UNA GIORNATA CON IL CONTROVERSO GIORNALISTA GIDEON LEVY – di Robert Fisk

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8 ottobre 2018

Gideon Levy

di Robert Fisk – 5 ottobre 2018

Gideon Levy è un po’ un re filosofo* anche se, seduto nel suo francobollo di giardino in un sobborgo di Tel Aviv, un cappello di paglia che fa ombra ai suoi maliziosi occhi scuri, c’è un che di un personaggio di Graham Green nel giornalista più provocatorio e noto di Haaretz. Coraggioso, sovversivo, dolente – in un modo duro, privo di compromessi – è il genere di giornalista che o si venera o si detesta. Re filosofi del tipo di Platone* sono necessari per la nostra salute morale, ma non per la nostra pressione sanguigna. Così la vita di Levy è stata minacciata dai suoi compatrioti israeliani per il suo dire la verità e questo è il miglior premio giornalistico che uno possa ricevere. [* “Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi”.(Platone) – n.d.t.].

Egli ama il giornalismo, ma è inorridito per il suo declino. Il suo inglese è impeccabile ma a volte scoppia in una furia. Ecco un Levy arrabbiato per l’effetto degli articoli giornalistici: “Nel 1986 scrissi di una donna beduina palestinese che aveva perso il bambino dopo averlo partorito a un posto di controllo. Aveva tentato in tre diversi posti di controllo [israeliani] m non ce l’aveva fatta e aveva partorito in auto. [Gli israeliani] non le lasciarono portato il bambino in ospedale. Lo portò a piedi lungo due chilometri fino all’Augusta Victoria [ospedale a Gerusalemme Est]. Il bambino morì. Quando pubblicai la vicenda, non voglio dire che Israele abbia “trattenuto il fiato”, ma fu un grosso scandalo, se ne occupò il governo, due agenti furono portati in tribunale…

Poi Levy ha trovato dieci altre donne che avevano perso i bambini in posti di controllo israeliani. “E a nessuno poteva più interessare di meno. Oggi posso pubblicare la notizia e la gente sbadiglierà, ammesso che la legga. E’ totalmente normalizzato, totalmente legittimato. Oggi abbiamo una giustificazione per qualsiasi cosa. La de-umanizzazione dei palestinesi ha raggiunto uno stadio in cui davvero non ci interessa. Posso dirti, davvero, senza esagerare, che se un cane israeliano fosse ucciso da palestinesi, otterrebbe sui media israeliani maggior attenzione che se venti giovani palestinesi fossero uccisi da cecchini sulla recinzione – senza far nulla – a Gaza. La vita dei palestinesi è diventata la cosa a prezzo più basso. E’ un sistema intero di demonizzazione, di de-umanizzazione, un intero sistema di giustificazione che ‘noi’ abbiamo sempre ragione e non possiamo sbagliare mai”.

Poi Levy se la prende con la brigata dei cuori infranti. “Parlo ora dei liberali. Ci sono quelli [tra gli israeliani] che sono felici di ogni morto palestinese. Ma i liberali ti forniranno tantissimi argomenti solo per mantenersi la coscienza a posto e non essere seccati – ‘Non puoi sapere che cosa è successo là e non eri là e, sai, puoi vedere solo una parte del quadro…’ – Ed è molto difficile raccontare ancora queste storie, questa è la frustrazione più grande. Vedono cecchini che uccidono un bambino che fa ciao con la mano. In televisione lo mostrano, cecchini che uccidono un’infermiera in uniforme, un’infermiera graziosa. Vedono una ragazzina di quindici anni che schiaffeggia un soldato e finisce in galera per otto mesi. E loro giustificano tutto”.

Si può capire perché, non molto tempo fa, a Levy è stata assegnata una guardia del corpo. “Sai, Robert, per tanti anni mi hanno detto: ‘Cerca di essere un po’ più moderato… Dì qualcosa di patriottico. Qualcosa di buono riguardo a Israele’. Sai, alla fin fine noi diciamo e scriviamo quel che pensiamo e non ci curiamo delle conseguenze. E devo dirti molto francamente che il prezzo che paga oggi un giornalista russo o turco è molto superiore a qualsiasi prezzo. Non esageriamo. Tirate le somme io sono ancora un cittadino libero e ho una libertà totale e lo intendo davvero: libertà totale di scrivere tutto quello che voglio, principalmente grazie al mio giornale, che è di tanto sostegno”.

