Una Casa per la Palestina

Una nuvola di polvere finissima ci avvolge e ci impedisce di distinguere la casa di Razan, nel cantiere del muro qui ad Al Walajeh. Da giorni proviamo a chiedere a tutti quelli che incontriamo cosa ci si aspetta, qui in palestina -con la p minuscola- dal 20 settembre, giorno che potrebbe passare alla storia per aver riconosciuto finalmente a questo popolo la maiuscola di uno Stato. Dopo più di sessant’anni il mondo potrebbe anche solo simbolicamente riconoscere che anche i palestinesi hanno diritto ad una casa. Pensate che l’intero villaggio di Razan,
E come Al Walajeh, nelle mappe ufficiali d’Israele, proprio non esiste, così lo stato di Palestina è tuttora un popolo di invisibili.

La casa di Razan, umile e solida nel suo resistere ai bulldozer dell’esercito, è esattamente il simbolo di questo Stato possibile. Ma anch’esso è oggi avvolto da un’enorme nuvola di dubbi e incertezze, divisioni e interessi, che ci impediscono di prevedere con certezza per settembre uno storico successo dell’aspirazione palestinese finalmente accolta dalla comunità internazionale.

Guardando questa piccola casa che, ben piantata nel terreno di questa collina di Betlemme, ha messo in crisi i migliori ingegneri del muro di apartheid, costringendoli a modificarne il tracciato, pensiamo a chi in questi giorni ci dice convinto: “Siamo pronti. E’ finito il tempo del “processo” e dei “colloqui” di pace perchè siamo arrivati alla decisione di pace. Basta con i discorsi e con le speranze di pace: riconoscete che esistiamo come stato e alla speranza sostituite una decisione di speranza”.

Ma c’è da non crederci. Se non lo stessimo vedendo con i nostri occhi sarebbe impossibile descriverlo a parole: la soluzione folle che le autorità di occupazione hanno pianificato per la casa di Razan (e per lo Stato di Palestina!) è un tunnel privato, un cunicolo studiato ad hoc per questa famiglia, che da una parte sbuca alla porta di casa e dall’altra esce nel villaggio.
Le autorità israeliane hanno riconosciuto l’esistenza della casa di Razan, proprio come potrebbero essere costrette a fare per la “casa” della Palestina fra pochi giorni al palazzo di vetro, ma purtroppo sappiamo in anticipo che non verrà concessa alcuna autodeterminazione né libertà di movimento e sviluppo a questa gente. Un cunicolo per sorci permetterà loro di salire in superficie e vedere il cielo, ma niente di più. Il controllo, insomma, continuerà ad essere totale perchè la sicurezza del popolo israeliano è l’unico principio dirimente.

La casa della Palestina è, come quella di Razan, non solo assediata dalle colonie che rubano terra e distruggono ulivi, ma murata senza speranza. Ci colpisce lo sconforto di tanti che ammettono: “Se anche avvenisse il riconoscimento e un sussulto di coscienza civile e democratica fermasse la mano alzata degli Usa, pronta all’ennesimo “veto”, fermasse credete forse che qualche Paese al mondo sarebbe pronto ad intervenire con decisione per realizzare quest’opera? Ma non vedete il muro di indifferenza e ignoranza che ci toglie speranza?”

Dalla collina di Al Walajeh vediamo ad occhio nudo la Knesset, il parlamento dello stato di Israele, nelle ultime settimane oggetto di inedite contestazioni popolari per le spese sociali e l’aumento del costo della vita. Si tratta da decenni ormai, non solo di uno stato che possiede un esercito ma che è meglio descrivere come un esercito che possiede uno stato. Il nervosismo con cui le autorità israeliane affrontano questi mesi di vigilia, il goffo tentativo di accendere un fuoco di violenza provocando violenza ancora una volta a Gaza, è la prova che cominciano a rendersi conto della realistica possibilità che da settembre potrebbero davvero cambiare le cose.
Israele è sempre più preoccupato e questo paradossalmente è positivo. Il prossimo settembre fa paura ad Israele perchè inaugura una novità rispetto al solito processo di pace. Israele non ha paura di una nuova intifada ma di essere costretta a fare finalmente i conti con un popolo non più invisibile. Ma a questo Israele impaurito bisognerebbe far capire che la sicurezza che cerca gli verrà solo dal riconoscere gli stessi suoi diritti ai suoi vicini. Ci dice abuna Manuel Musallam: “Israele è oggi come un grosso macigno che non appoggia bene sul terreno e ondeggiando tanto è in pericolo. Il 20 settembre diremo ad Israele: accettate il rischio della pace e la pace vi farà vivere in sicurezza”.

