Una volta a Gerusalemme stava di casa la giustizia: ora, i coloni

di Avraham Burg

Gerusalemme più grande e unificata sta venendo fatta a pezzi. La capitale degli israeliani –ebrei e arabi– si sta trasformando nella capitale di fanatici allucinanti e pericolosi. Non è la città di tutti i suoi residenti, neppure la città di tutti i suoi cittadini. È una misera città che appartiene ai suoi coloni, ai suoi ultra-ortodossi, ai suoi abitanti violenti e ai suoi messia.

Il profeta chiese: ”Come mai la città devota è diventata una prostituta! Lei che era colma di giustizia, l’adesione ai principi morali albergava in lei, ora lo è invece di assassini.” (Isaia 1:21) In questo luogo non avevamo avuto ancora degli omicidi, ma ogni giorno qui l’anima della nazione muore, proprio davanti ai nostri occhi. Lo spirito israeliano di giustizia viene fatto procedere calpestato da politici, coloni e giudici. Si sta uccidendo lo spirito nazionale con eccesso di burocrazia e burocratica indifferenza.

Si, la capitale del popolo ebraico – quel popolo che aveva sempre giurato di non fare agli altri ciò che non si sarebbe dovuto fare a lui – è diventata una prostituta. Moralmente sfrenata, emotivamente bloccata. Viene manipolata dai suoi pastori per il loro tornaconto ed è piena di leggi – tutti fanno causa a tutti, nascondendosi dietro alle leggi dell’ingiustizia. E i giudici – come se fossero costretti – emettono sentenze in conformità con leggi discriminatorie, fatte esclusivamente a favore del “popolo eletto”. Nel passato la giustizia era di casa qui. Ora lo sono i coloni, gli assassini dello spirito della nazione. E nessuno pronuncia una parola, se non fosse per pochi patrioti. Il popolo della verità e della moralità che si rifiuta di restarsene a guardare mentre lo stato dei profughi ebrei frequentemente getta in strada famiglie palestinesi e consegna le loro case infelici a barbuti e blasfemi delinquenti. Questo popolo dell’integrità è rappresentato dalle persone di sinistra di Gerusalemme, che sono passate attraverso innumerevoli scontri con i matti della “sindrome di Gerusalemme”. Essi conoscono sin troppo bene la brutta verità della città, i suoi terribili ragazzi, e non si volteranno più dall’altra parte. Essi si sono impegnati di fermare con il loro corpo i bruti portatori di fiaccole che tentano di darle fuoco.

Nessuno guida ora la città e nessuna salvezza le verrà dal leader eletto del paese. Sheikh Jarrah è al di là della conoscenza del sindaco Nir Barkat e del primo ministro Benjamin Netanyahu, come se il caos non avesse a che fare con loro, come se stesse capitando in Sudan o a Teheran. Ed in assenza di una guida dello stato, e del blocco per la pace, i nostri figli hanno assunto su di sé la responsabilità, e hanno scrollato di dosso l’indifferenza e la disperazione che ci hanno portato fin qui. Il cerchio si sta espandendo ed è pieno di vita, di rabbia e di speranza. L’umanesimo israeliano è rinato a Gerusalemme est. Noi ci siamo nel caldo dell’estate e sotto le piogge invernali, urlando e chiamando gli altri a radunarsi intorno, alla ricerca di entrambe, sia dello Shabbat che della pace. Noi non indietreggeremo di fronte ai poliziotti violenti o ai molestatori dalle teste calde. Ci siamo e ci impegniamo: Non staremo in silenzio mentre Ahmad e Aysha dormono in strada, cacciati dalla loro casa, che è divenuta proprietà dei coloni.

Questa è giustizia? Non per noi! Questo è diritto? No, è solo ribalderia. Gerusalemme si sta svuotando più velocemente di qualsiasi altra città al mondo. Dapprima hanno abbandonato la nave i suoi residenti di sinistra facoltosi, poi i suoi moderati, seguiti dagli adulti laici e dai giovani. Molto presto non ci resterà nessuno pronto ad andarsene e la città rimarrà completamente sola. Le fonti di luce si stanno estinguendo, impedite da raggi di oscurità.

Per quanto tempo, signor Primo Ministro e signor Sindaco? A perché voi, giudici di Israele, collaborate con il male che minaccia di distruggerci? Venite con noi, tornate al giudaismo del “Non rubare “ e “Non uccidere”. Lasciate subito Sheikh Jarrah!

Haaretz, 7 marzo 2010 – tradotto da Mariano Mingarelli

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