Usa – Israele: il grande freddo

17 gennaio 2012

 

Christian Elia

Non è un rottura diplomatica solo perché non può esserci una rottura tra Washington e Tel Aviv. Nella storia moderna degli Usa, Israele occupa un posto chiave nell’intricato labirinto che attornia le istituzioni a stelle e strisce, una fitta tela di ragno tessuta da interessi politici ed economici e dagli interessi delle lobby.

Oggi, 17 gennaio 2012, arriva in Israele il generale Usa Martin Dempsey, consigliere militare del presidente Usa Obama, noto per non essere un falco. Incontrerà generali israeliani, il ministro della Difesa Barak e, con ogni probabilità, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Incontro piuttosto insolito, fuori cerimoniale, ma necessario. Il presidente Barack Obama è il primo presidente Usa (in carica ormai dal gennaio 2009) a non aver mai messo piede a Gerusalemme, che dopo l’occupazione israeliana del 1967 della parte araba è stata proclamata capitale d’Israele.

Un fatto eclatante. Quando Obama ha vinto le elezioni, la destra israeliana ha storto il naso. Temevano, per la prima volta dalla nascita dello Stato d’Israele, nel 1948, una Casa Bianca equilibrata rispetto al conflitto israelo-palestinese. Non è andata così, ma di certo questa è un’amministrazione fredda. Ecco che Netanyahu, al quale già una volta venne imposta una umiliante sala d’attesa a Washington, incassa un altro smacco.

Dempsey, secondo il Wall Street Journal e altre testate giornalistiche Usa, arriva per dire agli israeliani che l’attacco all’Iran non si farà. Israele, non è una novità, ha pronti i piani di attacco alle istallazioni nucleari iraniane da anni. Le esercitazioni nel Mediterraneo dell’aviazione israeliana sono state concepite per simulare un attacco in Iran, sul modello di quello portato in Iraq negli anni Ottanta e in Siria nel 2007.

Un elemento chiave di questa azione, però, è la capacità di reazione di Israele al contrattacco iraniano. E’ scontanto, infatti, che vista la dislocazione geografica degli impianti in Iran, l’attacco non sarà rapidissimo, essendo i siti lontani tra di loro. Le forze armate iraniane, ben armate e ben addestrate, reagirebbero subito con il lancio dei missili testati nelle scorse settimane. A quel punto Israele sarebbe esposto e solo un’azione congiunta di missili Usa (magari lanciati dalle unità navali nel Golfo) e israeliani conterrebbe la reazione dell’Iran.

Era esattamente questo il senso dell’esercitazione congiunta delle forze armate statunitensi e israeliane Austere Challenge, prevista per aprile 2012. Che ora è stata annullata. Secondo il Wall Street Journal perché non si vuole provocare più di tanto Teheran, dopo le aperture e le evidenti fratture interne al regime. Il vicepremier israeliano Moshe Yaalon ha parlato di ”delusione”, criticando le ”indecisioni dell’amministrazione Usa e plaudendo invece il piglio di Francia e Gran Bretagna”.

Netanyahu, invece, è stato più cauto, limitandosi a sottolineare come ”con il programma nucleare iraniano non si scherza”. La sensazione è che o le elezioni di marzo in Iran cambieranno gliequilibri del potere a Teheran, isolando l’ala di Ahmadinejad, oppure gli Usa non potranno più frenare i piani israeliani di attacco.

Fino ad allora, però, gli Usa vogliono continuare a tenere la posizione minacciosa – ribadita anche dalla lettera inviata all’ayatollah Khamenei per ‘invitarlo’ a non chiudere lo Stretto di Hormuz – senza passare il segno. Categoria della politica che a Netanyahu e soci è sconosciuta, ma che in caso di un attacco all’Iran senza appoggio Usa e in vista di una probabile rielezione di Obama potrebbe raffreddare come mai prima i rapporti tra i due paesi.

http://www.eilmensile.it/2012/01/17/usa-israele-il-grande-freddo/

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