Tutto intorno alla casa di Razan, l’intero villaggio di Al Walajeh è un cantiere in fermento. Visto che qualsiasi costruzione, dalle case alla scuola, dal negozio alla moschea, è illegale per Israele, le ruspe dell’esercito vengono quotidianamente per demolire gli edifici. Ma gli indomiti abitanti, nonostante il caldo e la fatica di questo mese di digiuno religioso, hanno sempre la pala in mano e il sacco di cemento aperto per ricostruire ciò che gli altri distruggono.
Ecco la notizia che da tempo non è più uno scoop: in Palestina stanno moltiplicandosi le esperienze e i metodi nonviolenti, elaborate prassi di resistenza che… ricostruiscono ogni volta che si è distrutto!

Per i lavori di scavo e di consolidamento del tunnel, ovviamente è stata occupata, espropriata e squarciata la proprietà della famiglia di Razan, ma il militare che è venuto a spiegare loro il progetto, ha chiaramente fatto capire che “tutta quest’opera molto costosa è stata fatta generosamente, a vostro vantaggio. Siamo stati generosi a non far sparire per sempre per sempre la casa garantendo un futuro possibile di sopravvivenza ai suoi abitanti. I membri della famiglia di Razan potranno scendere nelle viscere della loro terra, e risalire attraverso il tunnel, alla luce.

Ma ecco, sta arrivando un blindato della polizia. In effetti, da mezzora stiamo osservando ciò che non si può osservare, e casomai sentendoci invece osservati. E’ questo totale controllo su tutto che impedisce a chiunque di essere tanto ottimisti: qualunque minima sollevazione di protesta verrebbe senza esitazione stroncata dall’esercito.

Un’ultima domanda, per questa casa dai tanti muri. Lì, più in basso, nella vallata, vediamo i cancelli dello Zoo di Gerusalemme. E ingenuamente chiediamo perchè le autorità israeliane hanno costruito non uno ma tre muri di cemento : uno ai piedi della collina, un altro sulla cima, con lo scandaloso assenso dei Salesiani di Cremisan che, interpellati dalle autorità israeliane, potevano scegliere da quale parte del Muro stare, o all’interno del ghetto degli oppressi palestinesi di Betlemme o dalla parte dei coloni di Har Gilo e della città di Gerusalemme. “La chiesa, i salesiani -ci dice triste Razan puntando il dito verso di noi- hanno fatto la loro scelta. Un assenso all’esproprio della terra dei palestinesi e l’esplicito stare dalla parte dei potenti che ci stanno schiacciando nel ghetto di Al Walajeh”. E poi hanno progettato ancora un terzo muro, quello riservato per la famiglia X. Ci chiediamo: visto che il motivo del muro è la sicurezza, perchè non bastava allungare il muro a fondovalle? La risposta è che il mostro di cemento avrebbe deturpato il giardino zoologico e probabilmente compromesso la serenità degli animali.

Lo stesso ragionamento vale per gli abitanti della gabbia di Gaza. Ci sembra che nessuno si stia ponendo la questione, per questo nuovo Stato palestinese, di essere spaccato in due parti. Di nascere cioè già compromesso. Nessuno più, tranne Filippo Landi, ricorda nei nostri media italiani che Gaza è come uno zoo assediato e non un covo di terroristi.
Ma d’altra parte -è vero- nessuno si è mai sognato di chiedere ad una zebra dello zoo cosa pensa del suo essere in prigione né è mai consultata la giraffa per decidere qualcosa del suo futuro, magari tenendo in conto della sua innata aspirazione alla libertà….

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