UN PAESE CHIAMATO PALESTINA

Scritto da Associazione

Sabato 04 Giugno 2011 10:55

Contestare senza contestualizzare: come se in Sudafrica avessimo denunciato Soweto, i singoli crimini, ma mai criticato l’apartheid. Le ragioni della fragilità del fronte pacifista secondo Ilan Pappé

di Francesca Borri  

Nessuno dice: i territori amministrati. La barriera di sicurezza. Nessuno, a sinistra, si imbatte in unità di attraversamento invece che checkpoint. Eppure, a centinaia di migliaia da anni ancora vivono in ‘insediamenti’ – così: come un’anestesia. Perché non sono affatto, precari, case sparse accampamenti: sono città. Ma sono in pochi, a sinistra, a dire: colonie. E le parole sono importanti, apostrofava un vecchio Nanni Moretti, chi parla male pensa male. E vive male.
                                          

Abbiamo bisogno di un nuovo lessico, sostiene Ilan Pappé. Perché non abbiamo bisogno di un processo di pace, ma più esattamente, di un processo di decolonizzazione: la crisi è esito non dell’implosione, ma dell’attuazione degli accordi di Oslo – la Versailles dei palestinesi, si oppose immediato Edward Said. Il problema, infatti, sembra sia lo status finale: è in realtà la premessa iniziale: è il sionismo, questa interpretazione quantitativa dell’ebraismo, questa atrofia dell’identità secondo cui Israele, per essere ebraico, deve essere a maggioranza ebraica. Ma se lo stato unico significa, è inevitabile, una maggioranza araba, neppure i due stati, diversamente dalle apparenze, sono allora la soluzione: perché la minoranza araba finirebbe per rivendicare completa eguaglianza, mentre i rifugiati, il cui diritto al ritorno è un diritto individuale e inalienabile, continuerebbero a insistere alla frontiera. La tesi di Ilan Pappé è nota: la sola opzione, per questa Israele, è prolungare il conflitto. E giorno a giorno, metro a metro, scolpire una geografia irresolvibile, incagliare la vita tra muri ostacoli, arbitrarietà e incertezze di ogni tipo – indurre i palestinesi esausti, uno a uno, a emigrare altrove.

Il 1948 non è ancora finito, avvertiva Ariel Sharon. Eppure sono in pochi, a sinistra, a contestare il sionismo: e a fronte per esempio dell’anomala richiesta di un riconoscimento internazionale dell’ebraicità di Israele, a domandare di preciso cosa si intenda per ebraicità. Si criticano politiche specifiche: gli insediamenti, il ricorso eccessivo alla forza: mai però l’ideologia che è alla loro origine – in quella che Ilan Pappé definisce l’industria della coesistenza, e di cui sono azioniste ormai anche le troppe ong che classificano povertà e disoccupazione come un’impersonale crisi umanitaria, foraggiando così l’occupazione. Esemplare, a sinistra, il dibattito sul Muro: si discute del suo tracciato, le deviazioni la Linea Verde: mai del suo significato morale, prima ancora che militare, per la società israeliana. Una società che il sionismo sfigura ostile all’Altro: e non solo alla minoranza araba, ma anche alla penombra delle migliaia di immigrati i cui muscoli sono il motore dell’economia israeliana, come di ogni altra economia sviluppata del mondo. Perché non risponde al cognome di Shalit, ma di David, il Gilad che più dovrebbe angosciare Israele: ha due anni, ha perso il padre per un cancro: e sta per perdere la madre, filippina e dunque adesso, vedova, destinata all’espulsione. Non è questione di arabi, qui, presunte minacce alla sicurezza, futuri terroristi – è questione di chiunque non sia ebreo.

Per gli Uri Avnery che liquidano lo stato unico come un mistero istituzionale, Ilan Pappé non è che un idealista. Ma chi smantellerà mai Ma’ale Adumim?, ribatte lui, Ariel? Perché senza questo, non esiste contiguità territoriale, sostenibilità economica: non esiste stato palestinese – è lo stato unico, ormai, la sola opzione realistica. Gli insediamenti da un lato, la minoranza araba dall’altro: la verità è che si sono già consolidati due stati binazionali: due stati israelo-palestinesi: si tratta ora di cambiarne il regime. E soprattutto, di riformulare il ‘noi’ e il ‘loro’ trasversalmente alle etnie, alle religioni alle frontiere. Restituire la priorità al paese, alle persone invece che alle forme e alle istituzioni. Perché alla fine non è una questione politica – idealismo o realismo. Alla fine la sola domanda sensata è un’altra, e molto più semplice: chi vorremmo come vicini di casa? I palestinesi che manifestano ogni venerdì a Bil’in o i coloni che ogni giorno sputano sui bambini di Hebron? Gli israeliani che manifestano ogni venerdì a Bil’in o gli assassini di Vittorio Arrigoni? 

Ilan Pappé, Israele/Palestina. La retorica della coesistenza, edizioni Nottetempo 2011

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php

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