Una “leonessa” palestinese mette le cose in chiaro

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Articolo pubblicato originariamente su 972 Mag e tradotto dall’inglese da Grazia Parolari per Invicta Palestina

Scritto in collaborazione con Dena Takruri, il libro di memorie di Ahed Tamimi mette in luce il contesto violento, sfuggito all’ossessione dei media, in relazione al suo schiaffo a un soldato israeliano.

Di Sarah Ariyan Sakha*

La giovane palestinese Ahed Tamimi e sua madre, Nariman, vengono accolte da familiari e amici nel loro villaggio, Nabi Saleh, dopo essere state rilasciate da una prigione israeliana dopo una condanna a otto mesi, il 29 luglio 2018. (Oren Ziv/ Activestill)

“Mi chiamavano leonessa: la lotta per la libertà di una ragazza palestinese”, di Ahed Tamimi e Dena Takruri, One World, settembre 2022, pp. 288.

Una ragazza può, a quanto pare, rappresentare una minaccia così grande per uno stato che questo sente il bisogno di inviare – notte dopo notte – orde di soldati per invadere la casa della sua famiglia, impiegare tutti i mezzi per spaventarla e umiliarla, e alla fine incarcerarla e degradarla per mesi. La ragazza costituiva una tale  minaccia che, nel dicembre 2017, i soldati armati che  arrestarono questa ragazza “minacciosa”, si sono fatti dei selfie con lei, hanno pronunciato crudeli volgarità e l’hanno trattata come “la loro preda del giorno”.

Non era la prima volta che l’attivista palestinese Ahed Tamimi, che aveva solo 16 anni quando venne arrestata, subiva un simile trattamento. La sua famiglia è famosa per aver guidato le proteste settimanali nonviolente contro l’occupazione militare israeliana nel loro villaggio di Nabi Saleh nella Cisgiordania occupata, invitando palestinesi e sostenitori da tutto il mondo a partecipare alla repressione dell’esercito israeliano. Prima che Ahed fosse arrestata, suo fratello era stato arrestato due volte, suo padre nove volte e sua madre cinque volte e una volta ferita a una gamba

Nel suo nuovo libro di memorie “They Called Me a Lioness”, Tamimi – insieme alla sua coautrice, la giornalista e produttrice palestinese-americana Dena Takruri – racconta come il suo schiaffo a un soldato israeliano che si era introdotto nel cortile della sua famiglia fosse stato considerato dai politici israeliani, dai media e dal pubblico come un atto di “terrorismo”. “In uno stato che controlla ogni aspetto della mia vita, sono diventata oggetto di diffusa inimicizia”, ​​scrive nella sua introduzione. Con questa e altre storie, Tamimi e Takruri hanno scritto un libro allo stesso tempo deliberativo e didattico, che si propone di spiegare l’istituzionalizzazione di un violento regime di apartheid giustapponendo la storia nazionale ad aneddoti personali.

Attraverso una scrittura emotiva ed espositiva, le autrici ci mostrano come la storia sia sempre stata, ed è, profondamente politica e personale. Mirano a comunicare con un pubblico che non sa necessariamente molto del contesto storico o sociopolitico della Palestina, ma è desideroso di saperne di più, specialmente quelli che hanno appreso di Tamimi solo attraverso i titoli internazionali, mentre  ignorano il contesto più ampio dietro le sue azioni e l’ossessiva fissazione dei media verso di lei.

La giovane attivista palestinese Ahed Tamimi e la sua famiglia tengono una conferenza stampa nel loro villaggio natale di Nabi Saleh, dopo il loro rilascio da una prigione israeliana, il 29 luglio 2018. (Oren Ziv/Activestills)

“Mi chiamavano leonessa” presenta quindi una narrazione che non è stata interamente o veritieramente coperta dalla stampa, mostrando un lato di Tamimi che la maggior parte di noi altrimenti non avrebbe conosciuto: una giovane ragazza riservata, protettiva nei confronti dei suoi fratelli e ribelle al coprifuoco e allo studio, come qualsiasi altra ragazzina.

Ma le circostanze di Tamimi sono tutt’altro che ordinarie. Sottolineando la natura malata di un’infanzia sotto lo stivale dell’occupazione, Tamimi illustra fino a che punto la violenza militare israeliana è stata normalizzata nella società palestinese e come il trauma che ne deriva si riversi nella vita quotidiana dei bambini, compresa la sua.

