Una guerra per tutte le guerre del Medio Oriente

28 AGOSTO 2013 – 18:02

Slow news di Ugo Tramballi

 
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A cosa stiamo assistendo: a una tragedia o a una grande commedia? Avete mai visto un annuncio di guerra così? Bombardiamo giovedì, venerdì e forse sabato. Domenica riposo. Saranno colpite solo installazioni militari fisse, non i soldati nemici. E comunque l’obiettivo dell’operazione – forse la chiameranno “Ricomincio Lunedì” – non è un cambio di regime. Bashar Assad può stare tranquillo.

  Il regime siriano è detestabile e senza, il mondo sarebbe stato migliore. Ma non si può negare che il suo ministro degli Esteri abbia ragione quando chiede ad americani, inglesi e francesi di esibire le prove. A parte i due ministri degli Esteri di Francia e Gran Bretagna, che sembra non possano fare a meno di avere ancora qualcosa da dire nel Levante che una volta governavano, se il segretario di Stato John Kerry e il vicepresidente Joe Biden dicono che è stato il regime a usare armi chimiche, qualcosa di vero ci sarà. Barack Obama però non lo dice con la stessa convinzione.

  Ma prima dell’invasione dell’Iraq del 2013 era un’intera amministrazione americana, presidente compreso, a giurare che Saddam aveva la bomba atomica. La famosa “pistola fumante”. Loro almeno andarono davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a mostrare le loro prove. Il povero Colin Powell, il segretario di Stato, non nascose il suo imbarazzo nel mostrare le immagini di un paio di camion iracheni che potevano anche essere dei tir in una piazzuola di sosta dell’Autosole. Però lo fecero.

   Certo, Kerry e Biden sono dei liberal. Bush, Dick Cheney, Don Rumsfeld, Paul Wolfowitz, erano una banda di dottor Stranamore neo-imperialisti. Ma questo non basta per rassicurare. Credo profondamente nell’importanza storica dell’amministrazione Obama, ma ora non convincono neanche un entusiasta sostenitore di quella presidenza, come me.

  Mi chiedo a cosa serva mettere in moto una macchina da guerra senza avere la certezza delle conseguenze. Russi, cinesi, iraniani, Hezbollah libanesi, golpisti e rivoluzionari arabi, combattenti dello scisma sunniti-sciti, potrebbero mai ignorare un intervento limitato? Se la Lega araba condanna Damasco ma si rifiuta di sostenere i bombardamenti, perfino gli alleati nella regione mostrano una pericolosa ambiguità. Re Abdullah d’Arabia Saudita, quello che aveva chiesto a Obama di “schiacciare la testa al serpente iraniano” scita, vuole che si faccia lo stesso con la Siria (scita) senza nemmeno avere il coraggio di dirlo apertamente e partecipare.

Cosa significa entrare direttamente nel conflitto, sia pure solo per il fine settimana, senza avere come obiettivo la caduta del regime a Damasco? La risposta che mi viene in mente è che dopo Bashar non dovrà più usare le armi chimiche: guai! Ma potrà continuare a massacrare i siriani con le solite armi convenzionali. Non sono così mostruose come il sarin ma alla fine uccidono ugualmente.

  Allora i “bombardamenti chiururgici” non servono alla pace e alla giustizia internazionale ma solo a far sentire bene l’Occidente: interveniamo senza intervenire. Così la nostra morale è salva. E possiamo continuare a credere di essere ancora potenti e geopoliticamente autorevoli anche in questo mondo che sta così radicalmente cambiando davanti ai nostri occhi. La Prima guerra mondiale, la più inutile della storia umana, scoppiò per cause ugualmente superficiali, e fu un massacro.

* Allego il commento uscito ieri sul Sole-24 Ore.

di Ugo Tramballi

La definizione è “guerra umanitaria”, l’aveva usata Tony Blair per il Kosovo. Ma per tutto il resto sembra essere una guerra come le altre: con la vittoria finale incerta e un dopoguerra ancora più oscuro. Come nei precedenti, sembra che anche di questo conflitto non si possa fare a meno, se vogliamo avere un mondo migliore. Con le navi che partono e la grancassa della retorica che picchia duro, la missione si sta avvicinando al punto di non ritorno.

