UNA COMUNITÀ DI PASTORI PALESTINESI HA COSTRUITO UNA SCUOLA PROPRIA. ORA ISRAELE VUOLE DEMOLIRLA

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

martedì 24 novembre 2020   21:55

The schoolhouse in Ras a-Tin. Credit: Alex Levac

Prima che la scuola fosse costruita, i bambini dovevano camminare per sette chilometri da ogni direzione per ricevere un’istruzione. Il sogno verrà distrutto dai bulldozer?

Di Gideon Levy e Alex Levac – 20 novembre 2020

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È esattamente mezzogiorno. Un ragazzino sbuca fuori dall’aula degli insegnanti con in mano un pesante campanello di ferro e lo suona. Il rintocco della redenzione? Non proprio. Subito dopo si aprono le porte delle cinque aule e ne fuoriescono decine di ragazzi e ragazze. Zaini sulla schiena, la maggior parte dei quali indossa la mascherina, camminano in fila lungo il pendio della rigogliosa valle verso le loro case, e tende. Un ragazzo “privilegiato” ha un passaggio che lo aspetta: un mulo legato nelle vicinanze. Viene da una delle comunità di pastori vicine.

Dall’inizio dell’anno scolastico a settembre, le vite di questi bambini palestinesi del villaggio di Ras a-Tin, a est di Ramallah in Cisgiordania, sono state rivoluzionate. Fino ad allora dovevano camminare più di sette chilometri ogni mattina per andare a scuola nel villaggio più vicino, Mughayir, e poi rifare lo stesso percorso verso casa, circa 15 chilometri andata e ritorno con il caldo e con il freddo, con il vento e con la pioggia, e talvolta anche subendo gli attacchi dei coloni lungo la strada. Così alla fine di agosto la comunità ha deciso di agire: avrebbe costruito una propria scuola.

Con l’aiuto del Ministero dell’Istruzione Palestinese e di GVC, un’organizzazione umanitaria della Commissione Europea con sede in Italia, il miracolo è avvenuto. I residenti hanno costruito una semplice struttura in mattoni di sei stanze, cinque aule e una sala per gli insegnanti, coperta da un tetto di lamiera, situata su un tumulo di ghiaia. Questa era la scuola elementare del villaggio di Ras a-Tin.

È uno spettacolo molto toccante. La semplicità dell’edificio bianco; le piccole e semplici aule che contengono solo pochi banchi, sedie e una lavagna per i bambini; gli occhi scintillanti degli insegnanti, l’entusiasmo degli alunni; la preside arrivata qui dopo aver amministrato un’istituzione simile in un’altra comunità di pastori. In precedenza la maggior parte dei bambini era spesso assente da scuola, o la avevano abbandonata del tutto, a causa del calvario del tragitto quotidiano, ma ora il tasso di frequenza è alto.

Questa settimana gli alunni della nuova scuola hanno iniziato a imparare le equazioni con una variabile sconosciuta.

La vera incognita, tuttavia, è se e quando il sogno verrà infranto e la scuola demolita. Il timore è che questa visione emozionante sarà di breve durata, perché le autorità israeliane non la lasceranno durare. L’Amministrazione Civile Israeliana, che amministra la Cisgiordania, ha già emesso gli ordini di demolizione; i bulldozer stanno arrivando.

Inizialmente, il personale dell’Amministrazione Civile ha cercato di impedire la costruzione dell’edificio, poi ha iniziato a confiscare attrezzature e mobili. Ora stanno impedendo alla città di collegare il bagno degli insegnanti a una sorta di infrastruttura idraulica, in un locale che non è nemmeno collegato alla condotta idrica principale o alla rete elettrica. Gli ispettori dell’Amministrazione Civile si presentano regolarmente per assicurarsi che nel frattempo nessuno abbia allacciato l’impianto idraulico in modo da consentire lo sciacquone dei wc nel bagno degli insegnanti. Ecco fin dove è arrivata la crudeltà.

Una perizia di esperti stilata per conto dell’ONG israeliana per i diritti umani Bimkon, Planners for Planning Rights (Pianificatori per i Diritti di Pianificazione) dell’architetto Alon Cohen-Lifshitz, che è stata presentata in tribunale il mese scorso, afferma che la scuola ha un’enorme importanza per il futuro di questi alunni.

“Per alcuni di loro, è l’unica possibilità di partecipare al programma scolastico, poiché è vicino a casa loro”, ha scritto. “La scuola consente a tutti i bambini della comunità di esercitare il loro diritto fondamentale, il diritto all’istruzione: per coloro che non hanno mai frequentato la scuola, per coloro che hanno abbandonato, e anche per coloro che in precedenza dovevano recarsi in una scuola lontana su un terreno impervio e spesso chiusa. La demolizione della scuola priverà questi bambini ”di questa opportunità.

Secondo il documento di Cohen-Lifshitz, che sarà presentato anche alla Corte Suprema, a seguito di una sentenza del tribunale distrettuale secondo cui la demolizione della scuola può essere eseguita, in numerosi altri casi in Cisgiordania, sono stati trovati modi per evitare la demolizione di una scuola costruita senza un permesso, e direttive speciali in tal senso sono state effettivamente emanate dal governo militare, citando “regolamenti che autorizzano l’istituzione e l’esenzione dal permesso per una struttura scolastica”.

