Una guerra su Gaza, ai tempi dell’islam politico

admin | November 16th, 2012 – 1:36 pm

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Poco meno delle tre ore programmate, è durata stamattina la visita del premier egiziano Hishm Qandil a Gaza. Il tempo necessario per farsi vedere dentro la Striscia di Gaza. Una notizia, già di per sé, che segna dal punto di vista dell’immaginario la discontinuità con l’era Mubarak. Qandil ha dunque varcato il valico di Rafah, oggetto anche di molte tensioni tra la Gaza di Hamas e l’Egitto a guida islamista. È andato al grande ospedale di Shifa, per visitare i feriti nelle centinaia e centinaia di raid israeliani delle ultime 48 ore su Gaza. Ha fatto un’affollata conferenza stampa circondato da guardie del corpo con giubbotto antiproiettile, accanto al premier di Hamas Ismail Haniyeh, nell’atrio dell’ospedale. E ha detto che gli egiziani sono accanto ai palestinesi, che tutto quello che sta succedendo è inaccettabile, che i palestinesi debbono riconciliarsi al proprio interno.

Questa, in sintesi, la parte visibile della visita di Hisham Qandil. La parte meno visibile la si può solo ipotizzare, tra le pieghe di quello che Qandil ha detto. E cioè che l’Egitto non risparmierà nessuno sforzo per far terminare il bagno di sangue. Il Cairo, come succede da anni e decenni, è di nuovo nel ruolo del mediatore. Anche se, stavolta, non dovrebbe essere da solo. A giudicare dalle notizie di agenzie, la Turchia ha fatto una singolare offerta, viste le frizioni degli ultimi anni tra Ankara e Tel Aviv: ha proposto colloqui bilaterali con Israele, per evitare una ulteriore escalation.

Se non si fosse nel 2012, si potrebbe pensare al solito [sic!] trantran diplomatico. L’Egitto parla con i palestinesi, e la Turchia con Israele. Il problema è che in Medio Oriente molto – se non quasi tutto – è cambiato, dal 2011 in poi. E che dunque lo stesso ruolo che probabilmente Egitto e Turchia assumeranno va reinterpretato usando altri parametri. Intanto, entrambi i paesi hanno una dirigenza islamista: una dirigenza islamista che sembra salda in sella, e che ha tutto l’interesse a farsi considerare indispensabile nei cambiati equilibri e nella ricerca di nuova stabilità nella regione.

E poi entrambi i paesi hanno oggi  un rapporto migliore con Hamas, evidente anche nella dimensione mediatica. A osservare Qandil e Haniyeh nella diretta della conferenza stampa su Al Jazeera di stamattina, per esempio, si coglieva il linguaggio comune a chi ha militato nell’Ikhwan. E non è un dettaglio di poco conto, per quello che succederà nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. Non è un dettaglio neanche per gli equilibri e gli scenari futuri della regione. Se, infatti, Israele ha tentato di sparigliare le carte con l’Operazione Colonna di Difesa proprio mentre era in corso il tentativo di Mahmoud Abbas di far entrare la Palestina all’Onu come osservatore, la presenza di Egitto e Turchia come possibili mediatori fa rientrare tutto nell’alveo di un Medio Oriente in cui la presenza islamista è forte. E ineludibile. Con la presenza islamista bisogna farci i conti, volenti o nolenti, e Hamas è parte della stessa storia.

Israele sembra, invece, usare una strategia che ha già usato negli scorsi anni. E che è simboleggiata dall’omicidio mirato di Ahmed al Jabari. Se è vero quello che ha detto ieri Gershon Barskin (e che è ancora tutto da confermare), Jabari era all’interno di un negoziato per una tregua di lunga durata. Unahudna, come la definiscono gli esponenti di Hamas. Ebbene, anche nel 2003 uno degli uomini di punta di Hamas, il terzo nella nomenklatura, venne ucciso in un omicidio mirato. Si chiamava Ismail Abu Shanab, Israele usò cinque missili per ucciderlo, in un omicidio mirato a Gaza City, e come se non bastassero già queste similitudini con l’omicidio mirato di Jabari, anche lui era dentro il negoziato per una hudna. Negoziato su cui, in quel modo, venne messo un punto fermo (per chi vuole approfondire l’argomento, ne parlo nel mio libro su Hamas, nel quarto capitolo…).

Basta per oggi. Stay tuned.

 

Difficile scegliere musica, in questi giorni. Ma Samuel Barber, Adagio per archi, può andar bene.

E’ stata una notte senza sonno, un inferno a Gaza, dicono i testimoni. Centinaia di raid, sospesi solo per le due ore della visita di Qandil, e poi ripresi. Martellanti come lo erano stati nella notte appena trascorsa. Pray for the people of Gaza. La foto ritrae le macerie del ministero dell’interno a Gaza, postata su twitter da Jon Donnison. Intanto, a Tel Aviv è di nuovo suonata la sirena. Aperti i rifugi pubblici. A Gaza non ne esistono.

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