Un esempio lampante sollevato nel libro è un gioco che i bambini di Nabi Saleh  chiamano “Jaysh o Arab”

(Soldati o Arabi). I bambini sono divisi in due gruppi, soldati israeliani e palestinesi, e questi ultimi si dividono in medici, giornalisti e manifestanti. Poi giocano con i “soldati” che attaccano i palestinesi, i manifestanti che lanciano pietre contro i soldati, i medici che si prendono cura dei feriti e i giornalisti che intervistano i manifestanti. Se vieni “arrestato” sei squalificato, se vieni ucciso significa che sei stato “martirizzato” e  ugualmente sei  espulso dal gioco.

Tamimi racconta come lo giocassero spesso, insieme a “Bayt byoot” o “House”, dove interpretavano i membri di una famiglia tradizionale. Un gioco, il primo, che riflette la compulsione ad accettare la violenza come routine e la resistenza come involontaria; l’altro, come afferma Tamimi, “esprimeva i nostri sogni di una vita normale”.

In effetti, la parola “normale” è spogliata di ogni significato nelle storie di questo libro, prive della sicurezza e della stabilità che la parola di solito connota. Descrivendo il piccolo steccato davanti alla casa di sua cugina Janna e dello zio Bilal, decorato con dozzine di lacrimogeni vuoti, Tamimi parla di come lei e la sua comunità escogitassero modi per creare una nuova normalità “piuttosto che sentirsi vittime sconfitte…raccogliamo e riutilizziamo queste reliquie di guerra”. Continua: “Ci sforziamo di creare la vita dalla morte e continueremo a trovare la bellezza anche nelle parti più brutte della nostra vita”.

Fiori messi all’interno di lacrimogeni usati i prima della protesta settimanale contro l’occupazione nel villaggio di Nabi Saleh, in Cisgiordania, 10 aprile 2015. (Oren Ziv/Activestills)

Una volta che hai visto quel recinto da vicino, non puoi mai dimenticarlo del tutto. Ricordo di essere entrata nel cortile dei Tamimi durante una visita a Nabi Saleh nel gennaio 2020, come parte di un viaggio che ho fatto con un gruppo  di studenti del mio corso di laurea. I miei occhi erano fissi sui lacrimogeni allineati lungo il cancello mentre entravamo nella loro casa. All’interno eravamo circondati da manifesti dei membri della famiglia martirizzati.

La cugina di Ahed, Janna, a volte descritta come “la giornalista più giovane del mondo”, ci ha parlato delle proteste settimanali, dei soldati israeliani che invadono la casa nel cuore della notte e delle perdite subite dai Tamimi nel corso degli anni. Ci ha mostrato video che lei stessa aveva girato, spesso espliciti, tra cui quella di un soldato israeliano che spara al cugino. Molti di noi hanno pianto mentre la ascoltavamo. Ma poi Janna ci ha detto: “Risparmiatevi le lacrime. Piangiamo lacrime quando siamo sotto i gas lacrimogeni”. Ahed dice al suo pubblico la stessa cosa nel suo libro: “Grazie per le vostre lacrime, ma non voglio la vostra tristezza”.

Raccontare la propria storia

Nel narrare l’occupazione permanente di Nabi Saleh, la narrazione di Tamimi e Takruri parla dell’asimmetria del cosiddetto “conflitto” mentre denuncia come  la parola stessa sia un grossolano termine improprio. Dai ricordi dell’infanzia di Tamimi alla sua detenzione, “Mi chiamavano leonessa” costringe i lettori a smantellare l’etichetta di “conflitto” come una barriera fondamentale per comprendere la realtà dell’oppressione israeliana – una barriera imposta da coloro che citano la sua natura come “complicata. ”

Le autrici correggono le idee sbagliate che circondano la distinzione spesso semplificata tra resistenza non violenta e resistenza violenta, la prima delle quali è sostenuta dalla famiglia Tamimi. “La regola principale era che il nostro movimento di resistenza di base doveva essere disarmato”, scrivono. “Lo scopo era quello di lottare e resistere senza ferire o uccidere nessuno… Dato il giubbotto  antiproiettile che [il soldato israeliano] indossa e il veicolo blindato su cui viaggia, è molto improbabile che una pietra gli causi seri danni fisici. Una pietra, per noi, è un simbolo”. Ma anche la distinzione più rigorosa, notano, non ha importanza per Israele: “come palestinesi, siamo puniti se protestiamo sia in modo violento che non violento”.

Le forze israeliane  utilizzano lo “Skunk Truck”, un cannone ad acqua che spara un potente getto di sostanze chimiche maleodoranti, durante le proteste seguite al funerale di Mustafa Tamimi nel villaggio di Nabi Saleh, in Cisgiordania, 11 dicembre 2011. (Oren Ziv/Activestills )

Tamimi e Takruri personalizzano anche le gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, in particolare quando descrivono in dettaglio le esperienze di Tamimi nella prigione israeliana: la mancanza di un mandato di perquisizione; l’interrogare  per ore un minore da solo senza cibo né acqua; il trasferimento di prigionieri al di fuori del territorio occupato; la mancanza di un giusto processo o di qualsiasi parvenza di un giusto processo; la detenzione amministrativa; le perquisizioni ripetute, invadenti e arbitrarie. Tutto ciò serve a dimostrare che le leggi democratiche che Israele pretende di rispettare sono revocate per quanto riguarda i palestinesi – azioni apparentemente arbitrarie che sono, in realtà, sinistre e sistematiche.

