Un pescatore palestinese ucciso dall’esercito israeliano e suo fratello ferito con proiettili “dum dum” o “ad espansione”

28 SET 2012

Pubblicato da Rosa Schiano a 23:30

Un pescatore palestinese è stato ucciso questa mattina e suo fratello è stato ferito dall’esercito di occupazione israeliano mentre pescavano nelle acque a nord di Gaza.

I due sono fratelli sono Fahmy Abu Ryash, 23 anni, e Yousif Abu Ryash, 19 anni.

Fahmy Abu Ryad è stato colpito alla gamba sinistra, suo fratello Yousif è stato colpito alla mano sinistra.

L’esercito israeliano ha utilizzato proiettili “ad espansione”, detti anche “dum dum”, vietati dalle legge internazionale.

Successivamente all’attacco sono stati trasportati al Kamal Odwan hospital.

Qui ho incontrato un pescatore che era con loro, Mahmoud Taha Sultan, 24 anni, di cui ho raccolto la testimonianza.

Verso le 10.15 del mattino, i ragazzi stavano pescando sulle coste a nord di Gaza, nell’area di Beit Lahia.

Non si trovavano su un’imbarcazione, ma pescavano a pochi metri dalla spiaggia, in piedi, lanciando con le proprie braccia le piccole reti.

Sulle spiagge della Striscia di Gaza è possibile vedere tanti pescatori utilizzare questo tradizionale metodo di pesca. I pescatori si immergono in acqua e, con le proprie braccia, lanciano le reti, per poi ritirarle qualche minuto dopo.

I due fratelli, insieme agli altri pescatori, in tutto una quindicina, si trovavano ad una distanza di 300 metri dal confine nord con Israele. Soldati israeliani hanno improvvisamente fatto irruzione via terra ed hanno iniziato a sparare verso i pescatori.

“Non è la prima volta che sparano – racconta Mahmoud – ma in genere sparano dalle torri”.

I soldati israeliani si sono diretti accanto ai corpi dei due fratelli, ed hanno chiamato gli altri pescatori, che nel frattempo si erano allontanati per fuggire agli spari, per dir loro di recuperare i corpi. Così i pescatori hanno chiamato l’ambulanza che ha trasportato i due ragazzi al Kamal Odwan hospital.

Quando sono arrivata in ospedale, Saleh, il padre dei due fratelli, era in lacrime.

Stava pregando in moschea quando ha saputo dell’attacco. Oggi infatti è venerdì, giorno di festa per i musulmani.

“Questa è ingiustizia. Siamo nella nostra terra, non possiamo pescare, non possiamo vivere nella nostra terra”, mi ha detto, con una voce interrotta dal pianto.

Secondo Saleh, i paesi europei dovrebbero intervenire per risolvere la questione palestinese. “Questa è ingiustizia, noi siamo solo civili”, ha ripetuto.

Infine, con occhi sgranati, mi ha detto “Immagina cosa un padre deve sentire trovando i suoi figli feriti”.

Il figlio giovane, Yousef, sta bene. Ha ricevuto medicazione alla mano ed è stato rilasciato.

Non è andata così per Fahmy. Fahmy era sposato, ed aveva un bambino di un anno.

Ho incontrato Fahmy disteso sul letto, prima che entrasse in sala operatoria. Si lamentava per il dolore, sanguinava.

I dottori hanno pulito la ferita e successivamente Fahmy è stato trasportato in sala operatoria.

Il proiettile è entrato dalla gamba sinistra ed ha distrutto l’area pelvica.

“Sarà fortunato se potrà camminare di nuovo”, aveva detto un dottore.

Ho deciso di rimanere in ospedale fino al termine dell’operazione, per assicurarmi che tutto sarebbe andato bene. L’operazione sarebbe durata 2-3 ore, avevano detto i dottori.

Alle ore 14:50 un dottore ci ha comunicato che l’operazione non era ancora iniziata perché Famhy riportava una pressione del sangue molto bassa.

Alle ore 16:12 un dottore ci ha comunicato che in sala operatoria Fahmy aveva subito un arresto cardiaco, ma che si era ripreso. Purtroppo però ha subito una forte emorragia.

