo dal lavoro, giorno di Resistenza per Nabi Saleh. Tutti si preparano vestiti da festa, con le bandiere e le kufije per tapparsi il naso, non per nascondersi dai soldati, ma per non respirare i gas e per ripararsi dagli idranti di acqua chimica il cui odore non se ne va per giorni e giorni, lasciando a lungo il ricordo della lotta. Negli orti delle case sono esposte in lunghe fila ridicole le bombe sonore, che sembrano lampadine cieche issate sui fili per la festa, festa di morte perMohammad e Rusdhie e per la loro giovinezza sfortunata.

Ci ricevono come fratelli, condividono con noi il tè dolce alla menta e il caffè speziato, ci raccontano la loro lotta, i loro morti, le offese ricevute e ci aiutano a raccogliere la loro terra da portare a casa.

Strana cosa quella che mi era successa prima di partire, molti mi avevamo chiesto che gli portassi un po’ di terra di Palestina. Avevo riso a quella richiesta e avevo borbottato: “Non basta che gli rubi la terra Israele, pure io devo trsformarmi in ladri?” Ma stranamente quando quelli del Comitato popolare hanno capito cosa volevo fare, mi hanno aiutato con entusiasmo a raccogliere la terra e se non li fermavo, avrei dovuto dotarmi di un carriola più che di un sacchetto; erano felici che portassi con me la loro terra, e che in questo modo non potessi dimenticare. Ora a casa mia passano gli amici con scatolette a forma di cuore e vasetti di vetro e ritirano l’obolo portato dalla Palestina. Quella terra simbolo, quel luogo dove molti non andranno per paura o per mancanza di priorità, ma tutti a ritirare un qualcosa di prezioso su cui riflettere e da tenere con cura: la terra di Nabi Saleh, la terra di un popolo che ha fatto della Resistenza il proprio orgoglio e dell’amore per la propria patria la loro sola priorità.

E non potrò mai dimenticare e lascio in quel villaggio i miei fratelli e ripartire è uno strappo che non posso risanare se non tornando indietro ancora un’altra volta e ancora… ancora.

http://laltrametadelcielo.wordpress.com/2013/01/18/un-momento-di-resistenza/

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