Una permanente provvisorietà

di Alastair Crooke

Alastair Crooke è un ex membro dello staff della Commissione di Inchiesta del Senatore Mitchell sulle cause della seconda intifada, scrittore, direttore e fondatore di “Conflicts Forum”. Consigliere speciale di Javier Solana, l’ex ministro per gli affari esteri dell’Unione Europea, ha contribuito alla mediazione in numerosi casi di cessate-il-fuoco durante il conflitto israelo-palestinese fra il 2001 e il 2003.

http://www.lrb.co.uk/v33/n05/alastair-crooke/permanent-temporariness

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

È stato nel 2003 che ho capito che qualcosa di fondamentale era cambiata. La porta della stanza in cui stavo in riunione si spalancò, per fare entrare, rigida e maestosa, una figura ancora avvolta da un cappotto scuro e sciarpa. Evidentemente non poteva trattenersi più a lungo. Mi trovavo a Downing Street con David Manning, il consigliere per gli affari esteri del Primo ministro britannico; la figura con il cappotto che aveva fatto irruzione durante il nostro colloquio era Jack Straw.[N.d.tr.: Dal 2001 al maggio 2006, Jack Straw ha ricoperto il ruolo di Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth britannico]

Straw desiderava comunicare a Manning di avere persuaso Joschka Fischer, ministro degli Esteri tedesco, di aggiungere Hamas alla lista dell’Unione Europea dei movimenti terroristici. Il racconto della sua conversione di Fischer era avvolto in espressioni di indignazione nei confronti di Hamas. Non era tanto la proscrizione di Hamas che mi creava un profondo turbamento. Invece era stato spezzato un cessate-il-fuoco, una tregua che avevo contribuito a facilitare.

La novità era l’esultanza con cui Straw salutava la messa al bando. Io non so cosa Manning stesse pensando, ma egli non poteva ignorare che la “lista” dei terroristi era uno di quegli elenchi dai quali è quasi impossibile rimuovere un nome. Le conseguenze per la diplomazia,  per le politiche del conseguimento della pace, avrebbero inciso profondamente, forse in modo irreversibile; ma Straw non era preoccupato.

Manning, io lo sapevo, credeva fortemente che non ci poteva essere una soluzione alla questione israelo-palestinese senza il coinvolgimento di Hamas, e aveva fermamente sostenuto gli sforzi dell’Unione Europea per una costruzione della pace, al massimo inclusiva.

Ufficialmente, l’Unione Europea aveva continuato ad adoperarsi per una soluzione politica, ma ora sembrava che due Stati membri chiave prendessero una direzione opposta – verso una risoluzione militarizzata. Il vento era cambiato.

Vi erano già stati segnali che una soluzione politica non era più in posizione di primo piano nella strategia di Whitehall. Non molto tempo prima, un alto funzionario britannico mi aveva comunicato senza mezzi termini che i miei metodi di costruzione di un consenso popolare – incontri “municipali” con tutte le fazioni, in collaborazione con Hamas, creando un collegamento tra i Palestinesi sul campo e il presidente Arafat per garantire un’ampia partecipazione e un impulso continuo – erano da considerarsi superati.

Eravamo in una nuova era, ed era necessaria una nuova strategia. Il funzionario aveva insistito: “La strada per Gerusalemme ora passa attraverso Baghdad”. Egli si riferiva all’invasione del 2003 avvenuta poco prima. Il messaggio era chiaro: la resistenza islamica in Palestina doveva essere neutralizzata, e psicologicamente sconfitta, dal dispiegamento massiccio delle forze occidentali in Iraq, piuttosto che affrontata attraverso un processo politico. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si aspettavano che i Palestinesi, psicologicamente abbattuti, avrebbero così accettato le concessioni indispensabili ad Israele e che Israele pretendeva. Quello che risultava sorprendente era la convinzione del funzionario, che un tale esito fosse inevitabile.

