Un siriano a Baba Amro, Homs

6 ottobre 2012

 

Nota della Redazione di SibiaLiria

Iyad Khuder, autore dell’articolo che state per leggere, e’ un giovane ingegnere informatico siriano di Damasco che in qualità di traduttore ha accompagnato Marinella e altri giornalisti in Siria nei mesi scorsi. Non sappiamo molto di lui tranne che appare come una persona, certamente “filogovernativa”, ma comunque onesta, e obiettiva. Anche per questo, pur non avendo noi molti riscontri alle sue affermazioni (che parrebbero, comunque confermati da alcuni reportage) pubblichiamo questa testimonianza proveniente da Baba Amro che in Occidente, nell’immaginario collettivo è il quartiere di Homs già, mesi fa, raso al suolo – con tutti gli abitant -i dall’esercito siriano.

Un siriano a Baba Amro, Homs

Testimonianza dell’ingegner Iyad Khuder – traduzione e adattamento a cura di Pierangela Zanzottera

Un breve premessa: nei miei tour di accompagnamento dei giornalisti stranieri in Siria ha avuto modo di notare che tutti sostenitori del mio Paese contro questa aggressione mediatica che sta subendo sono generalmente giornalisti indipendenti, freelance o quasi, che lavorano con un sostegno minimo di alcune associazioni, sono arrivati in Siria a loro spese, scegliendo di preferenza hotel da una o due stelle; mentre, al contrario, i giornalisti in linea – per convinzione o per denaro – con un certo pensiero propagandistico (tipo quello di al-Jazeera, per intenderci) alloggiano in noti hotel 5 stelle o anche oltre, come il Four Season o lo Sheraton, alcuni noleggiano anche l’auto con autista, etc. Due modi di intendere il Paese, due modi di conoscerlo, due modi opposti di viverlo.

Ad esempio, i giornalisti tedeschi che sono con me in queste settimane, in 10 giorni in Siria hanno speso quanto un giornalista embedded in una giornata!

La scorsa settimana ci è stata concessa l’autorizzazione di visitare Homs.

Per prima cosa abbiamo incontrato il governatore della città, Ahmad Munir Mohammed, nel suo ufficio. Al nostro arrivo lo abbiamo sorpreso mentre si trovava in riunione con alcuni cittadini che esponevano le loro esigenze più varie.

Abbiamo avuto modo di osservare come il governatorato si stia adoperando per fornire servizi e opportunità di lavoro con particolare riguardo alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei rapiti. Poi ci siamo addentrati nelle vie della città.

Mi ha fatto piacere notare nel giornalista tedesco le differenti reazioni man mano che ci spostavamo: era stranito, quasi scioccato, per la sensazione di calma che si percepiva in città. Una tranquillità per molti versi in contrasto con quanto raccontato dai media su Homs.

Come uno straniero che, sapendo di dover andare in visita a un luogo sconosciuto, si affanna per giorni a cercare notizie in rete e nei testi, ma poi l’aspettativa creata viene delusa dai fatti, così il giornalista, che evidentemente si aspettava distruzione in ogni angolo, sembrava stupito di quanto gli stava davanti, come se non si trattasse della stessa Homs letta fino al giorno prima, ma di un altrove non ben identificato. Le storie di bombardamenti spietati con carri armati e aerei, che avevano creato in lui l’aspettativa di un clima da campo di battaglia della seconda guerra mondiale, le immagini di distruzione e morte, avevano suscitato un effetto di completo straniamento. E così, ancora pieni di queste riflessioni, siamo giunti nel quartiere di Bab ‘Amr, che porta visibili i segni dei lunghi mesi di battaglie, ma non certo come descritto da media come il kuwaitiano al- Watan (che parlava di 2 colpi di cannone dei carriarmati e centinaia di pallottole al minuto per mesi).

Perché quello che il mondo ancora non ha percepito è che l’esercito non solo ha sempre cercato di non fare vittime civili, ma neppure tra le milizie e, nonostante molti siano fuggiti da Bab ‘Amr a Khaldiya attraverso tunnel, la cosa fondamentale è che si sia riusciti a liberare la zona con il minor numero di perdite possibile da tutte le parti. Del resto, se i militari siriani fossero stati realmente crudeli come vengono dipinti, avrebbero certo potuto concludere le operazioni sulla città in poche ore, invece che impiegare lunghi e dolorosi mesi.

