Una storia da Betlemme

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Voci dal Vicino Oriente

NEWSLETTER a cura della Fondazione Giovanni Paolo II onlus

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di Margherita Pascucci

Sono Benaya. Sono morto per una bomba in un autobus a Gerusalemme nove anni fa. Avevo diciotto anni. Un anno dopo mia madre si è ammalata e il mio più caro amico è morto di infarto. I miei fratelli e i miei genitori fanno parte di un’associazione per le vittime israeliane e palestinesi. Se soltanto li ascoltaste, se soltanto ascoltaste, Benyomin Netanyahu e Mahmoud Abbas, le voci dei vostri popoli, della vostra gente, vivremmo in pace in questa terra così amata dal mondo e così insanguinata.Mi chiamo Manar. Ho trent’anni, studio italiano a Betlemme. Non sono mai stata a Gerusalemme e non potrò mai andarci. Ho un punto nero nel passaporto perché mio padre è stato in prigione per aver partecipato a manifestazioni non-violente.

Sono Benaya. Sono morto per una bomba in un autobus a Gerusalemme nove anni fa. Avevo diciotto anni.

Sono la madre di Amira. Amira ha quattordici anni. Sono mesi che sviene senza motivo. L’ho portata da tutti i medici a Betlemme, a Hebron, a Ramallah. Non capiscono cosa abbia. Vorrei portarla in Israele ma non abbiamo il permesso e l’assicurazione sanitaria costa $220, che non abbiamo.

Un anno dopo mia madre si è ammalata e il mio più caro amico è morto di infarto.

Mio zio ha un linfoma. Ha bisogno di un trapianto di midollo e può ottenerlo soltanto a Gerusalemme. L’operazione costa $70,000. Lui non ha i soldi e neanche noi possiamo aiutarlo. Da tre mesi stiamo aspettando di sapere se l’autorità palestinese coprirà le spese e in che misura. Oggi abbiamo chiamato di nuovo: non pagheranno.

I miei fratelli e i miei genitori fanno parte di un’associazione per le vittime israeliane e palestinesi.

Sono in prigione. Mi hanno arrestato insieme a mio fratello perché durante la manifestazione della scorsa settimana a Gerusalemme ho urlato contro un poliziotto. Mia madre e mio padre non sanno dove sono, non possono parlarmi o venire a trovarmi.

Se solo li ascoltaste, se soltanto tu li ascoltassi, Signor Netanyahu

Mi chiamo Alissa. In realtà non ho un nome. Sono stata abbandonata davanti al portone della Crèche, l’orfanotrofio di Betlemme. Le suore mi hanno chiamata così. Ho una gran tosse, sono stata dieci giorni in ospedale, sembrava che non riuscissi a sopravvivere, ma ho superato la crisi. Non saprò mai se sono nata da una madre che non mi ha potuto o non mi ha voluta tenere. E non so se avrò mai un’identità. I bambini della Crèche, come i bambini del Villaggio SOS, non hanno un’identità. Non possiamo essere adottati, non possiamo uscire dalla città, avremo una vita chiamata soltanto per nome, quello che ci hanno dato le suore raccogliendoci, finché l’autorità palestinese non riuscirà a farci ottenere una identità – basterebbe una qualsiasi. Io ho soltanto quattro mesi, e spero.

Se solo li ascoltaste, se soltanto ascoltaste,  Signor Mahmoud Abbas

I miei genitori non possono costruire una stanza in più nel nostro terreno per me e i miei fratelli che stiamo crescendo, perché, ci hanno detto, gli Israeliani possono venire e demolire non solo la stanza in costruzione ma tutta la casa. Già cinque anni fa gli Israeliani hanno preso metà del nostro giardino: dentro la nostra casa passa il muro. Dentro la mia vita passa il muro: siamo divisi da noi stessi.

Se solo li ascoltaste, se soltanto ascoltaste, Benyomin Netanyahu e Mahmoud Abbas, le voci dei vostri popoli, della vostra gente.