Ma tali esenzioni, ovviamente, si applicano esclusivamente agli insediamenti ebraici, non agli altri residenti della regione. Cohen-Lifshitz sottolinea che il terreno su cui è stata costruita la scuola elementare di Ras a-Tin è di proprietà privata e che il proprietario palestinese ha dato il via libera per la costruzione della struttura. Inoltre, in base ai regolamenti risalenti all’epoca del Mandato Britannico che si applicano in quest’area, una scuola può essere costruita su terreni agricoli, anche se ovviamente non c’è alcuna possibilità che riceverà mai un permesso di costruzione dalle autorità israeliane nell’Area C della Cisgiordania (sotto l’esclusivo controllo israeliano).

Cohen-Lifshitz ha continuato descrivendo come sarebbe la tipica giornata scolastica se i bambini dovessero tornare a frequentare la loro ex scuola a Mughayir. “Qui dovremmo provare a immaginare bambine e bambini, in prima elementare, che devono uscire di casa alle 6 del mattino per raggiungere la scuola in tempo per la loro prima lezione. Questi bambini terminano le lezioni all’una del pomeriggio, ma arriveranno a casa solo alle quattro di sera. La loro giornata scolastica dura quindi 10 ore, la sola metà delle quali è dedicata all’apprendimento”, afferma il documento stilato su richiesta di Bimkom.

Nel periodo della pandemia di coronavirus, questa situazione è ancora più acuta, poiché la didattica a distanza è praticamente inesistente in una comunità priva di energia elettrica, per non parlare di computer e Internet.

Circa 300 persone, quasi la metà delle quali bambini o adolescenti, vivono a Ras a-Tin, dove i loro genitori si guadagnano da vivere allevando pecore e coltivando grano e altri cereali da foraggio per loro. Il villaggio si trova vicino alla cava di roccia dell’insediamento di Kokhav Hashahar, allestita in grave violazione del Diritto Internazionale, che vieta alle forze di occupazione di estrarre risorse naturali in un’area sotto il loro controllo. Kokhav Hashahar si trova sulla cresta opposta.

Siamo arroccati sopra la Valle del Giordano. Sulle colline circostanti gli avamposti dei coloni e le case mobili spuntano come funghi velenosi dopo la pioggia. L’obiettivo dei residenti israeliani è identico a quello dell’Amministrazione Civile: strangolare e cacciare le comunità pastorali palestinesi nelle vicinanze e trasferirle nella regione di Gerico, in una continuità delle espulsioni dei primi anni ’70 dalla loro precedente collocazione nelle colline del sud di Hebron.

Israele non ne riconosce l’esistenza, ma la comunità di Ras a-Tin è relativamente ordinata, composta da un gruppo di tende familiari sparse sulle colline sopra una valle dove i campi di grano fioriscono dopo le prime piogge autunnali. Il grano viene immagazzinato nelle grotte vicine che funzionano come granai naturali. Ma Israele vuole distruggere questo modo di vivere.

L’abuso qui è di lunga data. Iyad Hadad, un osservatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, ci mostra alcuni documenti e testimonianze che ha raccolto dai residenti di Ras a-Tin nel 2009, quando è iniziata la campagna per espellerli. Il mukhtar, o capo della comunità, è Ahmad Ahadishan Kaabana, e ora siamo seduti con lui su un’area ghiaiosa di fronte alla nuova scuola, che non è né un cortile né un parco giochi.

“Palestina libera” cita un cartello in grafia infantile appuntato sulla porta di un’aula. A differenza di altre scuole dell’Autorità Palestinese, qui hanno paura di esporre la bandiera palestinese. È presente in una sola aula, sul pavimento in un angolo, appoggiata al muro, piegata e indignata. Forse anche spaventata.

“Non osiamo appendere nemmeno un disegno di un albero qui, figuriamoci issare una bandiera?” dice la preside, Nura Azhari, che vive a Ramallah. Prima di trasferirsi qui, gestiva una scuola in un’altra comunità di pastori, vicino a Beit Liqya, a ovest di Ramallah. Anche lì un ordine di demolizione incombe sulla scuola.

Attualmente ci sono 22 scuole “contestate” come questa in tutta la Cisgiordania, minacciate di essere demolite in qualsiasi momento. La mappatura effettuata da Bimkom per 260 percorsi che corrono tra 130 comunità come Ras a-Tin nell’Area C e le scuole frequentate dai loro figli, mostra che l’accessibilità è scarsa e difficile. Per più di 80 comunità, il percorso per la scuola è più lungo di due chilometri; per 48 è più lungo di cinque chilometri, che spesso devono essere percorsi a piedi.

I residenti di Ras a-Tin non si sono sentiti al sicuro neanche per un giorno da quando si sono trasferiti qui nel 1971, ci dice Kaabana. “Ci perseguitano, non ci lasciano in pace.”