E anche da questi elementi risulta chiaro quanto l’opinione pubblica venga manipolata a proposito della situazione siriana.

Siamo passati dalle zone popolari del quartiere e abbiamo avuto modo di vedere gli abitanti girare tranquillamente per le vie e i bambini giocare per strada davanti alle loro abitazioni. Al nostro passaggio, poi, vedendo incontro alla nostra scorta, li abbiamo sentiti gridare: “Dio protegga l’esercito!”.

Anche le autorità ci hanno confermato che 10.000 persone, ovvero circa un terzo degli abitanti, sono ormai tornati alle loro case e hanno ripreso le loro normali occupazioni.

Siamo poi arrivati alla moschea di al-Jury, utilizzavate dai gruppi armati come base per il reclutamento di combattenti, senza permettere ai fedeli di entrare per la preghiera (anche se reti come al-Jazeera, cambiando la versione dei fatti, hanno sempre raccontato che era l’esercito a bloccare gli ingressi dei cittadini ai luoghi di fede). La moschea era stata adibita anche a sede di torture e uccisioni dei rapiti, sia militari che civili di altre fedi. Le fatwe qui promulgate annunciavano a Abdul al-Rizaq Tlass (il comandante della brigata Faruq che per lungo tempo a controllato la zona) il comportamento da tenere.

La brigata, nel momento di massimo controllo, era arrivata anche a chiudere la via principale non solo impedendo a chiunque di entrare e uscire, ma di fatto anche bloccando la quotidianità, dal lavoro alla possibilità di studio, per tutta la zona.

Abbiamo avuto modo di visitare anche un punto di raccolta governativo, quello che rifornisce la popolazione del quartiere dei beni di prima necessità a prezzi calmierati, e abbiamo visto anche qui la distruzione portata dalle bande armate che sono riuscite a rapinare il luogo recando un danno allo stato di 90.000.000 di lire siriane (circa 1.500.000 euro). I sacchetti di riso sottratti – notizia ancora più sgradita – quasi per farsi beffa di una popolazione già privata di tutto, sono stati utilizzati dai membri della brigata per creare delle barriere per proteggere i loro posti di blocco.

La sera, tornati in hotel, ci è capitato di incontrare casualmente un membro del Musalaha (il movimento popolare nato dal basso per la riconciliazione nazionale che racchiude personaggi noti, religiosi o capi tribali, con lo scopo di risolvere civilmente i problemi nel Paese. Pur non essendo un gruppo governativo, le autorità, visti gli importanti risultati raggiunti dal movimento, appoggiano e incoraggiano lo svilupparsi del Musalaha a livello capillare in tutto il territorio), sheikh Habibi Al- Fandi, direttore del Centro studi Sociali e specialista in sociologia, attualmente direttore dell’Ufficio Informazioni del movimento.

Sheikh al-Fandi si è seduto con noi, accettando un’intervista improvvisata nella hall dell’hotel. Per prima cosa ci ha raccontato come il Musalaha sia nato nel 2012, come si sta sviluppando dentro e fuori il Paese, attraverso la promozione di incontri e conferenze e quali successi è riuscito ad ottenere, dalla liberazione di ostaggi all’opera di convincimento che ha portato molti giovani siriani a lasciare le armi e tornare alla vita precedente usufruendo dell’amnistia del governo.

Lo sheikh, in particolare, si è soffermato sul racconto di quanto successo a Khaldiya (una delle zone più pericolose a Homs), dove, grazie alla presenza nel movimento di molti notabili cittadini, si è riusciti ad entrare in diretto contatto telefonico con i responsabili di queste bande criminali e, ascoltando le loro parole improntate all’amore al rispetto al bene loro e del Paese, questi elementi deviati si sono resi conto con quanto odio, per contrasto, fossero impregnati i discorsi delle loro guide spirituali, che sapevano solo parlare di battaglie morti uccisioni vendette e rapporti di forza, lontani dal vero spirito dell’islam. Qualcosa a questo punto è iniziato a vacillare e di fronte a una prospettiva che portava unicamente alla distruzione del Paese, alla morte di civili innocenti e a una vita scellerata, hanno preferito aprire occhi e orecchie a chi parlava loro di pace, dialogo e soluzioni ragionevoli e tentare la via del cambiamento.

