Una fine conveniente

31 ottobre 2011   18.08

Muammar Gheddafi

Robert Fisk, The Independent, Gran Bretagna

 

Per molti anni i giornalisti stranieri sono stati costretti a prendere sul serio le minacce libiche.

Lo abbiamo amato. Lo abbiamo odiato. Poi lo abbiamo amato di nuovo. Tony Blair sbavava per lui. E lo abbiamo odiato di nuovo. Poi Hillary Clinton sbavava parlando al Blackberry con lui e lo abbiamo odiato ancora di più. Era una buffa combinazione tra Don Corleone e Paperino, e noi che dovevamo seguire le sue ridicole sfilate e i suoi discorsi ci mordevamo le labbra e scrivevamo dei carri armati e dei missili libici, costretti a prendere sul serio queste buffonate.

I suoi uomini rana sfilavano con le pinne sotto il sole nella piazza Verde e noi dovevamo fingere che le sua pagliacciate fossero davvero una minaccia per Israe­le. Allo stesso tempo Blair cercava di convincerci che i patetici tentativi di Muammar Gheddafi di costruire “armi di distruzione di massa” erano stati sventati. Tutto questo in un paese che non è neanche in grado di riparare un bagno pubblico.

E così se n’è andato il colonnello che dopo il colpo di stato contro re Idris era il beniamino del Foreign office, poi è stato considerato un “alleato sicuro”, poi è stato odiato perché mandava armi all’Ira, è stato amato di nuovo e così via. Ma possiamo prendercela con lui se pensava di essere buono?

E davvero è morto così? Ucciso da alcuni colpi di pistola mentre cercava di resistere? Di certo i leader occidentali devono sentirsi sollevati dal fatto che non ci sarà nessun processo, nessun discorso interminabile e nessuna difesa del suo regime. Senza un processo, nessuno dovrà rendere conto delle extraordinary renditions, delle torture o delle mutilazioni genitali. È meglio non ricordare che ci siamo umiliati davanti a Gheddafi.

Più di trent’anni fa andai a Tripoli per conoscere l’uomo dell’Ira che mandava l’esplosivo Semtex in Irlanda e che proteggeva i cittadini irlandesi in Libia. I libici erano contenti che lo incontrassi. E perché non avrebbero dovuto? In quel periodo Gheddafi era il leader del terzo mondo. Eravamo abituati ai metodi del suo regime, alla sua crudeltà.

I libici sono intelligenti
La scomparsa di qualsiasi prova delle torture praticate dal regime libico per conto del governo britannico potrebbe essere un bene, no? Può darsi. Ma non dobbiamo dimenticare il passato. Gheddafi non aveva scordato la dominazione coloniale italiana, quel periodo ripugnante in cui i libici non erano considerati nessuno in confronto agli italiani, i loro eroi venivano impiccati in piazza e la loro lotta per la libertà era vista come una forma di terrorismo.

I rappresentanti delle società petrolifere e quelli del Fondo monetario internazionale non saranno trattati meglio degli italiani. I libici sono intelligenti. Gheddafi lo sapeva bene, anche se, purtroppo per lui, pensava di esserlo più di loro. L’idea che questo popolo tribale improvvisamente si “globalizzi” e cambi è ridicola. Gheddafi era uno di quei dittatori arabi ai quali l’aggettivo “folle” si adattava perfettamente.

Ma diceva anche cose sensate. Sosteneva (a ragione) che la Palestina non sarebbe mai esistita perché gli israeliani avevano già occupato troppe terre arabe. E non credeva sul serio neanche nel mondo arabo, perciò dava molto peso ai legami tribali.

Robert Fisk è il corrispondente mediorientale del quotidiano britannico The Independent.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 921, 28 ottobre 2011

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