Un Muro, un binario, e una città in bilico

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admin | July 10th, 2014 – 10:20 pm

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Uscita di scena. Così, tutto d’un tratto, come d’un tratto Gerusalemme era stata messa sul palcoscenico del conflitto israelo-palestinese. Nel giro di pochissimi giorni, di Gerusalemme non si parla più, perché l’asse del confronto è stato di nuovo dirottato verso Gaza. La nuova operazione militare israeliana sulla Striscia – con l’altissimo prezzo che la popolazione palestinese sta pagando in termini di vittime, feriti, distruzioni di abitazioni civili – ha concentrato ancora una volta il conflitto in uno scontro a due. Israele vs Hamas, e viceversa.

Una scelta, questa, presa in primis dal premier Benjamin Netanyahu e dal suo governo, quando Hamas è stato indicato dalle autorità israeliane come il responsabile e il mandante del rapimento e uccisione dei tre ragazzi israeliani a Gush Etzion, in un’area della Cisgiordania ad altissima concentrazione di colonie. Lo scontro a due – Israele contro Hamas – ha dunque spostato l’asse del conflitto armato, ha l’innescato l’ennesima tragedia, ma non ha per nulla risolto una questione nodale – Gerusalemme – che è stata sul punto di esplodere.

Quello che è successo a Gerusalemme dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani, rimarrà come una cesura nella storia recente della città. Le corpose manifestazioni anti-arabe e razziste che hanno scosso il centro e dato voce a settori consistenti della società israeliana gerosolimitana; il rapimento e la barbara uccisione di un ragazzo palestinese di 16 anni, Mohammed Abu Khdeir, da parte di estremisti israeliani; l’esplosione di una rabbia covata da tempo da parte della popolazione palestinese che vive a Shu’afat, area tra le più pressate dai piani di politica urbanistica della municipalità, e gli scontri pesanti con la polizia di frontiera. La semplice cronologia degli eventi che hanno scosso la città all’inizio del luglio 2014 dice molto dal punto di vista dell’analisi politica: dice, soprattutto, che la ‘questione di Gerusalemme’ non può più essere riposta in un cassetto dalla diplomazia internazionale.

Sino ad oggi, la ‘questione di Gerusalemme’ non è stata mai affrontata in termini concreti. Forse solo nel 2000, nel summit di Camp David, la mappa della città venne stesa sul tavolo di quel disastroso negoziato per poggiarvi sopra le rispettive bandierine su quartieri, strade, edifici sacri. Con i risultati – fallimentari e dagli esiti tragici – che sono ormai sui libri della storia contemporanea del Medio Oriente. Meglio allontanare, insomma, il calice amaro di Gerusalemme, per evitare di toccare il cuore anche simbolico del conflitto: questa è stata, nei fatti, la posizione della diplomazia e della politica internazionale. In attesa, probabilmente, che i fatti sul terreno decidessero per tutti i contendenti.

Ciò che è successo all’inizio di luglio ha mostrato, invece, quanto fosse e sia miope il rinvio del dossier Gerusalemme. La città, sotto amministrazione israeliana, non è né normalizzata né pacificata. I ‘fatti sul terreno’, e cioè l’espansione urbanistica degli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est, non ha solo esasperato i palestinesi. Ha portato sulla scena gerosolimitana nuovi protagonisti della società israeliana, come l’ala più radicale del settore delle colonie, a metà tra convinzioni religiose più integraliste e posizioni politiche molto più dure verso i palestinesi. Con il risultato che il punto di non ritorno, in uno scontro sociale e identitario, è considerato ormai molto vicino.

Le avvisaglie si sono avute proprio all’inizio di luglio. Mai – dicono molti gerosolimitani, essi stessi sorpresi dalla violenza urbana dell’inizio di luglio – la tensione tra gli individui e i gruppi sociali era stata così capillare, diffusa e radicale. E per nulla sopita, anche se scomparsa dalle pagine dei nostri giornali. L’atmosfera di sospetto e violenza si mostra, certo, in forme diverse dalla tensione che aveva percorso la lunga e tragica stagione degli attentati suicidi in cui, ancora una volta nella storia di Gerusalemme, la città era stata il cuore del conflitto. La tensione di queste settimane – e in nuce in questi mesi e anni – trasporta a Gerusalemme anche tratti delle tensioni sociali tipiche dei grandi centri urbani europei. Porta la violenza degli ultras del Beitar Yerushalaim, espressione della destra se farcita israeliana e del razzismo anti-arabo. Porta la rabbia dei quartieri palestinesi costretti in un isolamento deciso dai piani regolatori, che non ha solo sapore identitario, ma anche sociale: come nelle banlieu di mezza Europa. È però, ancora una volta, l’elemento politico il nodo della questione di Gerusalemme.

Dal 2000, dal summit di Camp David, in città è successo molto. Tutto quello che i rapporti annuali dei consoli europei hanno evidenziato, paventando tensioni, scontri, violazioni crescenti degli accordi internazionali, e l’impossibilità di creare sul terreno ciò che il processo di Oslo prevedeva. Gerusalemme capitale di due Stati. Non è più possibile, e a dirlo in modo fisico sono due elementi ‘architettonici’: il Muro che chiude la città verso nord e sud, verso Ramallah e Betlemme, e il tram che unisce tutta Gerusalemme, rendendola ciò che è. Una città, una città che non si può dividere, e che però non può essere nella disponibilità di una sola delle parti in conflitto, cioè le autorità israeliane che la amministrano e ne gestiscono i destini quotidiani e politici.

Un elemento di chiusura in cemento armato e un elemento di unificazione su rotaie sono la rappresentazione della ‘questione di Gerusalemme’. Non è un caso che Shu’afat, l’unico campo profughi palestinese dentro la città nei suoi attuali confini, si trovi accanto a entrambi questi elementi, e che gli scontri tra ragazzi palestinesi e poliziotti di frontiera israeliani si siano concentrati sui binari del tram. Ma la reazione politica di tutti i protagonisti (israeliani, palestinesi, cancellerie internazionali) non è stata all’altezza di quanto è successo. Nessuno, tra loro, ha raccolto il guanto di sfida lanciato dal protagonista invisibile, la società di Gerusalemme, variegata, divisa, fatta di estranei e nemici ma pur sempre corpo unico. La politica ha spostato di nuovo l’asse dello scontro, su Gaza, su una sola fazione (Hamas). Rinviando ancora una volta ciò che, forse tra poco tempo, non sarà più rinviabile.

Il commento è stato pubblicato dall’ISPI.

Un Muro, un binario, e una città in bilico

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