Diverse volte sono stati spostati da un luogo all’altro e talvolta sono costretti a lasciare temporaneamente le loro case per consentire esercitazioni di addestramento dell’esercito israeliano. Non sono autorizzati a scavare pozzi; devono acquistare l’acqua dalle autobotti a caro prezzo. Nessuno sogna nemmeno di essere allacciato alla rete idrica e elettrica.

Quando i bambini frequentavano la scuola di Mughayir, a volte venivano accompagnati dai mezzi dell’Autorità Palestinese, ma non più di due o tre volte alla settimana. La situazione si è aggravata negli ultimi due anni a causa degli attacchi ai bambini da parte dei coloni degli insediamenti. Così la comunità ha deciso di costruire una propria scuola, vicino a casa. La rivoluzionaria idea è stata rapidamente messa in atto, perché l’Autorità Palestinese aveva promesso di aiutare se la terra fosse stata resa disponibile, e questo contributo è stato dato alla comunità da un proprietario terriero palestinese. Successivamente il mukhtar ha sentito parlare di GVC, una ONG che aiuta a costruire scuole nelle aree svantaggiate del mondo, e il sogno della scuola si è avverato.

La costruzione è iniziata il 20 agosto. Undici giorni dopo, il 31 agosto, le forze dell’Amministrazione Civile si sono presentate e hanno sequestrato attrezzature da costruzione, mattoni, tondini e cemento. Il giorno successivo sono tornati con un ordine: “Ordine esecutivo di cessazione dei lavori e demolizione”, emesso dal “sottocomitato per la supervisione alla costruzione del Consiglio Supremo di Pianificazione”. Tuttavia, i lavori continuarono e lo scheletro della struttura è stato completato entro il 3 settembre.

Il personale dell’Amministrazione Civile ha restituito e confiscato i fogli di lamiera destinati alla copertura del tetto. Hanno anche colto l’occasione per requisire quattro bancali di mattoni, 30 sedie e 12 tavoli. La corsa contro il tempo della comunità ha avuto un’accelerazione: tre giorni dopo, il 6 settembre, avrebbe dovuto iniziare l’anno scolastico.

All’inizio, gli alunni si sedevano sul pavimento circondati da pareti grezze, non intonacate e senza il tetto sopra le loro teste. Il 10 settembre, le forze israeliane sono tornate ed hanno confiscato altri fogli di lamiera, che stavano già fungendo da tetto al posto di quelli precedentemente sequestrati. Le forze hanno anche preso altri 12 tavoli che l’Autorità Palestinese aveva fornito. Nei giorni successivi sono stati utilizzati contenitori di olio d’oliva vuoti come tavoli.

Da allora l’Amministrazione Civile non ha più confiscato nulla, ma in tre occasioni insegnanti e alunni sono arrivati ​​la mattina per trovare tutti i mobili della scuola gettati per terra all’esterno. Gli autori potrebbero essere stati coloni, forse l’Amministrazione Civile: a Ras a-Tin, la gente crede che ci sia una totale identificazione di quest’ultima con i primi e una collaborazione attiva tra i due.

Il personale amministrativo è tornato il 20 settembre, questa volta solo per fotografare il sito. Sono tornati anche la scorsa settimana, per fare altre fotografie e per controllare che i servizi igienici non fossero collegati alla rete idrica. Ciascuna di queste ispezioni, naturalmente, infonde ulteriore paura e timore tra insegnanti e alunni.

Un portavoce dell’Unità del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) ha rilasciato questa settimana la seguente risposta a una serie di domande di Haaretz: “Un ricorso riguardante le accuse (dei residenti) è stato presentato al nostro ufficio. La risposta al ricorso sarà data al tribunale, come di consueto. Sottolineiamo che L’Unità di Vigilanza dell’Amministrazione Civile svolge attività di repressione dei reati relativi alla pianificazione e alla costruzione, questo come parte della sua funzione di preservare l’ordine pubblico e lo stato di diritto. Le attività di esecuzione, come le confische di attrezzature effettuate nel luogo menzionato, sono eseguite conformemente alle sue competenze e procedure, e soggette a ordine di priorità e valutazioni operative”.

Durante il periodo dell’epidemia di coronavirus, gli alunni frequentano la scuola solo quattro ore al giorno. Le classi sono miste: la prima, la seconda e la terza classe sono in un’aula, e lo stesso vale anche per le classi superiori. In tutto ci sono 50 alunni, 30 ragazze e 20 ragazzi, sei insegnanti, una segretaria e la preside. Ora sono le ragazze, che in precedenza non frequentavano la scuola a causa della distanza e dei pericoli che comportava raggiungerla, che costituiscono la maggioranza.

La preside Nura Azhari afferma che con tutte le paure e l’ansia causate dall’ordine di demolizione, i cambiamenti rispetto al periodo precedente la costruzione della scuola sono stati drammatici. I genitori le dicono con orgoglio che i loro figli improvvisamente conoscono un po’ di inglese, matematica e letteratura. E all’improvviso vogliono imparare. Quanto agli insegnanti, dice la preside, non vedono l’ora che inizi un nuovo giorno per venire a scuola.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato appena pubblicato da Verso.
Alex Levac è diventato fotografo personale per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo personale per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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