Una sconfitta per Netanyahu

REDAZIONE 27 GENNAIO 2013

di Uri Avnery – 26 gennaio 2013

E’ stata la notte degli ottimisti.

Martedì, alle 22.01, un minuto dopo la chiusura delle urne, i tre notiziari televisivi hanno annunciato i risultati dei propri sondaggi all’uscita dai seggi.

Le sinistre previsioni dei pessimisti si sono volatilizzate.

Israele non è impazzito.

Non si è spostato a destra. I fascisti non si sono impadroniti della Knesset. Binyamin Netanyahu non è uscito rafforzato. Ben lungi da ciò.

Israele si è spostato al centro.

Non è stato un momento storico di svolta, come la vittoria di Menachem Begin nel 1977, dopo due generazioni di governo del Partito Laburista. Ma è stato un cambiamento significativo.

Tutto questo dopo una campagna elettorale priva di contenuto, priva di eccitazione, senza alcuna emozione percepibile.

Nel giorno del voto, che è un giorno festivo nazionale, ho ripetutamente guardato fuori dalla finestra, su una delle principali vie di Tel Aviv. Non c’era il minimo segno che fosse in corso qualcosa di speciale. Nelle elezioni precedenti la strada era stata affollata di taxi e di auto private con manifesti di partito che portavano gli elettori ai seggi. Questa volta non ne ho vista nemmeno una.

Al seggio ero solo. Ma la spiaggia era affollata. La gente aveva portato i propri bambini e i propri cani a giocare nella sabbia sotto un brillante sole invernale, barche a vela punteggiavano il mare blu. Centinaia di migliaia di cittadini si sono recate in Galilea o nel Negev. Molti avevano affittato una Zimmer (curioso che noi usiamo il termine tedesco per una camera con prima colazione).

Ma alla fine della giornata quasi il 67% degli israeliani aveva votato, più dell’ultima volta. Anche i cittadini arabi, la maggior parte dei quali non aveva votato durante il giorno, si sono svegliati improvvisamente e hanno affollato i seggi nelle ultime due ore, dopo che i partiti arabi avevano collaborato per spingere gli elettori alle urne.

Quando sono stati pubblicati i sondaggi all’uscita dai seggi, i leader di una mezza dozzina di partiti, tra cui Netanyahu.  si sono affrettati a tenere discorsi della vittoria. Poche ore dopo la maggior parte di loro, tra cui Netanyahu, sono apparsi istupiditi. I risultati reali cambiavano il quadro solo di poco, ma quanto è bastato perché per alcuni la vittoria su cui avevano serrato le fauci si trasformasse in sconfitta.

Il grande perdente nelle elezioni è Binyamin Netanyahu. All’ultimo momento prima dell’avvio della campagna elettorale aveva unito la sua lista a quella di Avigdor Lieberman. Ciò lo aveva reso apparentemente invincibile. Nessuno dubitava che avrebbe vinto, e vinto alla grande. Gli esperti gli assegnavano 45 seggi, in crescita rispetto ai 42 che le due liste avevano nella Knesset uscente.

Ciò lo avrebbe posto in una posizione in cui avrebbe potuto scegliersi a suo piacimento i partner di coalizione (o, meglio, i servitori di coalizione).

E’ finito con soli 31 seggi, perdendo un quarto della sua forza. E’ stato uno schiaffo sul viso. Il suo principale slogan elettorale era “Un leader forte, un forte Israele”. Forte non più. Ridiventerà comunque primo ministro ma un’ombra di quello che era prima. Politicamente la sua fine è vicina.

Quel che resta della sua fazione rappresenta un quarto della prossima Knesset. Ciò significa che sarà in minoranza in qualsiasi coalizione sarà in grado di mettere insieme (che ha bisogno al minimo di 61 membri). Se si tolgono dal numero gli uomini di Lieberman, il Likud in senso stretto ha solo 20 seggi, solo uno in più rispetto al vero vincitore di queste elezioni.

Il vero vincitore è Ya’ir Lapid, che ha sorpreso tutti, specialmente sé stesso (e me), con un risultato sbalorditivo di 19 seggi, che lo rendono la seconda fazione della Knesset, dopo il Likud-Beitenu.

Come c’è riuscito? Beh, ha l’aspetto piacevole e giovanile e il linguaggio del corpo di un conduttore televisivo, che effettivamente è stato per molti anni. Tutti conoscono la sua faccia. Il suo messaggio è stato fatto di luoghi comuni, il che non sconvolge nessuno. Anche se oggi ha quasi cinquant’anni, è stato il candidato dei giovani.

La sua vittoria è in parte un cambiamento generazionale. Come Naftali Bennett a destra, ha attirato i giovani che ne hanno abbastanza del vecchio sistema, dei vecchi partiti, dei vecchi slogan triti e ritriti. I giovani non cercavano una nuova ideologia, ma un nuovo volto. Quello di Lapid è stato il volto più gradevole in circolazione.

Ma non va sottovalutato che Lapid, al centro, ha battuto il suo concorrente più prossimo riguardo al voto giovanile: Bennett della destra. Mentre Lapid non ha propagandato alcuna ideologia, Bennett ha fatto tutto il possibile per celare la propria. Si è recato nei pub di Tel Aviv, si è presentato come il buon amico di tutti (e tutte), ha fatto la corte ai giovani laici liberali.

In tutta la campagna elettorale, Bennett è sembrato la stella nascente del firmamento politico, la grande sorpresa di queste elezioni, il simbolo del fatale spostamento a destra di Israele.

C’è stata un’altra somiglianza tra i due: entrambi hanno lavorato sodo. Mentre gli altri partiti si sono prevalentemente affidati alla televisione per diffondere i propri messaggi, Lapid ha “arato” il paese per tutto l’anno scorso, costruendo un’organizzazione, parlando alla gente, attirando gruppi di seguaci fedeli. Lo stesso ha fatto Bennett.

