Una foto che parla

Venerdì 04 Gennaio 2013 11:42

Palestina/Israele

Gli strumenti che parlano:

il mitra
E’ assertivo e paventa una sicurezza che nasconde la paura e il bisogno di difendersi:
“la tua vita è nelle mie mani, se io voglio tu non esisti più. Sono puntato su di te oggi, a una settimana dall’omicidio di un ragazzo di 18 anni da parte di un soldato a Hebron, qui vicino… quindi sto facendo sul serio!

La tua vita in fondo non vale così tanto perché può essere messa a repentaglio per una questione di terra e di pecore. Qui comando io, tu devi obbedire. Non hai nessun potere tu qui, il potere è mio perché se non obbedisci potrei ferirti… ucciderti…”

la videocamera
Pone delle questioni e non si lascia annullare dalle armi:
“Qualunque cosa tu farai non rimarrà qui nascosta ma dovrai essere pronto a difenderla davanti a tutti, perché io posso mostrarla a tutti. Sei pronto per questo? E’ per questo che vuoi essere ricordato? Questo che fai ora è quello che ti rappresenta? Ora sei qui con la divisa del soldato ma se ti rivedessi in un altro contesto ti riconosceresti ancora? Sei così sicuro che quello che stai facendo ora sia giusto da non dovertene pentire se lo vedessero gli avvocati, da non dovertene vergognare se lo vedessero quelli che ti conoscono….?  Tu non sei onnipotente, anche io posso”

il telefono: c’è; è una presenza, sta in mezzo, ricorda una realtà che esiste:
“Voi due non siete soli in questo conflitto. Tu pastore non sei da solo, perché dietro di me ci sono gli avvocati e ci sono gli attivisti israeliani… dietro di me c’è la speranza di giustizia e la speranza di una relazione possibile. Tu pastore non sei solo ad affrontare questa battaglia. C’è qualcuno in linea con te perché è una battaglia giusta. C’è qualcuno in linea con te perché tu abbia giustizia e perché il tuo strumento è quello scelto da chi mi usa. Anche tu soldato non sei solo. Dietro di me c’è una realtà concreta che ti ricorda che anche per te c’è la speranza di una giustizia che sola può portare la pace. C’è la speranza che una relazione diversa è possibile anche per te. Dietro di me c’è la realtà concreta che dimostra che non sei obbligato ad avere questa divisa, non sei obbligato ad avere questo mitra, non sei obbligato ad odiare, non sei obbligato a violare le tue stesse leggi. Qui, dentro la mia linea, ci sono persone che hanno fatto scelte diverse… ti ricordano che scelte diverse sono possibili.”

Gli sguardi che parlano
lo sguardo alto di N.: c’è la consapevolezza di chi sa quali sono i suoi diritti e la consapevolezza di chi è pronto a lottare per ottenerli. C’è la fierezza di chi non è disposto a cedere la propria dignità. C’è la forza di chi è fiero di quello che fa. C’è la forza morale di chi non ha nulla da farsi rimproverare e non ha nulla da nascondere. C’è la forza di chi non teme il confronto, ma è pronto a sostenere un altro sguardo.

dietro allo sguardo basso del soldato: c’è la paura di chi vuole difendersi attaccando. C’è l’insicurezza di chi non è convinto delle proprie ragioni. C’è forse l’imbarazzo per una situazione scomoda. C’è la rabbia di un conflitto interiore. C’è l’obbedienza ad un ordine invece che alla propria coscienza.

dietro allo sguardo immerso nel lavoro di Ale: c’è la concentrazione di chi è consapevole dell’importanza di ciò che sta accadendo, la concentrazione di chi sa che può fare la differenza, alzando o abbassando la tensione. C’è il servizio di chi non si sostituisce nel dialogo e nella relazione ma offre uno strumento, un sostegno. C’è l’umiltà di chi non pretende di “salvare” l’altro, perché si sta già salvando da solo. C’è lo sforzo di chi sta cercando di capire quali strumenti possono essere il motore di cambiamento per il conflitto che ha davanti. C’è lo sforzo di chi sta cercando di impedire un’ingiustizia. C’è il rifiuto di accettare le cose così come sono. C’è il tentativo di un cambiamento. C’è il provare a vivere ciò in cui si crede.

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1452-una-foto-che-parla.html

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