Quelli erano giorni esaltanti per i funzionari usamericani e britannici, e l’entusiasmo per la “guerra al terrorismo” andava alle stelle. Al nostro primo incontro, il successore di Manning a Downing Street, Nigel Sheinwald, mi comunicava con rabbia che la sicurezza in Palestina poteva essere realizzata solo attraverso l’estirpazione del “virus” di Hamas da Gaza, e con l’eliminazione di questo “morbo” dalla regione.

Egli non aveva alcun interesse nel contribuire a creare dei legittimi servizi di sicurezza palestinesi, un rappresentativo campione trasversale della comunità. Il linguaggio era quello di Washington. Il conflitto palestinese veniva visto non come un problema a se stante, ma come un sottoinsieme di una guerra contro l’“estremismo” – un’altra pedina del domino da spingere avanti con determinazione, al fine di rafforzare i “moderati”.

Un alto ufficiale dell’intelligence israeliana mi confermava più tardi, in privato, che egli riteneva che era iniziato sul serio il cambiamento nel settembre 2003, dopo che Arafat aveva costretto Mahmoud Abbas – un personaggio favorito a Washington – a rassegnare le dimissioni da Primo ministro.

Arrabbiato e frustrato, Bush aveva chiamato Blair. Si lamentava che gli Europei “facevano i balletti intorno ad Arafat”, mentre agli Stati Uniti veniva lasciato l’onere del “lavoro pesante” con Israele. Bush si lamentava anche del fatto di non vedere come la costruzione della pace fosse compatibile con la sua “guerra al terrorismo”.

La recente diffusione di Al-Jazeera delle “Carte sulla Palestina” ha gettato luce su tutto questo: i documenti includevano copie di piani segreti britannici nel periodo 2003-2004 per “degradare” le risorse degli oppositori dell’Autorità Palestinese, per interrompere le loro comunicazioni, internare i loro membri, chiudere le loro organizzazioni civili e caritatevoli, rimuoverli dalle strutture pubbliche, e sequestrare i loro beni. Quindi, Blair aveva messo da parte le lezioni per la costruzione della pace, così di recente apprese nell’Irlanda del Nord, e aveva abbracciato la dottrina dell’anti-ribellismo.

Lo spostamento della posizione britannica, sotto pressione usamericana, comprometteva la politica europea. Veniva minato l’impegno dell’Unione Europea per promuovere l’unità palestinese, contribuendo a sopprimere dietro le quinte, per alzare il livello di sicurezza di Israele, le opposizioni all’Autorità Palestinese, con la rimozione dalle istituzioni palestinesi non solo di tutti i membri di Hamas e della Jihad islamica, ma anche di quegli elementi di Fatah che erano stati coinvolti nella seconda Intifada.

D’ora in poi, l’Unione Europea avrebbe “parlato la lingua” della promozione dell’unità palestinese, mentre molti dei suoi Stati membri più in vista avrebbero “percorso il cammino” di una sicuritaria repressione di quegli stessi movimenti che l’Unione Europea stava cercando di coinvolgere favorevolmente nel contesto politico.

Il risultato è stato che, quando Hamas – piuttosto che essere demoralizzato o psicologicamente sconfitto dal “colpisci e terrorizza” a Baghdad – vinceva comodamente nel 2006 le elezioni parlamentari palestinesi, l’Unione Europea  veniva costretta ad una risposta di sicurezza militarizzata.

Il nuovo impegno dell’anti-ribellismo significava che non vi era più alcuna possibilità di esplorare le potenzialità politiche conseguenti alla vittoria di Hamas. Dopo queste elezioni, l’inviato ONU per il Medio Oriente, Alvaro de Soto, inviava una comunicazione al Segretario Generale delle Nazioni Unite, lamentando che le condizioni per avviare un dialogo con Hamas erano state deliberatamente impostate in modo tale che Hamas non sarebbe stato in grado di accettarle – così architettando la sua esclusione. Poco dopo, De Soto rassegnava le sue dimissioni dalle Nazioni Unite.

Può sembrare strano che altri Stati membri dell’Unione Europea avessero accettato così facilmente il mutamento del 2003 verso una soluzione militarizzata, ma all’approccio di Blair risultava difficile resistere. Prese di posizioni differenziate rispetto alla conduzione della guerra in Iraq avevano lasciato l’Unione Europea fortemente indebolita.