Alcuni armati hanno così scelto di fuggire da Khaldiya e consegnarsi alle autorità che hanno offerto loro protezione, possibilità di sistemare la loro posizione e anche opportunità per un futuro lavoro. A questo punto lo sheikh interrompe il suo racconto per fare una telefonata ed invitare un nuovo elemento nella conversazione a tre. Poco dopo l’ospite arriva: è un giovane, sui 25 anni, in jeans e t-shirt, che ci viene presentato come l’ex capo di una delle brigate che infestavano proprio Khaldiya. Il ragazzo accetta di raccontare, sotto la garanzia di anonimato per ovvie ragioni di sicurezza. “Perché stavate combattendo?” “Per prima cosa abbiamo fatto delle manifestazioni per chiedere un cambio del governatore, le nostre esigenze sono state accolte; abbiamo aumentato le richieste e invocato la caduta del governo, ci sono stati scontri con le autorità, incendi di edifici pubblici, etc. In poche parole siamo entrati in un gioco da cui non potevamo più uscire.” “E quando ti sei costituito, non ti hanno messo in prigione qualche giorno o di più?” “No, tutta l’operazione è durata poche ore. Un maresciallo mi ha accolto e chiesto qualche informazione, poi mi sono ritrovato insieme ad altre 150 persone, tutte provenienti da Khaldiya, siamo usciti e la nostra posizione è stata sistemata. Quando i gruppi armati hanno visto che tanti si stavano costituendo hanno iniziato a imprigionare quelli che volevano lasciare il campo di battaglia. Abbiamo contatti con molti di loro che stanno aspettando solo il momento giusto per andarsene.” “Quanti terroristi avete potuto aiutare?” “Quasi 100 persone.” dice lo sheikh. “E solo attraverso l’amore.”

La sera abbiamo fatto ancora un giro per le vie del centro di Homs, a Nizha, da lontano abbiamo notato un capannello di persone al-Batoul, ci siamo avvicinati e abbiamo nuovamente incontrato il governatore che, nonostante l’ora, stava ancora incontrando i cittadini nelle vie per ascoltare le loro esigenze.

In lontananza abbiamo sentito degli spari, così abbiamo chiesto a una giovane donna cosa stava succedendo.

“Sono i cecchini, ormai ci siamo abituati.” “Che cosa stanno prendendo di mira, i cecchini, solo i militari o chi?” “Prendono di mira tutte le persone senza alcuna eccezione. In molte occasioni hanno colpito civili. Donne, ragazze, bambini e anziani. Inizialmente c’erano circa 5 vittime al giorno, ma negli ultimi mesi, dopo che l’esercito siriano è riuscito a controllare ampie zone dalla città, la media è scesa a circa uno al giorno.” Poi ha continuato: “Prendono di mira le strade cittadine, in particolare quelle di quartieri come Al-Hadara o Al-Zahra” (quartieri abitati in massima parte da alawiti).

“Ma come possono raggiungere quelle zone, se il loro controllo è limitato solamente a poche aree della città, come la città vecchia e Khalidiya?” abbiamo chiesto.

“Sparano dagli edifici o dai tetti, verso i quartieri adiacenti. Ad esempio, i cecchini che si trovano a Bab Sba’a mirano a Nouzha ( zona poco distante anche da Hadara e Ikrima, anch’essi a maggioranza alawita), mentre da Jib al-Jandali o da Bab al-Dreib sparano verso al-Zahra.” Percorrendo Shara al-Hadara non abbiamo potuto fare a meno di notare come fosse piena di vita e, personalmente, mi sono sentito commosso e orgoglioso nel vedere che i negozianti della zona avevano scelto di dipingere le serrande con la bandiera siriana…

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