UNIVERSI PARALLELI: VIETNAM E PALESTINA

 

di Richard Falk

27 novembre  2017

Ovviamente, la mia sesta visita in Vietnam mi ha risvegliato molti ricordi, tra questi l’individuazione dei paralleli esistenti tra le esperienze vietnamita e palestinese, due popoli che hanno significato così tanto per me nel corso della mia vita adulta.

Ho visitato Hanoi nel 1968,  proprio durante la guerra americana che stava devastando il paese e la sua popolazione, causando più di tre milioni di morti e danneggiando l’ambiente naturale e umano, usando enormi quantità di Agente Arancio che contiene la diossina, un prodotto chimico altamente tossico. L’Agente Arancio veniva allora usato per defogliare vaste aree della campagna nel sud del paese, come tattica contro le forze rivoluzionarie vietnamite che stavano traendo vantaggio della campagna boscosa per organizzare i loro attacchi.

L’eredità dell’Agente Arancio continua  tristemente per ricordare la guerra alle persone, causando sospetti angosciati nella società, di attuale contaminazione che sembra confermata dai continui episodi di deformità congenite in certe province, le quali superano di gran lunga le aspettative secondo le normali statistiche.

I Vietnamiti parlano di questa tragedia che continua, con toni attenuati, dato che il governo si preoccupa che potrebbe danneggiare i piani vietnamiti per accrescere le loro esportazioni di prodotti agricoli. Fa parte dell’attuale atmosfera in cui le preoccupazioni per la guerra e la pace che avevo trovato quando visitai il Vietnam durante la guerra, sono state ore sostituite dalla più alta priorità che si attribuisce alla crescita economica e alla riduzione della povertà.

Il parallelismo tra Vietnam e Palestina, non dovrebbe essere inteso come affermazione di somiglianza. Le due esperienze sono entrambe altamente peculiari, dato che riflettono molte caratteristiche tipiche dell’esperienza culturale, storica, economica e politica di ogni paese e anche le specificità di relazioni con il circondario regionale e l’ambientazione globale. Allo stesso tempo, questi due popoli condividono davvero esperienze decisive di prolungata vittimizzazione, intrecciata con aspra lotte di resistenza perché la loro appropriata narrazione nazionale  si scontrava con le ambizioni geopolitiche e gli impegni degli Stati Uniti.

In Vietnam l’America si era assunta la responsabilità di una guerra coloniale già perduta una volta dalla Francia nel 1954, e perseguita con furia quasi incontrollata per più di un decennio, prima di rinunciare all’obiettivo nel 1975 e sgattaiolando in patria con una sconfitta debolmente mascherata. Gli ipotetici interessi del conflitto, per gli Stati Uniti, sono stati per lo più misurati e giustificati con la valuta ideologica della Guerra Fredda che mantiene la posizione in Asia contro il comunismo dopo ‘la perdita della Cina.’ Secondo la principale giustificazione per la guerra, il Vietnam era un domino asiatico che, se fosse caduto di fronte alle forze di liberazione nazionale, avrebbe portato a una rapida diffusione del Comunismo tra i vicini del Vietnam, cosa che allora a Washington veniva interpretata come espansione della sfera cinese di influenza.

Naturalmente, le motivazioni ideologiche e geopolitiche sono state  ricoperte, come al solito, con squallida propaganda circa la difesa della libertà e la protezione  del Vietnam del Sud contro l’aggressione dal Nord.

Questa imposta divisione del Vietnam era essa stessa un prodotto della fantasia dell’ultima fase dell’immaginario occidentale coloniale che tentava di far credere al mondo che i confini della geopolitica avevano la precedenza rispetto sul diritto fondamentale di auto-determinazione che rifletteva le unità organiche della storia, della tradizione e dell’identità nazionale.

Come nella maggior parte delle altre lotte anti-coloniali, il movimento nazionale alla fine ha prevalso nel periodo successivo al 1945, godendo in Vietnam di una illuminata leadership politica, militare e ideologica, nelle persone di Ho Chi Minh, del Generale Vo Nguyen Giap, e di Le Duan (Ex Segretario generale del Partito Comunista del Vietnam, n.d.t.) e di una storica  tradizione plurisecolare di successi nel difendere il territorio nazionale dagli invasori stranieri, specialmente dai Cinesi. Per di più, non soltanto i Vietnamiti erano rafforzati da questo racconto storico di vittoria, ma erano ugualmente orgogliosi e sostenuti da una straordinaria testimonianza di riconciliazione nel dopo conflitto con precedenti nemici, alla quale altri governi e società farebbero bene a prestare attenzione.

Ai leader politici ad Hanoi piaceva dire ai visitatori stranieri, durante la guerra, in che modo i Vietnamiti preparavano un banchetto d’addio per i loro intrusi cinesi dopo che avevano optato per la pace e avevano deciso di tornare in patria, con l’ovvia implicazione che se gli Americani smettevano di fare guerra, sarebbe seguita un’amicizia, non recriminazioni e rancore.

