Una nuvola si addensa sulla Palestina

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Articolo originariamente pubblicato sul Manifesto

Project Nimbus, l’intelligenza artificiale di Google e Amazon, rafforza il sistema di controllo sociale di Israele con un super cloud da 1,2 miliardi di dollari. E scoppia la protesta dei dipendenti: «Amplia lo schema israeliano di sorveglianza e profilazione razziale», dice al manifesto Ariel Koren, la ex marketing manager di Google costretta alle dimissioni

Di Chiara Cruciati

Si chiama Project Nimbus, vale un miliardo e duecento milioni di dollari e ha un potenziale non indifferente: «Ampliare lo schema israeliano di sorveglianza, profilazione razziale e altre forme di violazione dei diritti umani assistite dalla tecnologia». Lo definisce così Ariel Koren, ex marketing manager di Google, raggiunta al telefono dal manifesto dopo la storica protesta dei dipendenti dell’azienda di Mountain View e di quelli di Amazon, lo scorso 8 settembre.

La protesta non è stata estemporanea. È da oltre un anno e mezzo che un migliaio di dipendenti dei due colossi statunitensi esprimono contrarietà al contratto firmato da Google, Amazon e dal governo israeliano nell’aprile 2021. Un mese dopo oltre 250 palestinesi venivano uccisi a Gaza nella penultima operazione di Tel Aviv contro la Striscia.
«Nel mezzo della violenza militare israeliana che ha portato alla morte di centinaia di palestinesi, compresi dei bambini – continua Ariel – Google ha annunciato a bassa voce il suo più grande sostegno a quella violenza: Project Nimbus, un contratto per cloud computing da 1,2 miliardi di dollari tra Google, Amazon e il governo di apartheid israeliano. I dettagli sono volutamente scarsi, ma sappiamo che Google aiuterà a costruire centri dati e a fornire infrastrutture cloud per diverse agenzie governative israeliane, compresi l’esercito e la Israel Land Authority, l’agenzia responsabile del furto di terre palestinesi a favore delle colonie illegali israeliane».

DETTAGLI SCARSI ma qualcosa si sa: l’accordo è stato firmato a fine aprile, ad annunciarlo il ministero israeliano delle Finanze che ha dato conto della vittoria di Google e Amazon dell’appalto per il progetto di migrazione su cloud delle tecnologie utilizzate dallo Stato e la creazione di server di immagazzinamento delle informazioni necessarie alla Difesa e a diverse agenzie governative.
A fine luglio Sam Biddle su The Intercept ha messo nero su bianco qualche elemento in più dopo aver visionato documenti interni all’azienda, quelli che i dipendenti di Google e Amazon – che conoscono bene il potenziale delle tecnologie che creano – temevano di più alla luce dell’enorme infrastruttura di controllo sociale messa in piedi nel corso dei decenni da Israele per mantenere e nutrire l’occupazione militare dei Territori occupati palestinesi e il sistema interno di discriminazione (quello che associazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem hanno definito regime di apartheid).
Un’infrastruttura fatta di una rete capillare di telecamere di ultima generazione a mappare e registrare ogni movimento in città come Gerusalemme e Hebron, riconoscimento facciale, app, sistema elettronico dei permessi per muoversi dentro e fuori i Territori, unità dell’esercito dedicate al monitoraggio dei social e allo spionaggio della corrispondenza telefonica e digitale.

Oggi quel sistema potrebbe arricchirsi grazie a Nimbus, spiega The Intercept: «Il nuovo cloud fornirebbe a Israele strumenti di riconoscimento facciale, categorizzazione automatizzata delle immagini, localizzazione e anche mezzi per l’analisi emozionale di foto, discorsi e testi scritti».

