Una città fantasma e un villaggio che non vuole diventarlo

30 agosto 2011

Ma di quale Palestina stanno parlando i nostri TG? Ce lo siamo chiesti anche ieri mattina quando siamo entrati a Hebron. La città è da sempre abitata dai palestinesi, ma la presenza della tomba dei Patriarchi ha fornito agli israeliani il pretesto per occuparne il centro e riappropriarsi di quella che alcuni ritengono semplicemente “terra promessa” data da Dio solo a loro e che non potrebbe essere condivisa con alcun altro popolo.

Con i nostri passaporti in mano passiamo il check-point incuneato tra le case, vicino a giovani militari israeliani che hanno il compito di controllare gli abitanti del centro storico che tornano dai loro luoghi di lavoro o dal mercato.

Ahmed, un giovane di Hebron che studia in Italia, ci accompagna per le vie della rumorosa e caotica cittadina, in cui le voci dei venditori si mescolano ai clacson delle auto, in cui il forte profumo delle spezie ci avvolge e ci dà il benvenuto in una città che, a primo impatto, ci appare frenetica e piena di vita. Continuiamo a scendere la strada verso il centro, camminando in mezzo alla folla frettolosa che si muove attorno alle bancarelle. Eccoci arrivati al cuore della città, e qui ci fermiamo. Sì perché il passaggio è impedito da un check point che divide Hebron in H1, la parte palestinese, e H2, l’insediamento dei coloni israeliani, che si sono stabiliti successivamente alla seconda Intifada.

Varcata la soglia, le strade sono deserte. Nessun odore, nessun rumore. Nel cuore del centro storico di Hebron non c’è più vita. Negozi forzatamente sigillati da quando i coloni israeliani hanno occupato questa parte del mercato rendendolo un freddo corridoio di passaggio.
Moschee ed abitazioni per la maggior parte vuote. Gli unici palestinesi a cui è permesso entrare sono quelli che vivono in questo quartiere.

Ahmed, che abita nella parte occupata dai coloni, per raggiungere casa è costretto a passare attraverso cinque controlli. Tutta la sua famiglia, per soddisfare le necessità primarie, dal cibo al medico, dal lavoro alla scuola, è costretta ogni giorno a recarsi nella parte viva della città passando attraverso il check-point dovendo esibire il documento d’identità e subendo ogni tipo di controllo.

Hebron: una città divisa in due. Una che pulsa e una fantasma.

At Twani è un villaggio a sud di Hebron dove abitano circa 300 persone. È un punto di riferimento anche per i villaggi vicini, dove fino a non molti anni fa, le famiglie di pastori vivevano ancora nelle grotte. Nel 1982 , sulla sommità di una collina distante circa 500 metri dal villaggio, inizia l’occupazione dei terreni dei palestinesi e si costruiscono le prime case della colonia ebraica di Ma’on; intorno alla colonia altri terreni da secoli utilizzati dai pastori di At-Twani vengono dichiarati “di Stato” per farne coltivazioni ed allevamenti di esclusiva proprietà dei coloni.

Tutta la colonia ed i suoi terreni vengono cintati con reti e filo spinato e sottoposti al controllo di un drappello di militari che ne controllano anche l’accesso. I problemi si moltiplicano quando la colonia cresce ed arrivano gli ebrei nazional-sionisti, i più agguerriti nel panorama sociale di Israele. Alcuni di essi, i più estremisti, occupano altri terreni al di fuori della colonia creando l’avamposto Vat Maon (illegale ma tollerato dallo stesso governo israeliano).

Gli attacchi ai palestinesi non si limitano all’abbattimento di piante di ulivo, all’avvelenamento dei greggi di pecore, dei terreni coltivati e della cisterna dell’acqua, all’aggressione dei pastori mentre sono al pascolo, ma arrivano fino all’aggressione fisica dei bambini che dai villaggi vicini ogni giorno si recano a piedi alla scuola di At-Twani.

La scelta del villaggio è di reagire in modo nonviolento a questi soprusi: se una loro casa viene abbattuta, la si ricostruisce, se un pastore viene aggredito nei campi, il giorno dopo ritorna accompagnato da altre persone, se la strada viene chiusa con la posa di blocchi di pietra, le persone si riuniscono per rimuoverle. In questa fase, dopo l’aiuto legale offerto da un’associazione di avvocati israeliani sensibili alla condizione palestinese, entrano in gioco altre due organizzazioni per la pace, tra cui i giovani dell’Operazione Colomba nata nel 2004 e il Christian Peacemaker Team. Questi volontari, oltre a condividere la vita quotidiana con la gente del villaggio, svolgono oggi il ruolo di osservatori internazionali (quindi maggiormente garantiti) dei soldati che oggi dovrebbero scortare e garantire l’incolumità dei bambini dai villaggi alla scuola di At-Twani.
30 agosto 2011

Il villaggio continua a resistere con la nonviolenza e proprio questo tipo di lotta, unitamente alla determinazione, alla fede e all’amore per la loro terra, ha già portato i suoi frutti: è arrivata l’energia elettrica nel villaggio.

At Twani: un villaggio che ha scelto di non diventare fantasma resistendo pacificamente.

Pellegrini di Giustizia

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