Il libro mette ulteriormente le cose in chiaro sotto diversi aspetti. Rifiutando la costante individuazione della sua storia da parte dei media, Tamimi sottolinea che la sua è l’esperienza universale delle ragazze, dei prigionieri e delle famiglie palestinesi. “Essere arrestati dall’esercito israeliano è sempre stato un dato di fatto per noi, praticamente un rito di passaggio impossibile da evitare”, scrive. Piuttosto che concentrarsi su sè stessa, punta il suo obiettivo sul collettivo – gli attivisti che resistono, il villaggio, l’unità familiare allargata –  cosa rara per un libro di memorie, una forma che così spesso eccezionalizza e centra esclusivamente il suo argomento. In tal modo, Tamimi sfida i media mainstream e i tentativi di Israele di individuarla e ostracizzarla tra israeliani e palestinesi allo stesso modo.

Le esperienze, racconta Tamimi, l’hanno motivata a perseguire un’istruzione legale di fronte all’occupazione, anche mentre era in prigione. Racconta il corso di diritto internazionale che un altro detenuto aveva avviato durante la detenzione, anche se non senza difficoltà. Agli studenti – detenuti condannati a condanne da un anno a più di 10 anni – era stato assegnato un progetto finale, e quindi  avevano  interpretato le notizie attingendo dalle proprie esperienze vissute. Tamimi ci mostra in modo provocatorio e definitivo che la difesa legale e politica non può essere spogliata del personale.

Le autrici trasmettono un messaggio sia di urgenza che di speranza, soprattutto ora che la lotta per la liberazione della Palestina guadagna terreno in tutto il mondo insieme alla crescente intersezionalità dei movimenti per la giustizia sociale. I parallelismi della lotta risuonano con le esperienze di brutalità della polizia statunitense, il pinkwashing e la lotta LGBTQ + per la vera uguaglianza e l’uso della tecnologia per sorvegliare e controllare le comunità nere e marroni.

Anche il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS), che segue la tradizione nonviolenta promossa da Nabi Saleh, sta acquisendo una maggiore legittimità dal basso – nonostante gli sforzi dei governi e delle organizzazioni per criminalizzarlo efficacemente – in gran parte grazie alla documentazione e all’istruzione pubblica sulla questione in modi in cui i media mainstream non sono riusciti a farlo, incluso il nuovo documentario “Boycott” di Just Vision.

Palestinesi e sostenitori tengono le foto di Ahed Tamimi, chiedendone il rilascio, Edimburgo, Scozia, 6 gennaio 2018. (Ahmad Al-Bazz/Activestills)

Fondamentalmente, il libro di Tamimi e Takruri dimostra come i palestinesi stiano ripristinando il loro “permesso di narrare”, come scrisse Edward Said per “The London Review of Books” nel 1984 – o meglio, rivendicando la loro pretesa su chi lo possiede, chi ne è privato, e chi lo coopta. Essere in grado di narrare la propria storia e offrire le proprie prove di fronte a innumerevoli tentativi di limitare la sua voce è uno dei poteri più importanti che un individuo e una comunità possono detenere. In questo senso, il discorso sulla Palestina sta finalmente cambiando verso il meglio, e la pubblicazione di questo libro, così come la presa che ha guadagnato e deve ancora guadagnare, ne è una testimonianza.

Tamimi conclude il libro con un’affermazione finale contro le rappresentazioni demonizzanti che così tanti le hanno imposto, dichiarando: “Ringrazio tutti coloro che leggeranno il libro e mi vedranno come desidero essere vista: una combattente per la libertà”. La frase ricorda una citazione che  è stata analizzata in un corso di diritto umanitario internazionale che ho frequentato all’università: come il terrorista di una persona, sia il combattente per la libertà di un’altra persona. Allora avevo pensato ad Ahed Tamimi, e penso a lei anche adesso.

* Sarah Ariyan Sakha lavora nel campo della politica tecnologica e dei diritti umani ed è coinvolta nell’organizzazione della solidarietà con la Palestina. Ha conseguito un Master in International Affairs Candidate presso la School of International and Public Affairs della Columbia University e un BA presso la Princeton University, e ha lavorato in varie ricerche sulla difesa delle politiche nel settore sociale e pubblico.

 

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