L’impulso di uomini come Romano Prodi, il presidente della Commissione Europea, era che l’Unione Europea avrebbe dovuto cercare di “comprendere” la retorica usamericana – attraverso una stretta collaborazione con Washington – e al tempo stesso cercare di “mitigare” le sue conseguenze più dannose.

Ma continuando a collaborare con gli Stati Uniti, nella speranza di rafforzare quei funzionari statunitensi, come Colin Powell, che potevano ammorbidire le politiche usamericane, veniva limitato pesantemente ciò che l’Unione Europea avrebbe potuto fare: aveva già accettato la richiesta degli Stati Uniti che i parametri di sicurezza per Israele sarebbero stati determinati dallo stesso Israele; all’interno di questo spazio ristretto, si sarebbe dovuto trovare la “soluzione” per i Palestinesi.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna semplicemente spingevano per un progetto anti-ribellismo; gli sforzi dell’Unione Europea per attenuare questo progetto si rivelavano inefficaci.

Molto più tardi, Richard Armitage, vice di Powell, mi riferiva che il Segretario di Stato aveva dovuto rinunciare alla ricerca di una conversazione faccia-a-faccia con il presidente, nel corso di 18 mesi – malgrado l’intercessione dello stesso Armitage.

L’Unione Europea e i responsabili della politica estera europea perseguivano una simile “strategia” con colei che era successa a Powell, Condoleezza Rice, sgomitando e gareggiando tra di loro per dimostrare quanto servizievoli avrebbero potuto essere. Coloro che raccoglievano il maggior punteggio – più chiamate telefoniche a settimana con la Segretaria di Stato – si vantavano di svolgere un ruolo politico di mediazione, simile a quello di “Atene” rispetto al mostrare i muscoli di Bush tipico dell’“antica Roma”.

Ora, risulta chiaro quanto scarsa influenza ognuno di loro esercitava su Washington.

Nel 2006, l’inviato speciale dell’Unione Europea rassicurava ancora i negoziatori palestinesi che, mentre “gli Stati Uniti vorrebbero vedere il fallimento del governo di Hamas”, l’Unione Europea desiderava “incoraggiare Hamas a cambiare, e cercherà di operare in questo senso quanto più possibile”. Ma nel momento stesso in cui venivano pronunciate queste parole, gli Stati europei più influenti stavano arrampicandosi sul carro della loro strategia segreta per distruggere Hamas militarmente.

Le “Carte sulla Palestina” mostrano come questo progetto si stesse sempre più sviluppando: venivano impegnati ingenti investimenti per l’addestramento ed infrastrutture per la sicurezza, per la costruzione di carceri per permettere il possibile internamento di membri di Hamas, reparti militari previsti dagli accordi di Dayton venivano dispiegati con l’obiettivo di affrontare Hamas, e i piani prevedevano di deporre l’organizzazione a Gaza e assassinare i suoi leader.

Anche il Quartetto (Stati Uniti, ONU, Unione Europea e Russia) si era fatto avanti, collaborando con i servizi segreti di altri Stati arabi per distruggere le fonti di finanziamento di Hamas.

La dinamica dell’evoluzione della strategia dell’Unione Europea mi risultò del tutto chiara un giorno nel 2007, quando ho avuto un incontro con diversi funzionari dell’Unione Europea, ognuno dei quali esprimeva dubbi profondi sul corso della politica dell’Unione Europea, ma disperavano di convincere gli Stati membri a cambiare direzione.

Più tardi, lo stesso giorno, Javier Solana, allora responsabile della politica estera dell’Unione Europea, forniva un motivo nuovo e diverso per seguire la linea degli Stati Uniti. Quando ho suggerito che l’Unione Europea non poteva continuare a sostenere all’infinito lo status quo nella regione, ma doveva riconoscere la presenza di nuove forze, Solana mi rivolgeva una domanda che a quel tempo poteva risultare bizzarra: “Ma se dovessimo fare questo, cosa potrebbe succedere alla mia amica Hanan Ashrawi? Avrebbe continuano a poter usare il rossetto, e a godere di un bicchiere di vino ogni tanto?”

