Una campagna di distruzione, per gentile concessione dell’alta corte di Israele

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Articolo pubblicato orginariamente su Haaretz e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

Pochi giorni dopo che l’Alta Corte di Giustizia aveva dato il via libera all’espulsione dei residenti di otto villaggi nelle colline a Sud di Hebron, le forze israeliane hanno iniziato a demolire le loro case: hanno raso al suolo 20 abitazioni in tre villaggi, lasciando le famiglie senza casa

Di Gideon Levy e Alex Levac

Tre parka sbrindellati giacciono per terra tra le rovine, ciascuno in un villaggio diverso. C’è una cassettiera piena di attrezzi e un’altra piena zeppa di quaderni e libri di testo, bilance usate per pesare le pecore, un lavandino, resti di un materasso, frammenti di un tappeto, tubi strappati e vite strappate. A mettere in ombra il tutto è l’impotenza e la paura di ciò che ci aspetta.

Di villaggio in villaggio, di rovina in rovina, abbiamo guidato questa settimana sulla scia delle forze che avevano devastato queste comunità il mercoledì precedente, sotto gli auspici dell’Alta Corte di Giustizia, validatrice di tutti i torti e crimini dell’occupazione. In ogni luogo gli agenti dell’Amministrazione Civile del governo militare e le truppe della Polizia di Frontiera hanno detto alle persone inermi: “Lo ha deciso l’Alta Corte”.

L’Alta Corte ha deciso di sradicare uno dei tessuti più antichi e affascinanti della vita tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo: le comunità pastorizie e gli abitanti delle grotte delle colline a Sud di Hebron, residenti di autentici siti del patrimonio. Una prima espulsione di massa è avvenuta nel 1999, con “l’uomo di pace” Ehud Barak come Primo Ministro: 700 nuovi rifugiati, 14 villaggi e comunità di pastori devastate. Ora sono passati 23 anni ed è il turno del “governo del cambiamento”, approvato dall’Alta Corte, faro della giustizia estinta di Israele. Stesso luogo, stesso male.

La regione di Masafer Yatta è straordinaria: 56.000 dunam/Km2 (13.840 acri) desolati tra Hebron in Cisgiordania e Arad in Israele, alcuni villaggi, la maggior parte dei quali più simili a borghi, in mezzo al nulla lontano dalla vista di chiunque, la maggior parte anche lontana dagli insediamenti e dagli avamposti che non smettono mai di sorgere. Gli abitanti di queste comunità si aggrappano incredibilmente alla terra arida e disseminata di rocce, senza elettricità né acqua corrente, senza strade di accesso o condizioni umane minime. Invece di ricevere un aiuto generoso, su di loro si abbatte la distruzione.

In tutte queste comunità si possono vedere alcuni alberi ornamentali piantati disperatamente nel terreno arido, uliveti e appezzamenti di orzo che sono un modello di agricoltura antica attuata con pochi mezzi, ma ugualmente fruttuosa. Ogni minuscolo pezzo di terra qui deve essere ripulito dalle pietre perché qualcosa vi cresca. La vista degli alberelli in erba può solo emozionare.

Ma non Israele. Israele brama quest’area da decenni e sta lavorando instancabilmente per svuotarla dei suoi abitanti al fine di annetterla, proprio come sta facendo nella Valle del Giordano settentrionale.

Qui nelle colline a Sud di Hebron, in quella che le Forze di Difesa Israeliane chiamano Area 918, il pretesto sono le Zone di Fuoco. Qui come altrove, le autorità israeliane hanno sempre, ma sempre e sorprendentemente, devastato solo le comunità palestinesi, mai una singola capanna di coloni, illegale e molto più recente. Le persone i cui genitori sono nati qui, i pastori che sono nati e cresciuti qui nelle grotte, sono stati dichiarati dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, così viene chiamata, “invasori”. Ma questo naturalmente non è Apartheid.