Mai ho capito meglio lo slogan comunista: il nostro nemico è il governo, non il popolo di quando sono andato in Vietnam nel 1968 come pacifista americano.

Ciò che ho provato con una profondità che non poteva essere inventata, è stata la genuinità di questi sentimenti, allora fortemente collegati agli insegnamenti di Ho Chi Minh. Questo atteggiamento, così diverso da quello che avevo sperimentato quando ero un bambino che stava crescendo durante la II Guerra mondiale, è stato incarnato dall’apprezzamento di Ho della Dichiarazione di Indipendenza americana che gli scolari vietnamiti erano costretti a leggere e a meditare durante una guerra in cui gli aerei americani scaricavano ogni giorno tonnellate di esplosivi su villaggi e città di un popolo quasi senza difese. Ricordo di avere percorso in macchina la bella campagna vietnamita durante la mia visita e che mi era stato detto da un funzionario governativo che tutta la famiglia dell’autista era stata di recente uccisa da un attacco aereo, ma che, se un aereo americani ci avesse attaccato ora, l’autista avrebbe rischiato la vita, se necessario, per salvare la nostra. Mi sono commosso, allora, perché sembrava una cosa sincera e coerente con tutto quello che avevo provato durante le mie due settimane nel paese, nel  periodo delle sue grandi avversità nazionali, compresa la scarsità di cibo e di medicine. Perfino in quelle circostanze disperate, i Vietnamiti erano pronti a dare così tanto di più di quanto io fossi capace di offrire!

La mia esperienza con il popolo della Palestina sia che vivesse sotto occupazione, come minoranza in Israele, o nei campi per i rifugiati, o in una diaspora globale, ha molti momenti ugualmente commoventi, forse anche di più che erano accompagnati da lacrime o per il dolore o per le risate.

Entrambi i popoli mostrano forza di volontà, virtù, amore e un vivace senso teatrale della realtà che supera ciò che sembra immaginabile. Oltre a questo, nel caso del popolo palestinese, la sua lotta continua a essere sostenuta contro previsioni apparentemente schiaccianti, se ci si deve fidare del calcolo di ‘realismo politico’ che non sembra perdere mai di credibilità, indipendentemente da quante volte sia sbagliato. Ci sono differenze fondamentali tra il principale avversario che è di fronte ai Vietnamiti e ai Palestinesi. E’ questa soggettività delle forze oppressive che non è apprezzato in modo sufficientemente ampio. Sia i francesi che gli americani, anche investendo massicciamente nelle loro rispettive guerre, avevano sempre un piano B, una madrepatria dove potevano ritirarsi  dopo il Vietnam se il costo della campagna d’oltremare diventava troppo alto.

Per gli israeliani, anche se molti ebrei individualmente hanno un secondo passaporto, non c’è nessun piano B, nessuna patria se non quella stabilita dall’iniziativa sionista di colonialismo di insediamento fin dal suo inizio verso la fine del secolo 19°. Questi grandi rischi sionisti aiutano a spiegare il senso di giustificazione riguardo all’espropriazione e alla sofferenza del popolo palestinese. Tuttavia, quello che gli Israeliani potrebbero essere costretti a considerare in futuro, se le pressioni contrarie della combinazione di resistenza nazionale palestinese e di iniziative globali di solidarietà, diventano abbastanza minacciose da rendere attraente per gli israeliani la scelta del Piano C, sarà ‘una pace giusta’ basata sull’uguaglianza dei due popoli.

Uno spostamento così drastico degli obiettivi israeliani, necessiterebbe di ridurre sia l’idea che i meccanismi di uno stato ebraico esclusorio, cioè abbandonare la visione biblica degli Ebrei israeliani che occupano tutta ‘la terra promessa’ della Palestina e poi smantellare le strutture da apartheid per sostenere il controllo sul popolo palestinese nel suo insieme.

A questo punto una pace giusta sembra uno scenario così improbabile da provocare risposte ‘utopiche’ o ‘impossibili’ a qualsiasi suggerimento di un corso che segua queste linee. La storia, tuttavia, ha i suoi modi di indebolire gli oppressori, facendo in modo che accada l’impossibile.

Gli Israeliani farebbero bene a ponderare il loro futuro prima di supporre che possono soggiogare indefinitamente il popolo palestinese. Queste riflessioni dovrebbero includere la consapevolezza che i neanche i Palestinesi, come gli Ebrei israeliani, in quanto collettività, hanno un piano B (e pochi secondi passaporti!).

L’affermazione egoistica israeliana è che, poiché i Palestinesi sono ‘Arabi’, potrebbero e dovrebbero rinunciare alla loro ricerca di una Palestina sovrana e di essere appagati della vita nel mondo arabo. I Palestinesi, come ci si aspetterebbe, collegano le loro aspirazioni alle loro connessioni alla Palestina, e non sarebbero più contenti e sicuri di spostarsi in paesi arabi di quanto lo sarebbero gli Ebrei israeliani se vivessero in un paese occidentale, anzi,  molto meno.