Ma alla fine, quando un giovane (o una giovane) ha dovuto scegliere tra i due, non ha potuto ignorare che Lapid apparteneva a un Israele democratico e liberale ed era impegnato nella soluzione di pace a due stati, mentre Bennett era un sostenitore estremo dei coloni e del Grande Israele, un nemico degli arabi e della Corte Suprema.

Il verdetto dei giovani è stato inequivocabile: 19 per Lapid, solo 12 per Bennett.

Il maggiore disappunto è stato in serbo per Shelly Yachimovich. Era assolutamente certa che il suo rinnovato Partito Laburista sarebbe diventato la seconda maggiore fazione della Knesset. Si era addirittura presentata come una possibile sostituta di Netanyahu.

Sia lei sia Lapid hanno tratto vantaggio dalle grandi proteste sociali della primavera del 2011, che avevano cancellato dall’agenda la guerra e l’occupazione. Netanyahu non aveva neppure osato attaccare l’Iran e ampliare gli insediamenti. Ma alla fine Lapid ha tratto un vantaggio maggiore di Shelly.

Sembra che la determinata concentrazione della Shelly sulla giustizia sociale sia stata un errore. Se avesse combinato la sua piattaforma sociale con il programma di negoziazione della pace di Tzipi Livni avrebbe ben potuto realizzare la sua ambizione e formare la seconda fazione più vasta.

La sconfitta di Tzipi – solo sei seggi – è stata patetica. Si è buttata nella mischia solo due mesi fa, dopo un mucchio di esitazioni, che sembrano la sua caratteristica. La sua determinata concentrazione su un “accordo politico” con i palestinesi – non la “pace”, Dio non voglia! – è andata controcorrente.

Chi davvero vuole la pace ha votato (come me) per Meretz che può vantare un sonoro risultato, raddoppiando la sua forza da 3 a 6 seggi. Questa è anche una caratteristica impressionante di queste elezioni.

Sembra anche che un buon numero di ebrei abbia votato per il partito Hadash, principalmente arabo-comunista, che si è anch’esso rafforzato.

Il tutto si riduce a due numeri: 61 seggi per il blocco di destra-religioso, 59 seggi per il blocco di centro-sinistra-arabo. Un solo seggio avrebbe potuto fare l’intera differenza. I cittadini arabi avrebbero potuto facilmente fornire quel seggio.

Ho notato che tutte e tre le stazioni televisive hanno inviato le loro squadre nei quartieri generali di ogni singolo partito ebreo, compresi i due che non hanno superato la soglia del 2% (come, grazie a Dio, la lista religioso-fascista Kahanista) ma in nessuno di quelli dei tre partiti arabi.

Per tacito accordo, gli arabi sono stati trattati come non realmente integrati. La sinistra (o “centrosinistra” come ha preferito essere chiamata) li ha relegati a membri del “blocco di blocco”, quelli che avrebbero potuto bloccare la capacità di Netanyahu di formare una coalizione. Gli arabi stessi non sono stati consultati.

Lapid si è rapidamente liberato del “blocco di blocco”. Ha prestato scarsa attenzione all’idea di poter essere nello stesso blocco di Hanin Zuabi (o di qualsiasi partito arabo, quanto a questo). Ha anche respinto l’idea di avere ambizioni di diventare primo ministro. Non era preparato a un simile avanzamento, non disponendo di alcuna esperienza politica.

Anche se il “blocco di blocco” non si concretizzerà, sarà molto difficile per Netanyahu formare una coalizione.

La prospettiva di una coalizione di pura destra è svanita. E’ impossibile governare con soli 61 seggi (anche se inizialmente Netanyahu potrebbe tentare di formare una tale limitata coalizione, sperando di aggiungere altri schieramenti in seguito). Avrà bisogno di Lapid, che diventerebbe una figura centrale del governo. In effetti Netanyahu gli ha telefonato un’ora dopo la chiusura dei seggi.

In ogni caso Netanyahu avrà bisogno di uno o più partiti di centro, il che renderà il prossimo governo molto meno pericoloso.

Qual è la lezione di queste elezioni?

Il blocco di destra-religioso ha perso le elezioni, ma il “centrosinistra” non le ha vinte, perché non è stato in grado di proporre un candidato credibile come primo ministro, né un partito di governo alternativo credibile con un progetto complessivo solido per la soluzione dei problemi fondamentali di Israele.

Per creare una forza simile è assolutamente vitale integrare i cittadini arabi nel processo politico come partner a pieno titolo. Tenendo fuori gli arabi, la sinistra si sta castrando. Va creata una nuova sinistra ebrea-araba, una comunità di atteggiamento, linguaggio e interessi politici, e questo atto di creazione deve cominciare proprio ora.

La battaglia per Israele non è persa. Lo “spostamento a destra” di Israele è stato bloccato ed è lungi dall’essere inevitabile. Noi israeliani non siamo così pazzi come sembriamo.

Questa battaglia è finita in pareggio. La prossima volta potrà essere vinta. Dipende da noi.

Uri Avnery è un attivista pacifista, giornalista e scrittore israeliano. E’ membro fondatore di Gush Shalom (blocco per la pace) il movimento pacifista indipendente (1993). Avnery è l’ex editore e redattore capo della rivista giornalistica Haolam Hazeh (1950-1990). E’ ex membro della Knesset (tre mandati: 1965-1969, 1969-1973, 1979-1990) ed è membro fondatore del Comitato Israeliano per la Pace tra Israele e la Palestina (1975).

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/a-loss-for-netanyahu-by-uri-avnery

Originale: The Progressive

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9510

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