Questo è stato per me il preannuncio di come l’Europa sentiva il problema della sua vulnerabilità.

In quel periodo, l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea riceveva l’opposizione di alcuni Stati membri, per il fatto che questo ingresso avrebbe compromesso i valori cristiani alla base dell’identità europea. Incontrandomi fuori dell’ufficio di Solana, un collega mi comunicava un suo presagio: “Presto questo posto [il Consiglio dell’Unione Europea] sarà molto diverso: l’Europa si sta muovendo a destra.” Era preveggente. L’aumento in Europa di un sentimento contro gli immigrati, anti-musulmano, diventava un altro fattore che ostacolava la capacità dell’Unione Europea di rispondere alla sfida islamista.

Le “Carte sulla Palestina” hanno dimostrato che i negoziatori palestinesi, anche loro, erano più che disposti a collaborare con Israele rispetto alle sue esigenze di sicurezza; e come diventava più intensa la loro collaborazione, così venivano richiesti di ulteriore collaborazione. Ogni concetto di sovranità palestinese veniva svuotato: lo “Stato” palestinese putativo doveva ancora stare sotto occupazione, anche se possedeva una bandiera palestinese.

Dov Weissglas, ex capo dell’ufficio di Ariel Sharon, era chiaro: “combattere il terrorismo e infondere calma” erano i due criteri su cui Israele faceva affidamento, a cui l’Autorità Palestinese doveva provvedere. Allora, una certa forma di occupazione, come sistema politico di controllo e di contenimento, è diventata l’inevitabile risultato di un processo politico, che aveva permesso a Israele la definizione delle sue stesse esigenze di sicurezza, per diventare il principio necessario e sufficiente su cui doveva basarsi ogni soluzione.

Anche l’Unione Europea abbracciava questa tesi, inclinando sempre di più verso la convinzione che uno Stato palestinese poteva essere conseguito, solo se poteva essere conseguita la sicurezza per Israele, nei termini definiti dallo stesso Israele: un erroneo convincimento, sulla base di una comprensione imperfetta della strategia di Israele.

L’accento posto sulla “costruzione di fiducia” con Israele ha dato il tono allo sviluppo del processo politico fin dal 2003. Il movimento generale verso l’assicurazione di “legge e ordine”, verso la cooperazione per la sicurezza di Israele in relazione alla “istituzione di uno Stato”, è ben noto.

Ma il progetto “istituzione di uno Stato” nel suo complesso doveva essere inteso in un contesto anti-ribellismo – quasi aggrovigliato con l’intendimento di Israele di essere il gestore unico della collettività dei Palestinesi – piuttosto che come parte di un autentico sforzo di “buon governo”.

L’azione per la sicurezza contro i “ribelli” rappresenta solo un piccolo elemento di una dottrina usamericana contro-insurrezionale, che risale almeno alla campagna del generale Franklin J. Bell agli inizi del 1900 contro i Filippini “ribelli”.

I principi di questa dottrina includono la costruzione di una classe dirigente per realizzare il disegno dell’occupante, l’istituzione di servizi di sicurezza che rendono conto solo a quella élite, la concentrazione del controllo economico all’interno di quella élite, e la impostazione di una generosa politica di aiuti che sostenga una “legittimità calata dall’alto” per quella élite.

La logica sottostante, dalle Filippine al Vietnam, è stata quella di infondere acquiescenza.

Nel caso della Palestina, questa dottrina spera di facilitare la collaborazione stretta con Israele e lo smantellamento della resistenza palestinese. In cambio, ai Palestinesi è stato promesso uno “Stato”, indegno di questo nome, depoliticizzato e sottomesso a Israele.

Forse, in un tale Stato, una nuova classe media palestinese poteva vivere più comodamente, forse gli strumenti visibili dell’occupazione e di controllo sulla vita dei Palestinesi sarebbero apparsi più discreti, ma questo “essere Stato” avrebbe contato poco più di una occupazione più benigna.