  Per quello che s’intuisce, la prossima guerra in Siria non prevede la fanteria ma solo razzi, missili, droni ed eventualmente la presenza umana su qualche bombardiere. L’idea è ripetere il Kosovo. Umanitaria o meno, quella del 1999 fu una guerra perfetta. Unico caso nella storia, la Nato vinse contro i serbi senza perdere un soldato in combattimento. Con l’illusione di un conflitto senza caduti – almeno fra i nostri – l’Occidente non sta marciando verso un nuovo Kosovo ma dentro un altro Iraq.

  Bashar Assad ha maniere solo un po’ più urbane di Saddam Hussein, ma è un brutale dittatore. E come l’iracheno, è profondamente radicato sul suo territorio: ha un esercito, forze aeree, anti-aeree e consenso di una parte consistente della società siriana. Diversamente da Saddam – e anche da Milosevic, se vogliamo continuare a illuderci di un altro Kossovo – sul piano geopolitico ha alleati importanti. Una guerra condotta solo dal cielo, senza occupazioni territoriali, non farebbe cadere un regime così.

  Il regime siriano è sufficientemente arrogante da pensare di gasare i suoi nemici senza pagare un prezzo. Ma per batterlo occorre mettere in campo tutti i parafernalia della guerra e cercare il consenso di un’opinione pubblica internazionale già perplessa. E’ però possibile che un “intervento chirurgico” (le definizioni della guerra sono molte) lo indebolisca militarmente, cambiando gli equilibri sul campo di battaglia del conflitto civile. Gli oppositori potrebbero finalmente ripassare all’offensiva e magari conquistare o liberare Damasco. Anche se fosse questo l’obiettivo, esistono un leader, un partito, un esercito di liberazione che sia quel decentemente credibile interlocutore che in Kosovo avevamo nel KLA, il locale esercito di liberazione? La resistenza in Siria è condotta da tante fazioni, le più armate e determinate delle quali sono le milizie qaidiste.

  Dalle dichiarazioni ufficiali e le infiltrazioni fatte scientificamente passare alla stampa, sembra che gli occidentali sappiano come risolvere i problemi del dopoguerra. O che non vi pensino affatto. William Hague e Laurent Fabius, i ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Francia, sono determinati a intervenire come si trattasse della salvezza del mondo. Ricordano Mark Sykes e Francois Georges-Picot, i due funzionari dei ministeri degli Esteri inglese e francese che nel 1917 disegnarono le frontiere del Medio Oriente post-ottomano, contribuendo a creare l’instabilità permanente della regione. Gli interventi di Hague e Fabius, così privi di alternative che la politica dovrebbe sempre offrire, non fanno pensare a una “guerra umanitaria” ma alla rianimazione di un colonialismo defunto. L’altro giorno Hague si è lanciato in un ossimoro inquietante: siamo convinti che Assad ha usato le armi chimiche, aspettiamo che gli osservatori Onu confermino le nostre certezze. Una logica da Gromyko.

  Se inglesi e francesi sembrano gli europei di cento anni fa, la moderazione di Barack Obama ricorda quella di Woodrow Wilson: studiare la Storia non garantisce un posto di lavoro ma aiuta a comprendere il presente. Un’alternativa politica per ridimensionare il regime e impedire che la Siria diventi un califfato, esiste. L’Iran: Hassan Rouhani, il nuovo primo ministro, merita un tentativo. Se bombardiamo Damasco, il nucleare iraniano diventa una certezza. Se trattiamo con l’Iran, potrebbero essere ridimensionati in un solo colpo il regime siriano, Hezbollah e la bomba. E’ una speranza simile a quella di andare a combattere in un nuovo Kosovo. Ma vale la pena provarci, prima di lanciare i  Tomahawk.

 

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