Durante il processo di demolizione intrapreso la scorsa settimana, il primo villaggio ad essere abbattuto è stato Al-Fukheit, a pochi chilometri a sud di al-Tuwani, il villaggio del distretto, l’unico luogo di Masafer Yatta con un piano regolatore. Due strade portano a Fukheit, accidentate e rocciose, una più difficile da percorrere dell’altra. Ogni volta che la gente del posto cerca di sistemare un po’ la strada, l’Amministrazione Civile la distrugge, vanificando il loro lavoro.

Un alberello decorativo protetto da uno pneumatico accoglie i visitatori del complesso residenziale ormai raso al suolo di Mohammed Abu Sabha, pastore di 46 anni e padre di sei figli. Circa 200 persone vivono a Fukheit, che ha una scuola modesta, comprese le classi superiori, per tutti i bambini della zona. Due prefabbricati sono stati demoliti la scorsa settimana.

Abu Sabha è nato qui. Negli anni ’80 gli israeliani hanno distrutto la grotta di famiglia e un recinto per animali, nel 2002 hanno demolito un suo pozzo e lo scorso dicembre quattro strutture residenziali di sua proprietà, insieme a una struttura per gli ospiti, un pollaio, una colombaia e un ricovero per il grano. Ha ricostruito tutto. Mercoledì scorso le forze israeliane sono tornate e hanno demolito tutto di nuovo.

Indossando un berretto Emporio Armani, ci racconta in tono pratico come ha montato alcune tende in modo che se i demolitori tornano, la famiglia avrà un posto dove vivere. Anche le tende furono fatte a pezzi quel mercoledì. Al mattino Abu Sabha ha sentito che i bulldozer erano in agguato nella zona ed era preoccupato che avrebbero preso di mira anche lui. Il protocollo prevede che per coloro che ricostruiscono, l’Amministrazione Civile non ha bisogno di un nuovo ordine di demolizione per radere al suolo nuovamente il sito.

Sono arrivati ​​alle 10:30 di quella mattina, le forze della Polizia di Frontiera e dell’Amministrazione Civile, insieme ai demolitori. Non hanno detto una parola, hanno ordinato alla famiglia di Abu Sabha di andarsene, hanno operato la loro distruzione e se ne sono andati. Gli operai indossavano maschere.

Non sono riusciti a mettere in salvo tutti gli effetti personali prima che la squadra di demolizione entrasse in azione, la madre di Abu Sabha, Wadha, che ha 60 anni, menziona il guardaroba che è stato distrutto. Quando ha cercato di salvarlo, è stata spinta da un agente della Polizia di Frontiera ed è caduta. Hanno demolito la cucina, tre stanze, una colombaia, un recinto e due tende. Un’ora di lavoro. Gli agnelli si dispersero nella valle e dovettero essere radunati. Anche loro rimasero senza un riparo.

Da allora la famiglia Abu Sabha ha dormito in due grandi tende che ha ricevuto il giorno della demolizione dal Comitato di Resistenza Popolare contro il Muro e gli Insediamenti dell’Autorità Palestinese. Questa volta le autorità israeliane non hanno distrutto i pannelli solari, forniti da una magnifica organizzazione non governativa israelo-palestinese, Comet-ME. Hanno solo tagliato i cavi.

Ora Abu Sabha si aspetta che una delle ONG lo aiuti a ricostruire. Ha speso i suoi risparmi nelle battaglie legali che hanno preceduto le demolizioni, come altri pastori della zona. Speranza? Non ne ha, ma comunque non se ne andrà mai di qui.

I furgoni per il trasporto di pecore percorrono la strada sterrata che attraversa il Fukheit, trasportando dozzine di giovani palestinesi invece di animali da fattoria. Sono lavoratori che cercano di intrufolarsi in Israele e stanno fuggendo dai blindati dell’IDF, che abbiamo visto inseguirli poco prima.

Il nuovo modo per infastidire la gente del posto è accusarli di trasportare lavoratori illegali o di dare loro un riparo. Alcune persone sono già state arrestate in una zona dove ogni scusa è buona per abusi. L’Amministrazione Civile ha inoltre bloccato con rocce l’ingresso di una grotta utilizzata d’inverno. Fino al prossimo inverno, Dio è grande.