La ragione per cui sia le dirigenze occidentali che quella di Ramallah hanno abbracciato la dottrina “sicurezza innanzitutto” è che erano convinte che alla fine sarebbe risultata comunque una soluzione “a due Stati”, accada quel che accada, perché è nell’interesse demografico finale di Israele che ciò si realizzi; quindi bisognava prima venire a patti con Israele, consentendo alle sue richieste.

La premessa fondamentale è che Israele ha l’intento di avere e mantenere una maggioranza ebraica al suo interno, e che con il tempo – e una crescente popolazione palestinese – Israele avrebbe dovuto acconsentire a uno Stato palestinese al solo scopo di preservare la sua maggioranza ebraica. Ma nel corso degli ultimi 19 anni – nonostante le molte opportunità – Israele non è giunto mai vicino al suo ritiro ai confini del 1967, il presupposto essenziale per la creazione di uno Stato palestinese.

La domanda è: se la ragione logica demografica è davvero così irresistibile, perché Israele non ha consentito a farlo? La risposta, credo, è che la premessa sia sbagliata.

Nel corso di una sessione di negoziati nel gennaio 2008 con Ahmad Qurei e Saeb Erekat, come è descritto nelle “Carte sulla Palestina”, Tzipi Livni (leader del partito Kadima e parlamentare della Knesset) precisava la strategia di Israele:

“Israele è stato creato per diventare un focolare nazionale per gli Ebrei di tutto il mondo. L’Ebreo ottiene la cittadinanza, non appena fa un passo in Israele, qualsiasi cosa dica sulla natura di Israele… La creazione dello Stato di Israele si fonda sul principio che esso è stato creato per il popolo ebraico.”

Un paio di mesi prima, la Livni aveva sottolineato: “Israele è lo Stato del popolo ebraico, e io desidero mettere l’accento sul significato di “popolo” che corrisponde al solo popolo ebraico, con Gerusalemme capitale unita e indivisibile di Israele e del popolo ebraico per 3.007 anni.”

Ai negoziatori palestinesi dichiarava: “’Il vostro Stato darà la risposta a tutti i Palestinesi, compresi i profughi.”

Erekat commentava la definizione della Livni come una questione linguistica e le rispondeva: “ Se volete definirvi lo Stato ebraico di Israele – potete definire così tutto ciò che desiderate.”  

Erekat trasmetteva agli Statunitensi la sua premessa operativa: “Gli Israeliani vogliono la soluzione a due Stati… a volte più degli stessi Palestinesi.”

Ma quello che la Livni stava dicendo era che lei voleva Israele come “Stato sionista in base alla Legge del Ritorno e aperto ad ogni Ebreo”. Per salvaguardare un tale Stato in un paese con un territorio veramente limitato, significa che terreni e acqua devono essere tenuti sotto controllo ebraico, con diritti discriminatori per Ebrei e non-Ebrei – diritti che riguardano tutto, dalle abitazioni all’accesso alla terra, al lavoro, ai sussidi, ai matrimoni e all’immigrazione. Il timore è che se Israele diventa uno Stato a maggioranza ebraica con confini fissi, la domanda inevitabile per la piena parità di diritti per le minoranze preannuncerebbe la fine dei diritti speciali per gli Ebrei, e del sionismo stesso.

Una soluzione a due Stati, quindi, non risolve il problema di come preservare il sionismo, anzi lo complica. La dimensione della popolazione non-ebraica di Israele verrebbe ridotta da un 40 o 50 per cento al 20 per cento, se si creasse uno Stato palestinese, ma la contraddizione intrinseca di una minoranza non-ebraica presente in Israele, con parità di diritti, potrebbe insidiare Israele come Stato ebraico. L’unica risposta di Israele è quella di mantenere i propri confini indefiniti, mentre sta arraffando le scarse risorse idriche e del territorio, lasciando i Palestinesi in uno stato di incertezza permanente, dipendenti dalla buona volontà israeliana.