Mio figlio ha sei anni e viene scortato a scuola dai soldati. Viviamo a sud delle colline di Hebron. La corte israeliana ha deciso così perché i coloni attaccavano i bambini. Ma spesso i soldati ritardano o non vengono. E i bambini si mettono in cammino, ma hanno paura.

Se solo li ascoltaste, se soltanto ascoltaste, Benyomin Netanyahu e Mahmoud Abbas, le voci dei vostri popoli, della vostra gente, vivremmo in pace in questa terra così amata dal mondo

Tu non sai cosa vuol dire vivere sotto un’occupazione. Voi internazionali venite qui, provate ad aiutarci, ci date soldi, ma non potete comprendere fino in fondo cosa sia vivere sotto l’occupazione da tutta la vita, per tutta la vita. Io sono nato nell’occupazione. È stato difficile crescere, è stato difficile studiare, è stato difficile cercare di capire come poter sopravvivere, come poter lottare. Anche amare per noi è difficile: non ci sentiamo mai sicuri. Io sono sposato: se ci ammaliamo entrambi, non siamo soltanto malati in due, ma non possiamo appoggiarci a nessuno, non abbiamo risorse, veniamo risucchiati nella morte. Voi siete la nostra via di fuga, voi siete l’ancora di salvezza, con voi sentiamo il senso della vita che pulsa. Ma poi voi ve ne andate e noi rimaniamo in questa prigione.

Se solo li ascoltaste, se soltanto ascoltaste, Benyomin Netanyahu e Mahmoud Abbas, le voci dei vostri popoli, della vostra gente, vivremmo in pace in questa terra così amata dal mondo e così insanguinata.

Vivo a Betlemme da quattro mesi.  Mi viene chiesto di raccontare come è la mia vita qui. La mia vita qui, al di là dei progetti di sviluppo che porto avanti, è fatta dalle persone, dalla vita degli uomini e delle donne che incontro, con cui condivido le mie giornate.

Prima di venire qui ho studiato yiddish per alcuni anni a New York e ho vissuto nel cuore della comunità ebraica americana. Ho sempre seguito le vicende del conflitto arabo-israeliano e in modo astratto ho sempre pensato che doveva essere trovata una soluzione, che i nostri anni avrebbero trovato una soluzione per una situazione incomprensibile, i cui estremi – ragioni, cause, economia, ideologia – sembrava da lontano, non consistono più.

Da quattro mesi sono dentro a questo inferno sottile, insistente, omnipervasivo, che lascia impotenti. E le stesse domande si presentano, stavolta, ogni giorno, crude, concrete: a chi serve ancora questo conflitto? Quali sono le ragioni valide per continuare a mantenere un popolo sotto oppressione, un popolo (i palestinesi) connaturato all’altro (israeliani) come un olivo alla sua terra? Perché continuare a costruire muri e ucciderne la vita recintata dentro se non per continuare a fomentare un’idea sbagliata di identità, di sopravvivenza?

La vita muore ogni giorno nei territori – e non soltanto perché è una vita deprivata di libertà, di autodeterminazione, di giustizia, ma perché le è sottratto il suo stesso futuro.

Quando la politica interna e soprattutto internazionale non serve più la gente, non ascolta e non nutre il suo stesso corpo, quella politica ha fallito. La vita costretta alla morte nei territori è il fallimento di Israele come terra promessa, non è la sua vittoria.

Chi continua a farvi credere che il conflitto sia la lotta tra un popolo che ha diritto alla sua terra dopo la Shoah e un popolo che in quella terra viveva ma che popolo non era, o che comunque doveva, deve lasciare che l’altro esista, sussista, e occupi – perché questa è la sua terra, la terra che è stata promessa –  costui vi inganna.