UN VENTAGLIO di strumenti di controllo che viola le linee guida che la stessa Google indica tra i principi fondanti della propria Ai: «Gli algoritmi e la raccolta di dati possono riflettere, rinforzare o ridurre i pregiudizi ingiusti. (…) Cercheremo di evitare impatti diseguali sulle persone, in particolari quelli relativi alle caratteristiche sensibili, quali razza, etnia, gender, nazionalità, ricchezza, orientamento sessuale, abilità e credo politico o religioso».
È proprio su queste basi, però, che da anni si fonda l’infrastruttura tecnologica israeliana, su un concetto di “sicurezza” che categorizza un popolo intero, quello palestinese, come pericoloso per lo Stato di Israele. Google nega: il contratto, ha detto l’8 settembre il portavoce Atle Erlingsson, è diretto a ministeri israeliani «quali finanze, salute, trasporti ed educazione» e «non a carichi di lavoro militari o classificati legati ad armamenti o servizi di intelligence».

A preoccupare chi lo contesta è anche l’assegno in bianco previsto dal contratto: «Include una clausola – ci spiega Koren – che esplicitamente impedisce a Google di interferire nel modo in cui le agenzie del governo israeliano usano o non usano la tecnologia dell’azienda. Come lavoratori tech che hanno costruito questa tecnologia, siamo preoccupati: quel contratto non permette a Google di agire in modo etico e di assicurarsi che i propri prodotti non siano usati per rafforzare le violazioni di diritti umani».

Lo ha confermato a maggio dello scorso anno lo stesso ministero delle Finanze israeliano: Zviel Ganz, del dipartimento legale, ha specificato che il contratto impedisce alle due aziende di interrompere o negare il servizio. Per farlo, ha aggiunto il Times of Israel, è stata introdotta una clausola che impone a Google e Amazon di operare tramite compagnie in Israele, soggette dunque alla legge nazionale.
Non è la prima volta che Google rifornisce governi di una tecnologia affatto neutrale, volta a puntellare strutture di sorveglianza sociale già sofisticate di per sé. Ed è probabile che non sia l’ultima. Nel 2018 lavoratrici e lavoratori di Google manifestarono contro Project Maven, a favore del Pentagono, intelligenza artificiale per analizzare le immagini di sorveglianza catturate dai droni.

ALL’EPOCA il ceo Sundar Pichai rivendicò l’intenzione di «continuare a lavorare con governo ed eserciti in molte altre aree». Lo ha poi fatto con la Marina statunitense, di nuovo con il Pentagono e infine con la Cia. Il modus operandi è tracciato: «Temiamo che Google continuerà a firmare contratti militari simili, che usano le tecnologie per danneggiare e segregare comunità», dice Ariel.
Che di modus operandi ne intravede un altro, quello del silenziamento di ogni voce critica. Lei al suo lavoro ha rinunciato dopo un mobbing sottile che l’ha costretta alle dimissioni, a fine agosto. Dopo mesi di contrasto pubblico a Nimbus, il suo superiore le ha annunciato il trasferimento immediato a Sao Paulo e 17 giorni per accettarlo o per perdere il posto. Ha preferito andarsene.

Ma non è la sola a subire pressioni. Il volto rassicurante di Google, di azienda etica e plurale, è una riuscita operazione di pulizia: «Invece di ascoltare i dipendenti che vogliono che Google rispetti i principi etici dell’AI – ci spiega Ariel – Google da una parte persegue con aggressività contratti militari e dall’altra toglie voce ai dipendenti attraverso silenziamento e rappresaglie. Verso di me e verso tanti colleghi palestinesi, musulmani, arabi, ebrei anti-sionisti. Punizioni per chi parla dei diritti dei palestinesi e protesta contro Nimbus e con cui Google evita di rispondere dei propri comportamenti non etici.