Alle ore 16:25 ci hanno comunicato che l’operazione era finita e che Fahmy era stato trasportato all’unità di terapia intensiva (ICU).

Successivamente un dottore mi ha detto che Fahmy ha sofferto di forte emorragia, e che si trovava in condizioni critiche: “Il proiettile ad espansione ha distrutto l’area pelvica. Ha perso un’enorme quantità di sangue”. Ha detto che Famhy aveva subito un lungo arresto cardiaco, e che il cervello sarebbe stato danneggiato. Gli ho chiesto quali erano le sue previsioni, quali sarebbero state le conseguenze, ma la sua risposta mi ha agghiacciata. “Se sopravviverà andrà bene”, mi ha detto. Il report rilasciato dall’ospedale (foto in basso) riporta anche sono stati trovati frammenti del proiettile all’interno del corpo.

Mi sono offerta, con un attivista palestinese che era con me, di donare il sangue per Fahmy domani mattina.

Ma non è stato possibile, Fahmy è morto questa sera.

All’uscita dalla sala in cui ho parlato con i dottori, ho incontrato nuovamente i familiari di Fahmy, al momento ancora ignari delle reali condizioni del ragazzo. I dottori non avevano ancora comunicato loro la gravità della situazione.

Nei corridoi dell’ospedale alcune donne della famiglia camminavano sorrette dalle braccia dei familiari.

Il padre di Fahmy era finalmente più tranquillo, mi ha salutato sorridendo e mi ha ringraziato per la solidarietà. Ci eravamo dati appuntamento a domani. Palesemente fiducioso, sperava che tutto andasse per il meglio, “alhamdulilah”.

Gli occhi di Saleh sono grandi e buoni, occhi che esprimono storia di resistenza e di amore.

Questa sera una telefonata ha spento ogni speranza.

Fahmy non ce l’ha fatta.

Domani con forza dovrò affrontare gli occhi di Saleh, il suo dolore e quello di tutta la famiglia.

Morire per lavorare, morire per pescare.

Che cosa ha fatto Fahmy per morire a 23 anni?

Come spiegare a suo figlio di un anno il perché suo padre è stato ucciso?

Nel silenzio internazionale Israele continua ad utilizzare i proiettili “dum dum” o “ad espansione”, seppur vietati dalle convenzioni internazionali.

Perché Israele deve rimanere impunito per l’utilizzo di questi proiettili e per questi crimini contro l’umanità?

Chi rimane silente è complice di questi crimini.

Chiediamo giustizia. Chiedete giustizia insieme a noi.
29 settembre 2012 La tenda del lutto. Le donne della famiglia siedono intorno alla madre di Fahmi, che stringe tra le sue braccia la giovane moglie del figlio. Facendomi sentire parte della famiglia, mi invitano a sedermi accanto alle due donne. La giovane moglie non riesce a pronunciare nemmeno una parola, ma i suoi occhi lacrimanti parlano per lei. Le tengo stretta la mano. La madre di Fahmi mi chiama dolcemente “habibi, habibi”, le dico che ci sono tante persone in Italia che sono vicine alla loro famiglia e le esprimono solidarietà. Rimango in silenzio in quella stanza a condividere il loro dolore. Al momento di andare, incrocio il padre di Fahmi, con cui avevo parlato ieri in ospedale, dagli occhi grandi e buoni. “Ana asfa” (mi dispiace), gli dico, e lui, ringraziando Dio, “alhamdulilah” , accennandomi un sorriso. Poi, avrebbe voluto dirmi qualcosa, ma le sue labbra hanno iniziato a tremare e gli occhi a lacrimare, ed alcune donne della famiglia l’hanno portato all’interno dell’abitazione. Sono andata via sentendo le gambe tremare, e allontanatami dall’abitazione, non ho potuto fare a meno di cacciare in lacrime il dolore accumulato da ieri e forse da troppo tempo. Andrò nei prossimi giorni a visitare nuovamente la famiglia di Fahmi, ed il piccolo figlio di un anno che crescerà senza padre, morto perché pescatore.

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