Sai, il mio editore è forse il solo editore al mondo disposto a pagare milioni in termini di cancellazioni per un articolo che ho scritto che direbbe a qualsiasi abbonato infuriato contro di me: ‘Sa una cosa? Forse Haaretz non è il giornale che fa per lei!’ Citami un solo editore al mondo che parlerebbe così. Dunque ho piena libertà. Dico tutto quel che sento o penso.

Il che dice qualcosa riguardo a Israele e all’editore di Levy. Ma Israele non sfugge mai al suo bisturi. “La cosa peggiore che stiamo combattendo è l’indifferenza”, dice. “L’apatia, di cui ce n’è così tanta in Israele. Così se io riesco a scuoterli in qualche modo, a far dare loro di matto, a essere infuriati per quel che dico…  sai, molte volte penso che se li faccio arrabbiare così tanto è un segno che da qualche parte nella loro coscienza sanno che qualcosa gli sta bruciando sotto i piedi, che qualcosa è andato storto. Ma ci sono volte in cui sei impaurito, specialmente la sera prima che [un articolo] sia pubblicato. Dico sempre: “Oh, non mi sono spinto troppo in là questa volta?’ E poi, quando lo rileggo, dico sempre: ‘Avrei dovuto essere molto più estremo!’ Penso sempre di non essermi spinto abbastanza in là”.

Giornalismo e Israele possono sommarsi nel racconto di Levy. Il suo rapporto di amore-odio con l’uno può mescolarsi con il suo orrore per la china che il suo paese – nel quale i suoi genitori fuggirono dall’Europa quando era ancora Palestina – sta ora scendendo. “La sola cosa che davvero mi manca – è qualcosa di molto specificamente mio – è che i miei maggiori articoli erano dalla Striscia di Gaza. E ormai da undici anni mi è impedito di recarmici, perché da undici anni Israele non consente a nessun israeliano di recarsi a Gaza, anche se ha doppia cittadinanza. Anche se aprissero [Gaza] pochissimi israeliani si prenderebbero in disturbo di andarci. Forse Hamas li fermerebbe. E’ un’ordinanza di Israele che i giornalisti israeliani non hanno mai contestato, salvo me … nessuno ha protestato. Perché non potrebbe importargliene di meno… ricevono tutto dai portavoce dell’esercito [israeliano], perché dovrebbero prendersi il fastidio di andare a Gaza?

Ma per Levy è una questione professionale. “E’ una gravissima perdita perché le vicende più forti erano sempre a Gaza e sono tuttora a Gaza. E il fatto che non posso essere a Gaza di questi tempi… voglio dire, io mi chiedo sempre ‘qual è il posto in cui ti piacerebbe di più al mondo andare? Bali?’ E io mi dico sempre la verità: ‘Gaza. Datemi una settimana a Gaza adesso. E non ho bisogno di altro’”.

I blog non hanno la credibilità dei giornali, dice Levy. “Ma io dico ai giovani – sempre se lo chiedono – di andare avanti. [Il giornalismo] è un gran lavoro, una professione magnifica. Non avevo programmato di diventare un giornalista. Volevo diventare primo ministro. Le mie due prime scelte erano o autista di autobus o primo ministro. In qualche modo nessuna delle due ha funzionato. Sì, è questione di stare alla guida. L’autista è il capo. Voglio dire, imponi agli altri che cosa fare. Ma io continuo a dire ai giovani: ‘non troverete mai una professione simile, con così tante opportunità. Avete bisogno solo di una cosa: dovete soprattutto essere curiosi.’ E’ una qualità parecchio rara, molto più rara di quanto si pensi, perché noi giornalisti pensiamo che tutti siano curiosi come noi”.