La maggior parte dei leader palestinesi per lungo tempo sono sembrati pronti a negoziare le loro versioni di un piano C che contiene la clausola che deve dare significato concreto all’affermazione di una ‘uguaglianza di diritti.’ In verità, Hamas potrebbe sembrare riluttante ad appoggiare in Piano C  del tutto sviluppato, almeno all’inizio, ma anche i loro leader nel decennio scorso hanno cercato una scappatoia dalla routine della violenza continua; se i leader israeliani dimostrassero un’analoga buona fede, un’intesa a lungo termine sembrerebbe raggiungibile, favorevole a entrambi i popoli e che permette a entrambe le parti di sentirsi a proprio agio con diverse interpretazioni di ciò sui cui si era concordato, una zona di ambiguità che gli avvocati sono molto bravi a delineare in modo tale che le differenze vengano neutralizzate invece che risolte. Più specificamente, Hamas  non sarebbe costretto a legittimare Israele nel processo di normalizzazione delle relazioni e di accettazione del fatto della sua esistenza come paese.

Durante la guerra del Vietnam, Lyndon Johnson una volta si riferì al Vietnam definendolo, una potenza asiatica di decimo ordine, facendo sembrare che ci sarebbe voluto un miracolo per fare ottenere la vittoria  ai  Vietnamiti.

Molti storici militari non  trovano ancora le parole quando tentano di far capire il risultato del conflitto, date le disparità economiche e militari tra gli avversari. La Guerra del Vietnam, specialmente dopo che le illusioni di una vittoria americana erano state distrutte dall’Offensiva del Tet nel 1968, divenne troppo costosa politicamente da sostenere per sangue e  denaro, anche se gli esperti belligeranti non smettono mai di insistere che ‘la sconfitta  è stata strappata  dalle mascelle della vittoria’ o, in alternativa, il suggerimento ingannevole che ‘la guerra è stata perduta nelle stanze da soggiorno americane (cioè per la copertura data dalla televisione, specialmente le immagini dei morti americani che tornavano in patria nei sacchi per i cadaveri e nelle bare). Questi spiegazioni equivalgono alle smentite orientaliste dell’agenzia vietnamita che implicavano l’ impossibilità una tecnologia militare così arretrata potesse prevalere quando doveva gareggiare con le qualità illimitate di equipaggiamento super moderno a disposizione delle forze armate statunitensi.

Per vari anni, i sostenitori violenti di Israele hanno continuato a sollecitare il mondo ad andare oltre accettando la realtà che Israele aveva vinto, che i Palestinesi avevano perso e senza badare al sentimento per i meriti della lotta palestinese, questa è diventata un’ulteriore causa persa.

Daniel Pipes, per lungo tempo, fanatico sionista, ha formalizzato questa diplomazia di “il gioco è finito’, usando una ONG sotto la sua influenza, il Middel East Forum, per promuovere ‘un concilio della vittoria’ sia negli Stati Uniti che in Israele, con la partecipazione di membri del Congresso americano e della Knesset israeliana. C’è qualcosa di discordante in questo atteggiamento così trionfalista.

Non si adatta facilmente ai tentativi furiosi delle lobby israeliane in tutto il mondo di screditare la campagna BDS, definendola ‘il nuovo anti-Semitismo, e alla spinta crescente del movimento globale di solidarietà per la Palestina che ha preoccupato sempre di più i gruppi di esperti israeliani e che ha provocato campagne massicciamente finanziate, per punire gli attivisti anti-israeliani in tutto il mondo. Date queste realtà, mi sembra che il paragone pertinente sia con l’inversione di rotta del Sudafrica e non con la vittoria del Vietnam. Anche il Sudafrica dell’apartheid al mondo sembrava ben radicato fino al suo momento scioccante di crollo che si è costruita da sola, agli inizi degli anni ’90, in un periodo in cui perfino i sognatori non immaginavano una transizione pacifica verso una realtà di post-apartheid.

Senza contare sui sogni e sul sognare, noi che ci preoccupiamo di un futuro giusto per entrambi i popoli, dobbiamo capire che questo dipenderà dal lavoro, dal sacrificio e, soprattutto, dalla lotta. I sogni non diventano nuove realtà senza la dedizione di un popolo coraggioso e creativo e aiutato dagli effetti  stimolanti su amici e sostenitori. Questa benedizione del rendere responsabili e la resistenza carismatica, è l’identità centrale del popolo vietnamita e del popolo palestinese, il loro punto di più profonda convergenza.

Nella foto: Richard Falk

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/parallel-universes-vietnam-and-palestine

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

Universi paralleli: Vietnam e Palestina

http://znetitaly.altervista.org/art/23755

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