Una scuola, le ruspe, “il prossimo tuo”

363

 

Le notizie che arrivano da Khan al Akhmar sono tristi, dure, insopportabili. Le ruspe sono giunte nel piccolo villaggio di beduini proprio di fronte alla Locanda del Buon Samaritano, lungo la strada che da Gerusalemme conduce, in una manciata di chilometri, a Gerico. Hanno l’ordine, stabilito dalla corte suprema israeliana dopo oltre dieci di battaglia legale, di distruggere una scuola. Sì, una scuola. Niente di più e niente di meno. Una scuola costruita per i bambini del villaggio di lamiere e pezzi di legno, in mezzo al deserto. Una scuola costruita con i soldi italiani ed europei grazie al lavoro di Vento di Terra, una ong italiana che di scuole ne ha già costruite altre, sempre in posti dimenticati da Dio e, ahimè, dagli uomini.

E’ uno scandalo, senza dubbio. Uno scandalo.

Per chi ne vuole sapere di più, ripropongo qui un brano del mio libro su Gerusalemme (Gerusalemme senza Dio, Feltrinelli 2013), in cui si racconta una bella storia che sta finendo nella sabbia e nelle macerie. E’ una storia a cui sono molto legata, perché quella scuola l’ho vista nascere, con quelle famiglie abbiamo condiviso il pasto su un tappeto fatto con i sacchi degli aiuti umanitari dell’UNRWA. A quei bambini abbiamo portato quaderni e matite. C’è chi, tra noi internazionali, ha portato i propri figli a costruire con le proprie mani quella scuola. Un gesto nonviolento, un’azione di pace.

Il Prossimo Tuo

Anche la Locanda del Buon Samaritano, con gli anni, si è trasformata. In quello che è l’archetipo dell’immobilità, del cuore del mondo e della storia che non viene mai coperto dall’oblio, anche quel pezzo di deserto che riguarda la parabola narrata nel Vangelo di Luca ha subito la trasformazione del tempo. Oggi è un piccolo museo costruito dagli israeliani che ospita i pellegrini che dalla Galilea, lungo la valle del Giordano e il Mar Morto, si avvicinano alla mèta: Gerusalemme.

La città non si vede ancora, mentre la superstrada continua a inerpicarsi sulle colline del deserto. Di fronte alla Locanda del Buon Samaritano, il villaggio di Khan El Akhmar si vede appena, qualche baracca di lamiera nascosta dalle pietre sopra l’avallamento che fa da parcheggio naturale per utilitarie e  pickup di terza mano. Khan El Akhmar è solo uno dei piccoli campi in cui attorno a Gerusalemme vivono, al limite dell’umiliazione, i beduini della grande tribù Jahalin. A loro non è concesso costruire, perché si trovano nella cosiddetta Area C, secondo la definizione utilizzata dagli accordi di Oslo. Zona, cioè, sotto controllo totale da parte delle autorità civili e militari israeliane, e che comprende le colonie, le strade che connettono gli insediamenti a Israele, e tutte le aree considerate sensibili dal punto di vista della sicurezza.

Khan El Akhmar è dunque un campo di baracche, temporaneo, per anni al centro di un contenzioso giudiziario perché una ONG italiana – Vento di terra – ha avuto un’idea rivoluzionaria per aggirare i divieti israeliani. Costruire una scuola senza fondamenta, fatta di copertoni e sabbia, per ospitare i bambini del campo, costretti sino a quel momento ad andare a scuola a piedi per chilometri lungo la superstrada, sino a Gerico. Piccole costruzioni a un solo piano, fatte di pile di copertoni riempite di sabbia, coperte da un tetto di legno, perfettamente isolate d’inverno e nell’estate torrida del deserto: questa è la scuola di gomme, costruita direttamente dai beduini, un esempio di architettura sostenibile, lontana dalla sovrabbondanza di cemento che ha inondato sia la Gerusalemme attorno alla Città Vecchia, sia le aree che pian piano sono state riempite di palazzi, insediamenti, strade e muri. La scuola di gomme, bella e perfettamente inserita dal punto di vista cromatico nel deserto, non ha però avuto vita facile, sin da quando è stata completata. Ha subito ordini di demolizione, processi, aggiustamenti, richieste di spostarla qualche metro più in là, denunce, e per anni si è salvata solo grazie alle pressioni internazionali che hanno impedito la distruzione della scuola e hanno, però, allungato i tempi della telenovela legale. All’origine di tutto c’è il fatto che la scuola è un fatto compiuto, rende meno temporaneo il campo e fa di Khan el Akhmar un cuneo tra la superstrada e la piccola colonia israeliana – questa sì fatta di casette solide di cemento – che è a poca distanza dal campo degli Jahalin, appena sopra la collinetta in fondo. Di fronte, verso Gerusalemme, c’è la grande colonia di Maaleh Adumim arroccata su una grande collina,  forte di circa quarantamila abitanti, dichiarata formalmente municipio nel 1991 dalle autorità israeliane.