Il pessimismo fa parte dell’anima di molti israeliani, nessuno più di Levy. “Guarda, abbiamo ora a che fare con 700.000 coloni [ebrei]. E’ irrealistico pensare che qualcuno evacui 700.000 coloni. Senza la loro completa evacuazione non si ha uno stato palestinese vitale. Tutti lo sanno e tutti continuano con le loro vecchie canzoni perché è conveniente per tutti – per l’Autorità Palestinese, per la UE, per gli Stati Uniti – [dicendo] ‘due stati, due stati’, e in questo modo si può proseguire l’occupazione per altri cento anni, pensando che un giorno ci sarà una soluzione a due stati. Non succederà mai più. Abbiamo perso questo treno e questo treno non ripasserà mai dalla stazione”.

E torniamo a Levy riguardo ai peccati del giornalismo moderno. “Guardiamo la cosa in faccia; è tutta questione di media sociali oggi. Il nostro giornalismo sta morendo. Oggi è tutta questione di un tweet molto sofisticato. E per un tweet sofisticato non occorre andare da nessuna parte; basta restare seduto nella propria stanza con un bicchiere di whisky e si può essere molto, molto sofisticati con un certo genere di umorismo, e molto cinici – molto cinici – perché questo è forse il problema principale. Voglio dire i giornalisti, pochissimi di loro, davvero hanno a cuore qualcosa, salvo essere brillanti; immagino ci siano delle eccezioni. Non ne vedo in Israele. Non ne vedo nella West Bank. Sono attivisti ma non giornalisti. Ci sono molti giovani attivisti che sono adorabili.

Levy è d’accordo che Amira Hass di Haaretz, che vive nella West Bank palestinese, è sua pari, almeno in età – lui ha sessantacinque anni – e “lei davvero porta il giornalismo un passo più avanti perché vive con loro. Penso sia davvero una cosa senza precedenti, una giornalista che ‘vive con il nemico’. Paga anche un prezzo elevato, in termini di minor rilevanza qui [in Israele], a causa del suo vivere là”.

Ma ripetutamente il giornalismo finisce sotto la lente critica di Levy. “Abbiamo dei giovani che si sono recati in zone di guerra, solo per mostrare il loro coraggio. Sono stati in Iraq, sono stati in Siria, sono stati in Iran. Solitamente tornano con fotografie di sé stessi alla reception dell’hotel in qualche tipo di cosiddetto campo di battaglia. Quando andai a Sarajevo nel 1993, ci andrai anche a cercarvi l’ingiustizia. Non ci andai solo per ‘riferire sulla vicenda’. Cercai la ‘malvagità’ della guerra. Penso che tu abbia visto un mucchio di male a Sarajevo. Ho visto a Sarajevo cose che non ho mai visto qui; vecchie che scavavano per terra in cerca di radici per avere qualcosa da mangiare. L’ho visto con i miei occhi. Non nei territori occupati [da Israele]; non si vede qui.”

I corrispondenti stranieri se la passano poco meglio. “Ho visto giornalisti, anche ora, starsene accanto al reticolato [di Gaza], giornalisti che possono entrare a Gaza – in questi mesi sanguinosi, con quasi 200 vittime disarmate – e loro stanno accanto al reticolato, lontano. Entrare a Gaza non è pericoloso oggi per i giornalisti stranieri. Ma io vedo anche sulla BBC – e persino a volte su Al-Jazeera; Al-Jazeera è molto migliore, ovviamente – offerti i loro servizi da una collina nel sud di Israele. E ottengono delle riprese, ovviamente attraverso i media sociali, da giornalisti locali. Ma non è la stessa cosa”.

Da critico persistente di Israele e della perfidia del suo furto coloniale di terre del suo trattamento indegno dei palestinesi, mi trovo curiosamente in disaccordo con Levy, non tanto per la sua condanna dei giornalisti, ma per la sua rottura del cristallo della finestra israeliana. Davvero i lettori israeliani sarebbero più interessati alla morte di un cane israeliano piuttosto che al massacro di venti palestinesi? Sono istruiti così scarsamente come afferma Levy? C’è in lui un po’ di ‘O tempora, o mores’.

Israele sta diventando uno dei paesi più ignoranti del pianeta”, dice questo Cicerone sessantacinquenne. “Qualcuno ha detto che è meglio tenere la gente ignorante… La generazione giovane non sa niente riguardo a niente. Cerca di parlare qui con i giovani, non hanno idee. Le cose più elementari… chiedi loro chi era Ben Gurion, chiedi loro chi era Moshe Dayan. Chiedi loro che cos’è la ‘Linea Verde’. Chiedi loro dove sta Jenin. Niente. Anche prima del lavaggio del cervello, dell’ignoranza… in parte quello che sanno è totalmente sbagliato”.

