Una vita tra rappresaglie violente e attacchi immotivati per mano della polizia

24 Set 2013

M. vive nel villaggio di Al-Ma’asara nella Cisgiordania ed è stato attaccato dalla polizia di frontiera per il semplice fatto di risiedere in un paese che si oppone attivamente all’occupazione. 

 Silwan, East Jerusalem, 22.09.10

La polizia di frontiera ha picchiato un palestinese perchè proveniente da un villaggio che si oppone all’occupazione. / Fotografia: Activestills

Una mattina, nei primi giorni d’agosto, un abitante di Al-Ma’asara in Cisgiordania si è recato a Ramallah per cure mediche. Per tornare a casa ha preso un taxi e ad un certo punto ha raggiunto il Checkpoint Container pattugliato dalla polizia di frontiera.Un agente, come da protocollo, ha chiesto a M. il documento d’identità palestinese. Ci ha messo molto tempo per esaminarlo e ad un certo punto gli ha ordinato di scendere dall’auto.

Non appena M. è sceso dal veicolo il poliziotto lo ha preso a schiaffi senza che ci fosse stata alcuna provocazione. Il poliziotto ha tentato di colpirlo una seconda volta ma M. è riuscito a parare il colpo. A questo punto è arrivato un altro agente e M. è stato trascinato in disparte e picchiato ripetutamente. Il taxista ha cercato di intervenire, ma gli è stato intimato di rientrare in auto o sarebbe stato picchiato anche lui.

Il motivo della violenza? Nessuo ha detto nulla a M., ma i due bulli che lo hanno aggredito hanno più volte ripetuto il nome di “Ma’asara”. Al-Ma’asara è un dei villaggi in cui ogni venerdì gli abitanti manifestano pacificamente contro l’occupazione e siccome le forze armate israeliane devono bloccare le proteste questo non permette loro di rientrare a casa durante il week-end. M. ha notato che la polizia di frontiera prende parte regolarmente ad azioni volte a disperdere i manifestanti e ritiene che sia stato questo il motivo per cui è stato bloccato e malmenato.

È importante notare che M. non è stato arrestato o sospettato di nulla. È una vittima della brutalità della polizia che colpisce in modo casuale. Se avessero avuto delle prove contro di lui, lo avrebbero trattenuto del tempo senza permettergli di incontrare un avvocato, per poi chiedergli di firmare il solito patto faustiano per il quale sarebbe stato rilasciato senza aspettare la fine del processo legale ma solo in cambio di una confessione di un reato che non è chiaro se avesse realmente commesso.

M. ritiene che il motivo dell’attacco sia il luogo in cui vive. Se questo fosse il motivo, e non possiamo esserne certi, questo atteggiamento può essere solo considerato una rappresaglia perpetrata da persone che dovrebbero, almeno in teoria, applicare la legge e promuovere la legalità. Una vera e propria aggressione ai danni di una persona senza colpe per mandare un “messaggio” al suo villaggio.

Perché non possiamo esserne certi? Perché M. non si rivolgerà mai alla polizia e senza una denuncia il caso non verrà aperto e non ci saranno alcune indagini. Ma perché M. non sporgerà denuncia? Perché conosce bene gli organi investigativi israeliani e il modo in cui operano e sa benissimo che non succederà nulla. Un secondo motivo è il timore di perdere il permesso d’ingresso in Israele in seguito al reclamo.

Per M. non solo la polizia, che dovrebbe proteggerlo (ridete quanto vi pare, ma questo è il loro compito stando alle norme del diritto internazionale e della Corte Suprema di Giustizia), è parte del terrore esercitato contro di lui quotidianamente, ma anche una eventuale denuncia dell’abuso subito metterebbe in difficoltà la possibilità di continuare a condurre la sua vita. Sentiamo spesso questo tipo di lamentele da molti palestinesi, ma ci mancano le documentazioni effettive di ciò. La paura che queste persone provano non deve però essere sminuita solo perché mancano dei documenti.

Questo è stato un breve racconto del calmo terrore che regna nei Territori Occupati, perpetrato quotidianamente con il vostro avvallo (si rivolge ai cittadini israeliani ndr.) e i vostri soldi. La prossima volta in cui sentirete un portavoce dell’IDF parlare di “disturbo dell’ordine pubblico” pensate alla storia di M., alla violenza che ha subito e alla paura a far valere i suoi diritti. Questo è l’ordine che lo protegge.

Yossi Gurvitz

http://972mag.com/

Inviato da aicitaliano il Mar, 24/09/2013 – 10:57

 

 

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/una-vita-tra-rappresaglie-violente-e-attacchi-immotivati-mano-della-polizia

 

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ARTICOLO ORIGINALE

http://blog.yesh-din.org/en/?p=446

GAZA

Reprisals, the Border Police version

M., a resident of Al Ma’asara, was attacked by Border Policemen, just because of living in a village which opposes the occupation

One morning in early August, M., a resident of Al Ma’asara, went to Ramallah for medical treatment. He took a public taxi back home. When the taxi reached the Container Checkpoint, it was manned by a Border Policeman.

The cop asked for the Palestinians’ ID cards, as per protocol. He took a long time examining M.’s card, then ordered him off the vehicle. As M. climbed down, the policeman slapped him, without any provocation. He tried to slap him again and M. blocked the blow. Then another Border Policeman arrived, and, according to M.’s testimony, the two of them dragged him aside, and beat him repeatedly. When the taxi driver tried to intervene, he was informed it would better for him to return to the vehicle, or he’d get a beating, as well.

The reason for the beating? Nobody told M. anything, but the goons who assaulted him used the name “Ma’asara” time and time again. Al Ma’asara is one of the villages of popular resistance; every Friday it holds a rather peaceful demonstration, which the occupation forces then have to disperse, which hinders their going home for the weekend. M. noted that Border Policemen regularly take part in dispersing the demonstrations, and he believes that’s why the picked him as a victim.

It’s important to note that M. was not arrested or suspected of anything. He merely became a victim of random police brutality. Had there been any evidence against him, he would have been detained, held for a time without seeing a lawyer, then asked to sign the usual Faustian deal by which he would be released without waiting for the end of the legal process, but would do so by confessing to something it’s not at all clear he’s guilty of.

M. estimates he was attacked just because of his place of residence. If this is the case, and we can’t know for certain, this behavior cannot be considered as anything but reprisals – and by people supposed, theoretically, to be sworn to protect the law: an assault of an uninvolved person in order to “send a message” to his village.

Why can’t we know? Because M. won’t complain to the police, and without a complaint there will not be an investigation. Why won’t he complain? Because he’s intelligent enough to be familiar with the Israeli investigative organs and the way they act, and realize nothing will come of his complaint. A second reason is that he is afraid that if he complains, he will lose his entry permit to Israel.

That is, as far as M. is concerned, not only is the police, which is supposed to protect him (laugh all you want – this is what it is supposed to do according to international law and HCJ rulings), becoming a part of the daily terror used against him; the very act of complaining of the abuse will, he estimates, will harm his ability to make a living. We don’t know if this fear is grounded in fact; we hear of it from a lot of Palestinians, but we lack actual documentation of such an act. Not that lack of documentation diminishes the fear.

This was a quick look at the quiet terror regime in the Territories, carried out on a daily basis with your agreement and funding. Think of M. and the beating he took, and of his fear of trying to actualize his rights, the next time the IDF Spokesman speaks of “disturbances of order.” This is the order which it protects.

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