UN VOTO PER GUADAGNARE TEMPO – di Amira Hass

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Sintesi personale

Qualunque sia il risultato delle elezioni di oggi, non si fermerà il progetto coloniale israeliano, che sta accelerando come un treno espresso, in pieno giorno, non nell’ombra, come è avvenuto negli anni ’90 in mezzo a tutti i blah-blah sulla pace. Anche se Benny Gantz diventasse premier, la direzione non cambierà.

D’altra parte i palestinesi  con tutta la loro debolezza e difetti, rifiutano di essere messi a tacere, di sparire o di sottomettersi. Si comporteranno come una grande e pesante nave mercantile, guidata da accordi scritti obsoleti, da  promesse di uno stato palestinese da parte di un mondo traditore.

Ogni mossa, fatta dai capitani della nave palestinese, è sempre molto in ritardo e così esasperatamente lenta  da risultare  irrilevante quando viene effettuata, perché il treno è arrivato per primo.

L’appetito israeliano per più terra palestinese è dettato dagli insediamenti   e dalla burocrazia: l’Amministrazione Civile, i giuristi nei ministeri del governo e il sistema legale, pianificatori e architetti in cerca di contratti.

La stessa burocrazia è piena di rappresentanti degli insediamenti e dei loro parenti e fratelli o di coloro che hanno imparato che bisogna sottomettersi a loro, alle loro visioni messianiche-immobiliari e alle loro tasche, così come alle tasche dei loro ricchi sostenitori ebrei  della diaspora.

Pertanto, negli ultimi giorni abbiamo appreso che il procuratore generale Avichai Mendelblit non esclude l’annessione della Valle del Giordano in determinate circostanze diplomatiche e che i consulenti legali dell’establishment ora affermano, per la prima volta, che  a singoli ebrei dovrebbero essere consentito di acquistare terreni in Cisgiordania.

In pratica ciò non cambia molto; i padri fondatori dell’impresa insediativa trovarono sempre il modo di trasformare la terra palestinese, di proprietà privata o pubblica, in terra solo per ebrei. L’importante è la mancanza di vergogna per un’altra caratteristica dell’apartheid; dopo tutto ci sono un numero infinito di trucchi per bloccare i palestinesi della Cisgiordania o  di quelli che risiedono all’estero dall’acquisto di terreni in Israele.

Non c’è bisogno di un annuncio ufficiale su un altro avamposto legalizzato per sapere dove sta andando il treno. I media israeliani non si preoccupano di riferire su ciò che la burocrazia della distruzione fa ogni giorno. Fortunatamente i ricercatori di B’tselem lo documentano diligentemente e inviano rapporti tramite WhatsApp. Ecco un esempio degli ultimi giorni.

L’11 settembre gli inviati della democrazia per gli ebrei hanno demolito ancora una volta strutture residenziali (una tenda, edifici in cemento e case mobili che ospitano 27 persone, tra cui 13 bambini); distrutto e bloccato le strade di accesso, distrutto tubi e cisterne nei villaggi palestinesi di Khalat al-Dabe, Mafakara e Shab el-Butum nelle colline del sud di Hebron, confiscato un veicolo appartenente al consiglio locale di Masafer Yatta.

Questa è un’ area dichiarata “zona di fuoco” per impedire lo sviluppo di questi villaggi palestinesi di lunga data, per facilitare l’espulsione dei loro residenti e trasferire le loro terre agli ebrei kosher.

Lo stesso giorno, alle 4 del mattino, le forze armate hanno anche demolito due edifici disabitati nella città di Al-Azariya, adiacenti all’insediamento di Ma’ale Adumim, parte del quale è costruita su terre rubate  ad Al-Azariya.

Il 12 settembre  le forze dell’amministrazione civile hanno distrutto sette serbatoi d’acqua palestinesi e hanno sradicato circa 250 alberi di ulivo appartenenti a cinque famiglie della città di Tamoun, nella valle nord-occidentale della Giordania.

Lunedì, i rappresentanti del comune di Gerusalemme hanno completato la demolizione di un secondo piano di una casa di al-Walaja, dove i vivevano 11 persone,  di  due magazzini agricoli,  di una recinzione in cemento e  di una strada di accesso nel villaggio.

Il cambiamento necessario per salvarci da noi stessi non verrà da noi; per raggiungerlo dobbiamo guadagnare ancora un po’ di tempo fino a quando qualcuno nel mondo non piangerà. Ecco perché dovremmo votare oggi per la lista unica e, in caso contrario, per gli altri due partiti che almeno vedono i palestinesi. Dovremmo  votare se non altro per  rallentare la velocità del  motore  del potere ebraico che punta all’espulsione finale dei palestinesi.

Articolo in lingua originale qui 

 

 

UN VOTO PER GUADAGNARE TEMPO – di Amira Hass

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