Israele vive, non ha più bisogno di occupazione per legittimarsi. Se Israele è un vero stato democratico, non ha bisogno di opprimere il popolo palestinese per autodefinirsi. Se ancora ha bisogno di un nemico, significa che non è abbastanza forte. Oppure che è manipolato: la politica dell’occupazione serve a riproporre lo schema – che è una falsa conoscenza, una proiezione – del nemico, della minaccia, dell’oppressore, che è l’alibi per costruirsi un’identità. Identità basata sulla lotta contro quel nemico. Ma quale nemico è il popolo palestinese per Israele?

Lo è in fondo mai stato? O sono state soltanto le pietre a urlare?

Quale è l’identità di Israele, così fragile da doversi definire e negativo, in rapporto inverso al popolo palestinese?

Quali sono ormai le ragioni valide per questo conflitto? Le ragioni imprescindibili di fronte al diritto internazionale alla vita e alla vita giusta?

Benaya parla a Netanyahu e a Abbas. Io da queste pagine se potessi invocherei Francesco, Papa Francesco a intercedere presso questi impotenti politici, impotenti di fronte alla vita giusta.

Perché non sono più soltanto le pietre ad urlare, ma i bambini senza nome della Crèche, del villaggio SOS, la gente di Gaza, le persone che muoiono di cancro a Betlemme e Hebron.

E se non riescono i politici, deve essere la moltitudine israeliana, palestinese, italiana, scozzese, svedese, americana, norvegese, tedesca, francese, spagnola, brasiliana, indiana, a dire, a scegliere, di far finire un eccidio silente e scandaloso di fronte a Dio, ad Allah, ad Adonai, di fronte all’uomo, cristiano, musulmano, ebreo.

Pensiamo a due importanti elementi della attuale società palestinese e israeliana: i movimenti di non violenza e la presenza internazionale costitutiva a questo angolo del mondo. Questi due elementi si intrecciano, non sono distinti, e in termini filosofici e culturali mi ricordano il rapporto di Adamo alla legge divina e il concetto di amfilogia, caro all’ebraismo della diaspora alla fine del diciannovesimo secolo, ai padri dei kibbutzim.

Il rapporto tra violenza e non-violenza esprime il rapporto potenza-potere. La potenza è una forza, è l’inerenza dinamica e costitutiva del singolo alla moltitudine, della mente al corpo, della libertà alla necessità. Potenza è forza di inerenza della mente al corpo, del singolo alla moltitudine, della libertà alla necessità. Potenza è la forza di perseverare del popolo palestinese.

Potestas, potere è una forza che subordina la molteplicità, subordina la mente, subordina la libertà – a un principio sovrano, a un corpo staccato dalla mente, al dominio di uno sull’altro, alla disposizione di quella necessità che è la vita di ciascuno.

Potestas è ciò di cui si sta servendo Israele per definirsi, per legittimarsi – anzi, ormai nemmeno più per questo, ma per continuare a occupare illegalmente.

La potenza è una forza per sua natura compositiva, il potere è, purtroppo, per sua natura, distruttivo: decompone il corpo in relazione a una causa esterna che viene a confrontare le sue forze. Il potere per dominare, per soggiogare, deve decomporre. Israele decompone giorno dopo giorno il territorio palestinese e la sua comunità per poterlo dominare.

La comunità palestinese, accompagnata da larghi settori della società civile israeliana, sta sempre più scegliendo la non-violenza, sta scegliendo la potenza, da opporre alla violenza del potere.

Sceglie la non-violenza da opporre a ogni forma di violenza, del potere e dell’impoten-za, dello Stato e di possibili residui o focolai di terrore.

Sceglie la composizione non la distruzione. E lo fa manifestando caparbiamente, silen-ziosamente’ ogni giorno. Ricordate la storia di Bontshe shvayg, uno dei pilastri della letteratura yiddish, cuore di chi ha piantato le prime tende dei kibbutz? Bontshe che ha sofferto così tanto in vita, eppure tace, e quando va in cielo e gli viene chiesto dal Giudizio supremo cosa desideri, tu che hai sofferto così tanto in silenzio, lui apre la bocca per la prima volta e dice: pane caldo imburrato – ecco, non c’è niente di diverso nella storia che viviamo oggi: gli uomini e donne palestinesi e israeliani che manifestano ogni venerdì con la loro arma della non-violenza vogliono questo, poter svegliarsi con i loro figli in un paese libero ogni mattina, con la vita nelle loro mani. Questo era il pane caldo imburrato di Bontshe.