Con Basil al-Adraa, 25 anni, di Al-Tawani, attivista e corrispondente di +972 Magazine, si è passati ai successivi cumuli di macerie: i resti delle abitazioni appartenenti alla famiglia allargata degli Amar, ubicati a Est ma ancora dentro i confini di Fukheit. Queste erano le case di 25 anime: le famiglie di Nafaz Amar e suo fratello Raed, e la loro madre.

La casa di Nafaz è stata demolita per la prima volta sei anni fa. Di tutte le persone che abbiamo incontrato, lui è l’unico che non è nato qui; si è trasferito qui da Yatta, una città vicino a Hebron, sei anni fa, dopo che altri membri della sua famiglia si sono trasferiti 12 anni fa. Invasori.

Mercoledì scorso sono state demolite due strutture di sua proprietà, altre due più una tenda di suo fratello. Tutto è ora sparso sulla pallida terra. Nafaz ci dice che era stato emesso un ordine di sospensione della demolizione per il complesso di Raed, ma senza successo. I demolitori sono arrivati ​​qui verso mezzogiorno, dopo aver finito con i vicini. Hanno salvato il frigorifero e tutto il resto è stato schiacciato, compresa la lavatrice.

Due elicotteri dell’aeronautica ci passano praticamente sopra la testa. Sulla lontana collina dall’altra parte della strada si trova la fattoria Talia, alias fattoria Lucifero e la fattoria Hof Hanesher. Yaakov Talia, sudafricano, era un convertito al giudaismo il cui cognome originale era Johannes; è morto in un incidente con un trattore nel 2015. Da queste parti si dice che abbia spesso elogiato l’Apartheid del Sud Africa. Ebbene, come potrebbe essere altrimenti?

A Sud, il prossimo luogo di devastazione è Al-Mirkez, a 20 minuti da Arad attraverso la Linea Verde, a ridosso della barriera di separazione. A Masafer Yatta 32.000 dunam/Km2 sono stati dichiarati Zona di Fuoco militare dalla fine degli anni ’70. Ci sono altri cumuli di macerie a Mirkez, accompagnati dall’abbaiare dei poveri cani che sono stati incatenati. Rimane intatta solo una piccola struttura, adibita a ripostiglio.

Safa Najar, vedova di 68 anni, madre di nove figli e nonna di un gran numero di nipoti, vive qui. Nel villaggio vivono sette famiglie, due delle quali hanno visto demolire le loro abitazioni e il recinto delle pecore mercoledì scorso. Anche qui lo scorso dicembre c’è stata un’operazione di demolizione, quindi non è stato necessario un nuovo ordine per l’ultima distruzione.

Najar ora dorme sotto il cielo aperto, ma ha anche una grotta per l’inverno. A lei e ai suoi figli appartiene l’oliveto di giovani ulivi della vallata vicina. Un convoglio di fuoristrada attraversa ora la valle, una visita di diplomatici organizzata dalle Nazioni Unite per vedere la devastazione. Alcuni di loro potrebbero persino scrivere un resoconto feroce.

Il vicino della vedova, Mahmoud Najajari, 66 anni, che indossava una tunica nera, la scorsa settimana ha perso quattro stanze e un recinto di 200 metri quadrati. Il suo complesso è particolarmente ben coltivato, con alberi ornamentali e scale in cemento. Per Najajari, che è nato qui nella grotta sottostante, è la terza demolizione. La prima è stata nel 2017, la seconda lo scorso dicembre, poi la scorsa settimana. Dice che continuerà a coltivare la sua terra.

L’ultima casa che vediamo è ad Al-Tawani. Appartiene a Mohammed Rabai, arrestato un anno fa con il fratello e ancora detenuti. Sono in attesa di essere processati con l’accusa di aggressione, durante scontri tra coloni e polizia.

Il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) non ha rilasciato dichiarazioni al momento della stampa.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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