Perché Khan El Akhmar, un minuscolo campo di beduini, dimenticati quanto più è possibile, è diventato nel corso degli anni un piccolo caso diplomatico? Perché fa scandalo una scuola di gomme e sabbia? Perché svela con la sua sola presenza quello che succede nel presente e che succederà nel futuro prossimo della città: il piccolo campo beduino, non più così temporaneo grazie alla scuola di gomme, spacca la strategia geografica e politica delle colonie attorno a Gerusalemme, e impedisce la congiunzione tra Maaleh Adumim e gli insediamenti israeliani lungo la direttrice Gerusalemme-Gerico. Il lungo corridoio che negli anni è stato costruito, attraverso un nastro d’asfalto e un sistema complesso di colonie, disconnette insomma la Cisgiordania centro-settentrionale (Ramallah-Nablus) da quella meridionale (Betlemme-Hebron) e divide in questo modo la Palestina in cantoni. Così, il luogo della parabola del Prossimo Tuo, narrata nel vangelo di Luca, diventa il simbolo di una geografia piegata al conflitto, ai metri di terra contesi, requisiti, costruiti.

La zona E1, al centro della grande diplomazia internazionale, è a pochissimi chilometri di distanza, lungo la stessa superstrada Gerusalemme-Gerico, proprio di fronte a Maale h Adumim e alle propaggini di Gerusalemme est. Alla fine del 2012, il governo presieduto da Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele avrebbe costruito un insediamento proprio in zona E1, un’area a est di Gerusalemme, appena all’inizio della direttrice verso Gerico, alle spalle dei quartieri palestinesi a oriente della Linea Verde. La lettura è una sola: una colonia in zona E1, dove strategicamente è già stata edificata la centrale di polizia, chiuderebbe la tenaglia attorno a Gerusalemme est, e comprimerebbe la popolazione palestinese dentro un utero, definito dal Muro di Separazione, da Maaleh Adumim, dai checkpoint che canalizzano l’ingresso a Gerusalemme.

Dalla Locanda del Buon Samaritano, da Khan El Akhmar, persino dalla zona E1, Gerusalemme è ancora un’idea. Una città che ancora non si vede e alla quale ci si approssima – se si crede a un Dio – con l’animo gonfio di domande e di emozione. Eppure, Khan El Akhmar, Maaleh Adumim, la E1 sono il cuore del destino di Gerusalemme, sono i simboli fisici del conflitto, incomprensibili all’occhio del turista o del pellegrino, invisibili agli occhi del mondo che legge Gerusalemme con altre chiavi interpretative. Per comprendere la Gerusalemme reale, invece, non servono le normali e infinite guide turistiche, dettagliatissime nel definire ogni singola pietra con un seppur flebile legame religioso. Occorrono cartine, planimetrie e piani regolatori.  Perché è ancora il 1948 a essere il cuore del conflitto. Sin da quando, e solo per pochi mesi, Gerusalemme si trovò a essere una bolla dentro il conflitto israelo-palestinese, un corpo urbanistico da separare dalla nuova composizione territoriale della Palestina del Mandato britannico.


Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

 

 

 

Una scuola, le ruspe, “il prossimo tuo”

Una scuola, le ruspe, “il prossimo tuo”

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.