Un decennio fa, sono stato membro dello staff del senatore George Mitchell per la sua prima inchiesta sul campo nella regione, dopo che gli era stato chiesto di guidare una “commissione d’inchiesta” sulle cause della seconda Intifada. Anche allora, la visione della Livni era evidente nella strategia di Israele, quella di escludere i Palestinesi dal corpo politico rendendoli soggetti alle sue modalità di controllo.

I Territori Occupati hanno assunto un assetto geografico elastico, mutevole, in cui è stato sospeso lo stato di diritto sotto copertura della legge. È stato Sharon ad aprire la strada alla filosofia della “permanente incertezza”, che a più riprese ha esteso lo spazio per gli Ebrei, e quindi ha limitato lo spazio in cui i Palestinesi potevano operare, tramite una combinazione imprevedibile di cambiamenti e di imposizioni selettive di disposizioni, e la dissezione del territorio attraverso insediamenti dei coloni, strade a cui i Palestinesi non era consentito l’uso e continuamente spostamenti dei confini. Tutto questo aveva lo scopo di indurre nei Palestinesi un senso di provvisorietà permanente.

Mantenere il controllo sui Territori Occupati tiene aperta ad Israele l’opzione della deportazione di cittadini palestinesi di Israele verso i Territori, in cambio di baratti di territorio limitato. Inoltre questo assicura ad Israele la conservazione della capacità di costringere i profughi, che dovessero ritornare in futuro, a stabilirsi in una loro “patria”, considerando che uno Stato palestinese sovrano potrebbe rifiutarsi di accogliere i rifugiati. Ne consegue che a Israele conviene possedere uno “Stato” senza frontiere, in modo da poter conservare sempre vivo un negoziato in merito ai confini, e contare sull’incertezza risultante per mantenere acquiescenza.

Il vice premier israeliano Moshe Ya’alon si dimostrava franco quando in un’intervista di quest’anno gli veniva richiesto: “Perché tutti questi giochi di finzione nei negoziati?”

Egli rispondeva: “Perché…vengono fatte pressioni. Da “Peace Now” all’interno, e da altre organizzazioni all’esterno. Quindi dobbiamo destreggiarci …. destreggiarci con l’amministrazione usamericana e la dirigenza europea, che elementi israeliani nutrono dell’illusione che un accordo possa essere raggiunto ….Io ribadisco che il tempo lavora per coloro che sanno come fare uso di esso. I fondatori del sionismo sapevano … e noi del governo sappiamo come fare uso del tempo.”

Nel gennaio scorso, Sever Plocker, il vice caporedattore di “Yediot Ahronot” ha scritto che il recente piano del ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman per uno Stato palestinese senza confini su metà della Giudea e Samaria, sulla base di precedenti colloqui con Binyamin Netanyahu, corrispondeva più o meno al piano del Primo ministro israeliano.

Netanyahu affermava che l’attuale situazione sul terreno in Giudea e Samaria è stabile e sicura, e costituisce, a tutti gli effetti, una soluzione al conflitto: “I Palestinesi hanno già per tre quarti uno Stato. .. hanno una bandiera, un prefisso internazionale telefonico…Tutto quello che rimarrà al governo israeliano di fare è solo accettare un cambiamento di ragione sociale dell’entità, da “Autorità” a “Stato”, e lanciare qualche osso in più, pochi segnali di sovranità, come ad esempio il diritto di coniare la propria moneta. – e la pace regnerà per 70 anni a venire.”

Il crollo del “processo di pace” ci ha fornito un raro momento di chiarezza: a partire dalla diffusione delle “Carte sulla Palestina”, la finzione di fondo è diventata palese a tutti.

Tale chiarezza permette a nuove possibilità di emergere. Ricordo che 30 anni fa l’indipendenza della Namibia, che sembrava irrimediabilmente bloccata, veniva consentita da un inatteso cambiamento di paradigma nella regione: l’implosione dell’Unione Sovietica.

Potrebbe il cambiamento in corso in Egitto costituire un equivalente catalizzatore per Israeliani e Palestinesi?

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