Un’estate calda per la sicurezza israeliana

20 agosto 2012, Hebron.

Il giovane soldato, con uno scatto improvviso, afferra la radio e comunica affannosamente al comando ciò che sta accadendo sotto i suoi occhi attoniti, stasera, lungo Shuhada Street. Non è certamente normale che, qui a Hebron, i turisti occidentali siano accolti con amabile ospitalità nelle case palestinesi controllate a vista dall’esercito. Shuhada Street, infatti, non è una strada normale. Forse è unica al mondo, visto che i legittimi abitanti subiscono ogni giorno gli attacchi di un manipolo di violenti coloni ebrei e per sopravvivere sono stati obbligati a barricarsi nelle loro case. Il militare avvicina i pellegrini di giustizia mentre cercano di spiegare che non sono turisti di un assai improbabile bed and brekfast. A denti stretti acconsente che entrino in una porta scalcinata dalla strada deserta proibita da anni ai palestinesi e torna alla sua postazione con un inedito sottofondo di calorosi gesti di benvenuto che le famiglie, all’interno delle case, riservano a questi testimoni oculari di una folle ingiustizia.
Issa Amro, leader di Youth against settelers, ci esprime poco dopo la sua commossa riconoscenza:
“Grazie che siete venuti a condividere la vita quotidiana di resistenza nonviolenta nella nostra città di Hebron. Le nostre case vengono occupate e violentate dai coloni e dall’esercito che li protegge. A fine luglio, mentre camminavo lungo Suhada Street, una pattuglia di soldati mi ha arrestato. Sono stato un mese nelle prigioni israeliane e ho subito così tante umiliazioni che potrei chiedermi fino a che punto dovrà arrivare la nostra sopportazione, ma insieme abbiamo scelto di reagire con la nonviolenza. Quando subivo le più vergognose torture ho pensato che abbiamo davvero bisogno che il mondo ci aiuti a levare al vento la bandiera dell’umanità violata. Continuate a testimoniarlo nelle vostre città”.

26 agosto 2012, Betlemme.

Anche oggi è un gruppo di pellegrini di giustizia a mettere in stato d’allerta l’esercito, stavolta nel distaccamento presso il check-point 130 di Betlemme. Dopo aver condiviso, al sorgere del sole, la via crucis di circa tremila lavoratori costretti a veder umiliata la loro dignità umana nelle gabbie e nei tornelli del chek-point, i pellegrini hanno pensato di celebrare l’Eucarestia domenicale tra gli ulivi rubati dal muro e dalla colonia di Ghilo. Hanno però trascurato il particolare che ormai da anni quei campi sono zona militare sottratta ai legittimi proprietari e per questo, dopo la prima lettura della Parola di Dio, un blindato israeliano irrompe nell’uliveto e punta decisamente al piccolo altare improvvisato con kefia e ciotola di ceramica. Basta uno sguardo per concordare la strategia: non interromperemo la liturgia e risponderemo al soldato che, pieno di perplessità, ci chiede perché siamo lì e cosa stiamo facendo. “E’ la nostra cena pasquale”, spiego cortesemente. “E’ la festa dei popoli liberati dal Dio degli oppressi.” Anche stavolta, alla radio, il soldato è costretto a tentare di dare alla centrale operativa le spiegazioni sufficienti per spegnere questo ennesimo allarme sicurezza.

29 agosto 2012, Rakhama.

Per la terza volta in pochi giorni assistiamo in prima persona ad un intervento dell’esercito sulla popolazione palestinese. Come nei precedenti, siamo assolutamente certi che nessun organo di stampa ufficiale darà questa notizia, anche perché da settimane “la notizia” di Israele è sempre quella del probabile attacco all’Iran. Ma a differenza degli altri due casi, qui l’effetto è devastante: i caterpillar arrivano al mattino presto nel piccolo villaggio beduino nel deserto del Neghev. Sono accompagnati da un centinaio di soldati. I circa 1000 abitanti di Rakhama si risvegliano al frastuono delle ruspe che abbattono, insieme alle lamiere, la cucina e, sotto i mattoni di fango, i giochi dei bambini. Per noi che assistiamo attoniti c’è solo un pianto a dirotto, mentre agli abitanti delle case è riservata una pioggia di lacrimogeni, utili per evacuare senza troppi indugi.

In questo numero non troverete tanti commenti sulla notizia dell’estate, perché BoccheScucite si ostina a dar voce a chi non ha voce mentre sottostà tutti i santi giorni all’occupazione israeliana. Troverete invece note vergate con dolore nei taccuini e nei report dei pellegrini di giustizia di Pax Christi di questa estate 2012.

Perchè secondo noi, la notizia di questa calda estate non è solo quella, martellata dai media, di un sempre più certo e prossimo attacco israeliano all’Iran. Chi rientra dalla Palestina occupata e ha visto con i suoi occhi, ha un’altra notizia da evidenziare: l’impegno dell’esercito di occupazione è perversamente quotidiano nel distruggere e nell’umiliare. Un “impegno” che sembra non interessare assolutamente i candidati alla Casa Bianca e tanto meno i nostri politici italiani.

Nandino Capovilla per Bocchescucite

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