Per oltre un anno i lavoratori di Google hanno espresso preoccupazione per questo contratto, con forza e costanza, senza ricevere risposta. Google si auto-incensa per la sua forza-lavoro plurale e intanto firma contratti a favore della violenza di Stato contro comunità marginalizzate. Usa le iniziative DEI per mettere a tacere i dipendenti e indebolire le loro mobilitazioni».
DEI è l’acronimo per «Diversity, Equity, Inclusion». Tre parole che «sono molto di più di una moda», scrive Google definendo il programma, ma «componenti critiche della cultura di un posto di lavoro». Nei fatti una politica di assunzioni e scatti di carriera rivolta a generi e comunità considerate marginalizzate, neri, ispanici, nativi, donne.
PER CHI CI LAVORA, e non concorda, non è che una politica di ethicswashing. Anche perché, dice Ariel, «non è una coincidenza che punizioni e rappresaglie colpiscano in modo del tutto sproporzionato proprio donne, queer e Bipoc (Black, indigenous and people of color, ndr)».

A sostenere le sue accuse ci sono decine di audio di dipendenti anonimi, raccolti su jewishdiasporatech.org/voices: denunciano un ambiente soffocante, di paura e sospetto, un luogo affatto ideale in cui il dissenso è considerato alla stregua di un tradimento. Parlare di Palestina è tabù, l’accusa di antisemitismo è immediata.
Ad agire, dice Ariel, sotto le mentite spoglie di gruppo rappresentativo di una specifica identità è Jewglers, organizzazione interna all’azienda di Mountain View che intende sostenere i lavoratori ebrei di Google. Ariel è ebrea, ma non ne fa parte: «Dovrebbe essere lo spazio in cui i googler ebrei possono entrare in contatto e se necessario denunciare discriminazioni. Nella pratica però il gruppo opera sistematicamente come sbocco di ideologie di destra nascondendosi dietro l’obiettivo di promuovere la diversità. Utilizza il controllo garantito dalle strutture interne di gestione della forza-lavoro per mettere sotto silenzio i googlers che sostengono la libertà dei palestinesi».

Non solo: nel giugno 2020, a un mese dall’uccisione di George Floyd per mano della polizia, la direzione di Google.org ha ufficialmente chiesto scusa a Jewglers per la donazione a favore del Movement for Black Lives: antisemita secondo il gruppo perché dentro quella coalizione, rivolta a combattere la brutalità della polizia contro i cittadini neri, ci sono anche movimenti filo-palestinesi. Alla fine, denuncia Ariel, Google ci ha messo la sua toppa: «Una donazione ufficiale di 400mila dollari a quattro gruppi di destra di Jewglers, non certo neri, nel bel mezzo della sollevazione di Black Lives Matter».
Prese di posizione che si uniscono a reprimende, sorveglianza social, liste di proscrizione (2mila i nomi di lavoratori “sotto osservazione”), messaggi minatori e accuse di antisemitismo mosse dalla compagnia ai dipendenti palestinesi, arabi, musulmani ed ebrei che al contrario chiedono spazio per le loro voci.
L’8 SETTEMBRE SCORSO la mobilitazione si è spostata dall’etere alla piazza. Dopo una petizione firmata da oltre 700 googler, 400 dipendenti di Amazon e 250mila persone, centinaia di lavoratrici e lavoratori hanno manifestato davanti alle sedi delle società a New York, San Francisco, Seattle e Durham, in una delle iniziative pubbliche più riuscite della coalizione No Tech for Apartheid (tra i suoi membri Jewish Voices for Peace, Bds, Mpower Change, Kairos, Icahd).

«Nessuna giustizia, nessuna pace! I lavoratori big tech nelle strade!», uno degli slogan gridati, mentre tanti marciavano tra le bandiere palestinesi e con addosso cartelli che intrecciavano posto di lavoro e mobilitazione: «Un altro lavoratore Google contro l’apartheid».
«Non esiste neutralità – ha detto al microfono un googler originario di Gaza, a San Francisco – quando si tratta di facilitare il terrorismo di Stato contro una popolazione occupata. Questa tecnologia non farà che esacerbare le orribili condizioni di vita dei palestinesi in uno Stato di sorveglianza».

«Noi ebrei anti-sionisti esistiamo – gli fa eco una manifestante – e continueremo a batterci contro un’occupazione lunga oltre 74 anni. Il nostro lavoro non può essere usato per compiere ingiustizie».

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