Il secondo elemento, la presenza internazionale costitutiva ormai a questo terribile conflitto – e quanto dovremmo interrogarci anche su questo -, mi ricorda Adamo e il suo rapporto alla legge divina.

Adamo, spiega Spinoza nel capitolo 4 del Trattato Teologico-politico, sbaglia nel comprendere i comandamenti: crede che siano un ordine, perché concepisce Dio come un Re, come un Sovrano, mentre invece la parola di Dio è indicazione di vita ulteriore, non un comando. Adamo sbaglia la parola di Dio (il verbo: indicazione di vita) per la parola di un re (comando).

La violenza che Israele impone alla popolazione palestinese è questo stesso errore: la potenza della natura, la forza di vita, l’indicazione di vita del Dio di ognuno di noi, sicuramente la parola di Adonai, non è il potere di un sovrano: è la natura come un tutto, è il corpo universale dell’umanità, è quella essenza unica dove la virtù e la potenza, l’amore e la perseveranza di sé sono intrinsecamente costituiti e costitutivi di amore e perseveranza dell’altro. Intendo l’amore come concetto politico, e la perseveranza come concetto etico: si ama politicamente quando si comprende la natura della nostra singolarità in quanto moltitudine, quando si diviene collettivi, e quel divenire collettivi è immediata produzione di vita ulteriore per sé e per l’altro. Si persevera, eticamente, quando si permette che il desiderio si faccia verbo, azione, quando si sospinge la morte più in là.

Nella resistenza non-violenta di tanti, sempre più numerosi, uomini e donne israeliani e palestinesi viene di nuovo, ogni giorno, riaffermato questo principio della potenza contro il potere, viene ricordato ad Adamo che Dio non vuole il potere, Dio ha indicato dove si trova la vita, la vita ulteriore: in quella convivenza, essenza di sé e dell’altro, di cui è fatta la natura e la storia stessa dei figli di Adamo. Studiosi yiddish di fine ottocento la chiamavano amfilogia, la capacità di vivere in due lingue, in due culture, essendo fatti dell’una e dell’altra, come un anfibio che non può rinunciare alla terra né all’acqua.

Quello che israeliani e palestinesi costituiscono, quello che entrambi sono, è un imprescindibile connubio dolorosissimo. Doloroso perché eterodiretto, come tutti i conflitti: non sono i cittadini di Israele a non volere i Palestinesi, non sono i Palestinesi a non volere i cittadini di Israele.

Siamo o non siamo vivi su un’unica terra che è di tutti?

Spinoza insegnava che l’infinito di Dio, della sostanza, si può comprendere soltanto con la ragione, non misurando chi ha più fame, chi più terra, di chi è il maggiore diritto alla vita felice, e giusta.

Ma del resto anche lui, massimo teorico dell’ebraismo, è stato cacciato dalla sua sinagoga.

La nostra presenza di internazionali, di terzi incomodi, è il tentativo della ragione di tenere aperto il muro, di tenere aperta la questione fondamentale, mondialmente irrinunciabile, del diritto alla vita.

È osservazione, analisi, denuncia. È farsi scudo accompagnando i bambini di South Hebron Hills a scuola, i pastori e le loro greggi al pascolo; è manifestare non-violenza insieme alle persone dei villaggi; è ascoltare la gente, riportare gli eventi. È costruzione: fare ospedali, formazione, impianti di energia rinnovabile. È aiutare a promuovere la cultura, insegnare le lingue, i diversi modi di vita, fare cinema, musica, arte. È diffondere conoscenza, fare domande, chiedere ascolto presso i politici, fare ponte con il mondo. È progettare un futuro che sia davvero di tutti. In amore e pace.

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