Parla al giovane israeliano medio e un cameriere europeo parlerà un inglese migliore, afferma Levy. Il sapere riguardo all’Olocausto e la visita all’estero per un giovane israeliano “saranno principalmente un’esperienza di un viaggio ad Auschwitz con la scuola superiore, dove ti raccontano che la forza è la sola cosa che dovresti possedere, la forza militare; quella è la sola garanzia, nient’altro che la forza militare; e che Israele dopo l’Olocausto ha il diritto di fare tutto quello che vuole. Queste sono le lezioni. Ma questo non ha nulla a che vedere con il sapere”.

Sì, dice il nostro re filosofo, c’è un “ristretto livello di intellettuali brillanti” ma un’inchiesta recente ha suggerito che i giovani israeliani ricevono un’istruzione da Terzo Mondo. Noi – e qui io sono incluso nella generazione di Levy – siamo venuti al mondo dopo “eventi molto drammatici”: la seconda guerra mondiale, la fondazione, per lui, dello stato d’Israele, i suoi genitori “salvatisi all’ultimo minuto”, dall’Europa.

Abbiamo sulle spalle un certo bagaglio storico e nessun Twitter e nessun Facebook può cancellarlo. Oggi c’è più vuoto, infine, in termini di eventi storici. Anche in questa regione. Che cosa sta succedendo qui? Nulla, sempre la stessa cosa. Cinquant’anni di occupazione, nulla di fondamentalmente cambiato. Siamo esattamente nello stesso quadro… certo, più insediamenti; certo, più brutalità e, certo, una minor sensazione che questo sia temporaneo. Oggi è molto chiaro che questo non sarà temporaneo. Questo è parte integrante di Israele.”

Ho chiesto a Levy se il sistema elettorale proporzionale ha causato governi di coalizione senza speranze in Israele. “Quello che abbiamo è quello che siamo”, replica desolato. “E Israele è molto nazionalista e molto di destra e molto religioso – molto più di quanto si pensi – e il governo israeliano è un ottimo riflesso del popolo israeliano. E Netanyahu è il miglior presentatore di Israele. E’ di gran lunga troppo istruito per Israele, ma dal suo punto di vista questo è Israele: forza e forza e forza; mantenere lo status quo per sempre, non credere per nulla agli arabi; non credere ad alcun genere di soluzione con gli arabi, mai, e vivere solo della propria spada, un totale stato di guerra.

Le relazioni con gli Stati Uniti sono facili. “Non sono sicuro che ci sia consapevolezza di quanto Netanyahu detti la politica statunitense. Tutto quello che è deciso ora – l’UNRWA (l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi), tutti i tali – viene da Israele. A Trump non potrebbe importare di meno. Pensi sapesse prima che cos’era l’UNRWA? Il razzismo è oggi politicamente corretto”. Dunque dov’è che tutto è andato storto? “Innanzitutto nel 1967, quello è il peccato maggiore. Comincia tutto lì. E se vuoi puoi dire il 1948, perché il 1948 non si è mai fermato nel 1948. Avremmo davvero potuto aprire un nuovo capitolo”. Ci sono ancora esempi di uomini grandi, insiste, persino nel mondo dopo la seconda guerra mondiale. Mandela, ad esempio.

Ma il giornalista più irascibile e più irritante di Israele dice anche: “Forse siamo troppo vecchi e siamo semplicemente amari e gelosi, pensando di essere i migliori…” Al picco della sua perorazione, giusto dietro di noi, un grande gatto bianco balza dal margine del giardino in preda al panico, inseguito da un gatto grigio ancora più grande, sibilante e con i denti in fuori, sollevando foglie e polvere. Il gatto più piccolo, sospetto, rappresenta i nemici di Levy. E nonostante i suoi 65 anni potete immaginare chi mi ricorda il gatto più grosso.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/spending-the-day-with-controversial-journalist-gideon-levy/

Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

Una giornata con il controverso giornalista Gideon Levy

http://znetitaly.altervista.org/art/25987

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