Una Versailles per la Siria

10 MAGGIO 2013 – 1:58

Slow news di Ugo Tramballi

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Thomas Paine sosteneva che “nel carattere la moderazione è sempre una virtù, nei principi è sempre un vizio”. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quelle d’indipedenza nazionale, le costituzioni e la Bibbia sono bussole con le quali le comunità e gli individui si orientano per raggiungere il meglio possibile di civiltà. Poi c’è la vita di tutti i giorni che contraddice la convinzione di Tom Paine. Non è vero che pragmatismo e principi sono agli antipodi: a volte il primo frega i secondi, altre li preserva.

  Il pistolotto moraleggiante ha la pretesa di introdurre questo post dedicato alla Siria. Sembra – sottolineo sembra – che americani e russi abbiano deciso di collaborare per trovare una soluzione alla grande tragedia del Medio Oriente.

  Le origini della guerra civile siriana sembrano essere ormai chiare a tutti. Gli amanti della teoria della cospirazione ci sono sempre, ma le cose sono andate così: sulla spinta delle Primavere di altri Paesi, anche i siriani avevano incominciato a richiedere più libertà; secondo tradizione (non solo della famiglia Assad ma della casta militare e del suo potere politico), il regime ha risposto sparando ad altezza d’uomo.  In un Paese di sette religiose ed etnie, in una geopolitica regionale piuttosto complicata, fermare il massacro è diventato apparentemente impossibile.

  La situazione sul campo oggi è questa: probabilmente 70mila morti; il 10% della popolazione diventato profugo, secondo quanto il ministro degli esteri giordano Nasser Judeh ha detto a Roma a John Kerry: il 25 entro la fine dell’anno e il 40% dei 23 milioni di abitanti nel 2014, se non ci sarà una soluzione.

   Il regime non è in grado di vincere e le opposizioni nemmeno. Nel frattempo queste ultime sono diventate un marasma di sigle e di milizie senza una leadership coerente ma con un crescente numero di radicali islamisti.

  Continuare la guerra non porterà alcuna vittoria in un tempo prevedibilmente molto lungo. Lasciare che la Siria continui così, oltre che immorale sul piano umanitario, è pericoloso su quello politico. Si rafforza l’estremismo religioso e la regione non è affatto cauterizzata dal conflitto: i bombardamenti israeliani sui movimenti di armi regime/Hezbollah, sono un segnale. Poi il Libano: miracolosamente rimastone fuori, per ora, ma così instabile che potrebbe diventare un campo di battaglia in ogni momento.

  L’unica arma rimasta è il pragmatismo. Gli Stati Uniti, l’Europa, i Paesi arabi moderati hanno evidenti interessi sulla Siria. Perché non riconoscere che anche la Russia e l’Iran ne hanno? Perché non regionalizzare il conflitto sul piano diplomatico prima che si allarghi ancora di più su quello militare?

   Il regime a Damasco non riprenderà più il controllo del Paese. Ma è sempre lì e difficilmente scomparirà perché non è solo una banda di generali assassini: hanno il consenso di una parte non indifferente di siriani. Le opposizioni rappresentano il cambiamento, sono la sola speranza di libertà per il Paese e un altro non indifferente numero di siriani è con loro (forse di più). Ma non sono un corpo politico riconoscibile e decentemente omogeneo negli obiettivi, capace di guidare e impedire che anche dalla parte dei “buoni” si commettano atrocità.

  E’ vero che trattare con il regime significa parlare con gli assassini che hanno incominciato il massacro. In nome del pragmatismo si rischia di sacrificare l’eventualità a breve termine di una Siria democratica. Tuttavia anche la vita delle persone e la possibilità dei profughi di ricostituire a casa le loro comunità, sono diritti umani.

  Una trattativa a questo punto è necessaria. E’ difficile da aprire e ancor più da continuare perché l’odio settario sviluppato dal confitto potrebbe aver raggiunto un punto di non ritorno. In Bosnia una conferenza internazionale fu fatta e la guerra è finita. Senza una conferenza di quel livello in Libano la guerra civile è invece durata 15 anni con forme e protagonisti cangianti. E ha creato le condizioni di una instabilità permanente, producendo Hezbollah. In Siria potrebbe succedere di peggio.

 

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