Una testimonianza dalla Palestina : Quando si parla di coloni e palestinesi…..

VENERDÌ 24 FEBBRAIO 2012

Sono stata nei Territori circa un mese fa.

Non si può dire una bella esperienza, tranne il fatto che per la prima volta eravamo tutti insieme  nel villaggio di mio marito così le figlie hanno potuto vedere dov’è nato il loro papà che  non potrà più tornare se non con un passaporto italiano (e controlli e “umori” permettendo).

Hanno visto il paesino povero dove accanto a vecchie automobili circolano gli asini ‘, dove un gregge di pecore attraversa la stradina principale del paese, dove al posto dei lampioni sul ciglio delle strade trovi degli splendidi ulivi.

Hanno visto la massaria dei nonni materni, hanno conosciuto vecchi zii e nuovi cugini.

Hanno visto le tombe dei loro bisnonni….è stato un viaggio “istruttivo” per loro.

Tra qualche anno (quando saranno coinvolte in discussioni di attualità) quando qualcuno dirà loro che la Palestina e i Palestinesi non sono  mai esistiti potranno ribattere con la rabbia della verità perchè il loro papà ci è nato in Palestina e non ha il diritto al ritorno.

 Perchè hanno conosciuto i parenti che vivono sotto occupazione, perchè hanno visto la casa dove sono  nati  il  papà e gli  zii, perchè hanno visto anche le tombe (che Israele ha tanto voglia di cancellare) dei loro nonni, laggiù in Palestina..vicino Tulkarem.

Hanno visto il muro e il filo spinato, hanno visto l’arroganza e l’odio dei soldati ai check point, hanno visto con quanta disumanità sbeffeggiavano gli arabi, compresi noi stessi ..anche quando vedevano i passaporti italiani, eravamo dall’altra parte, eravamo italiani che avevano a che fare con i palestinesi!

Hanno visto una scena bruttissima: un gruppo di soldati di servizio lungo una strada con tanto di mitra impugnati che intimavano a un ragazzino (a distanza di qualche metro)  di alzarsi la maglia e poi di imporgli di tornare indietro e di non avanzare.

Ecco, questa scena le ha colpite tantissimo perchè secondo loro quel ragazzino non poteva camminare nel suo paese!

Hanno visto ragazzi di appena 18 anni fare servizio ai chek-point e trattare con sdegno un anziano.  Quei ragazzi di 18 anni che imbracciavano il fucile e decidevano quanto far aspettare un uomo, una donna col bambino, una vecchia…nata  lì , chissà in quale villaggio palestinese prima di loro – 18enni montati – e dei loro genitori.

Abbiamo visto lo scempio degli insediamenti, di “colonie” costruite strappando la terra ai palestinesi ILLEGALMENTE dal 1967 e non smettono di costruire.

Mi hanno spiegato come fanno.

Mi hanno detto che gli insediamenti più grandi sono quelli che non si vedono, sono eretti sulle colline, nascosti dagli alberi e si estendono senza che da giù si possa capire quanto grandi siano. Le mura e gli alberi per ingannare i palestinesi.

La frase che mi ripetevano sempre era: “Guarda, shufi shufi, se conti le case di quell’insediamento laggiù e torni tra un anno ..vedrai che sono aumentate di centinaia…“. Allora un “giro panoramico”,  amaramente panoramico,  mi ha dato la possibilità di vedere lo scempio delle costruzioni abusive degli israeliani sui territori palestinesi.

Uno degli insediamenti più grandi è quello di Ariel che al suo interno ospita addirittura una università (vi lascio immaginare cosa insegnano).

In arabo gli insediamenti si dicono Musta’amarat. Tra   la città palestinese di Tulkarem e il villaggio palestinese di Shufe c’è il musta’amar di Netanya, anch’esso molto grande e popolato.

Vicino la città palestinese di Nablus, sulla strada tra  il villaggio palestinese di Jenin e Tulkarem hanno costuito l’insediamento di Sheva Shomoron.

Tra TulKarem e Kofr Labad c’è il musta’amar di An-nab.

Vicino la città palestinese di Ramallah hanno strappato la terra ai palestinesi per costruire Pesagot e Sheva Beniamin.

Poi c’è l’insediamento di Emmanuel e altri, altri ancora.

Ci sono i blocchi di cenmento (cubici o rettangolari) sempre sulle strade agli incroci principali che servono per chiudere i territori. Sono blocchi lasciati lì perennemente pronti all’uso. Si separano i villaggi, le famiglie. Si chiudono le strade. I coloni girano armati, i palestinesi fanno pena con le loro scassatissime macchine o i loro vecchi trattori. Poi incroci la jeep dell’esercito e i loro sguardi.

Così vive un palestinese nei territori occupati: vedendo costruire case sulla sua terra, mentre lui è costretto a subire l’esercito, restrizioni ai suoi movimenti, limiti di accesso alle fonti d’acqua, perquisizioni, oltraggi e beffe dai soldatini e dalle soldatesse dei check-point.

Si trattasse di una vera pace, sarei la prima a credere in queste trattative! Perchè sono stanca di vedere i forti sempre più potenti e i deboli sempre più oppressi! Ma se ci fosse anche solo la minima intenzione di arrivare alla pace, Israele dovrebbe dimostrarlo bloccando gli insediamenti e restituendo i Territori ai Palestinesi.

LETTERA FIRMATA

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