Valle del Giordano, una scomparsa silenziosa

0

Il villaggio di Khirbet Makhoul è stato demolito quattro volte in meno di un mese. Un esempio delle politiche israeliane nell’area, tra demolizioni e controllo delle risorse.

adminSito
lunedì 14 ottobre 2013 05:31
immagine1

Demolizione a Khirbet Makhoul (Foto: Ruth Pollard)

di Emma Mancini – L’Indro

Valle del Giordano, 14 ottobre 2013, Nena News – Il villaggio di Khirbet Makhoul è stato demolito quattro volte in meno di un mese. Centoventi anime, comunità di pastori presa di mira dai bulldozer israeliani. La prima demolizione risale al 16 settembre, l’ultima al 3 ottobre. In mezzo, anche un’aggressione da parte dell’esercito israeliano alla delegazione dell’Unione Europea giunta sul posto per portare solidarietà e tende per trascorrere la notte.

La prima demolizione, il 16 settembre, ha visto la completa distruzione della piccola comunità, a Nord della Valle del Giordano. Alle prime ore dell’alba l’esercito si è presentato nel villaggio con tre bulldozer e ha demolito 58 strutture abitative e agricole di proprietà della comunità, oltre alle cisterne per l’acqua. Oltre 1.700 pecore e 70 piccioni sono fuggiti. La notte seguente, l’esercito ha dichiarato l’area “zona militare chiusa” per impedire ai residenti di far arrivare sul posto gli aiuti umanitari inviati dalla Croce Rossa e dalla Mezza Luna Rossa Palestinese.

Pochi giorni dopo una delegazione della UE, accompagnata dai rappresentanti diplomatici di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Irlanda e Australia, si è presentata a Khirbet Makhoul con tende e aiuti umanitari per i 120 residenti, molti dei quali bambini. L’esercito israeliano ha prima confiscato il camion di aiuti targato UE e ha poi aggredito il gruppo: a farne le spese alcuni abitanti del villaggio (tra cui un 80enne, Ahmed Khaf), picchiati, e Marion Castaing, la diplomatica francese, che dopo un diverbio con un soldato è stata trascinata a terra con un fucile puntato alla testa. Tre palestinesi sono stati arrestati, mentre l’esercito israeliano lanciava gas lacrimogeni e granate stordenti contro la delegazione europea e gli attivisti presenti.

Dopo che l’attenzione della comunità internazionale è finita su Khirbet Makhoul, è intervenuta la magistratura israeliana: la corte ha emesso il primo ottobre un’ordinanza temporanea che vietava fino a nuovo ordine l’evacuazione dei residenti e la demolizione delle poche strutture rimaste in piedi.Un’ingiunzione inutile: le forze militari israeliane sono tornate nel villaggio, alle 2.30 della notte del 3 ottobre. A cadere sotto le ruspe sono state le tende donate alla comunità palestinese da organizzazioni umanitarie internazionali e alcune baracche costruite con l’aiuto di attivisti locali e internazionali.

E la tensione non pare attenuarsi: l’esercito pattuglia costantemente l’area, impedendo l’arrivo dei camion con a bordo materiali di costruzione. «La distruzione di Khirbet Makhoul segue ad una sentenza della Corte Suprema del 25 agosto – spiega l’associazione palestinese Stop the Wall – Stabilisce la demolizione di nove comunità palestinesi nel Nord della Valle del Giordano, sotto attacco dal 1997 al fine di costringere la popolazione a lasciare le proprie terre. La pulizia etnica della Valle del Giordano mira ad un’annessione de facto dell’area allo Stato di Israele attraverso l’espulsione della popolazione palestinese e la creazione di nuove colonie. È quanto accade anche a Gerusalemme e nelle colline a Sud di Hebron».

Perché prendere di mira un villaggio di solo 120 residenti? La ragione sta nell’importanza economica e strategica della Valle del Giordano, l’area più fertile dell’intera Palestina storica. Ne parliamo con gli attivisti palestinesi del Jordan Valley Solidarity, comitato popolare della Valle del Giordano: “Quest’area rappresenta il 30% della Cisgiordania, è l’unico confine verso l’esterno e è uno degli angoli del cosiddetto triangolo delle risorse idriche palestinesi – ci spiega Fathi Khdeirat, fondatore del JVS – Il particolare clima e le numerose sorgenti d’acqua fanno della Valle del Giordano la zona più fertile. Per questo è target delle politiche israeliane: se prima del 1967, anno di inizio dell’occupazione militare della Cisgiordania, qui vivevano 320mila persone divise in 52 villaggi, ora le comunità sono solo 17 e i residenti 57mila, il 90% dei quali concentrati nella città di Gerico, l’unica situata in Area A (sotto il controllo militare e civile palestinese, ndr)”.

“Delle 17 comunità ancora esistenti, solo 13 sono riconosciute dallo Stato di Israele – continua Fathi – Le altre sono considerate illegali e per questo sono soggette a demolizioni e private dei servizi fondamentali, come acqua corrente ed elettricità. Prima del ’67, inoltre, erano 52 le sorgenti d’acqua a disposizione della popolazione. Oggi ne resta solo una, a Gerico. Le restanti sono in mano alle autorità israeliane e alla compagnia Mekorot. In questo modo hanno completamente distrutto il settore agricolo: prima dell’occupazione, nella Valle del Giordano si producevano frutta e verdura tutto l’anno e i prodotti erano esportati in tutto il mondo arabo. Ora a produrre sono le colonie agricole israeliane, che hanno preso il posto delle aziende palestinesi”.

A determinare tale situazione è la divisione imposta da Tel Aviv: il 95% della Valle del Giordano non è teoricamente accessibile alle comunità palestinesi, perché Area C (sotto il controllo civile e militare israeliano), perché riserva naturale o perché zona militare chiusa. Le comunità palestinesi ancora residenti nell’area vedono la loro vita soffocata dalle restrizioni israeliane: divieto a costruire, ad allargare le proprie comunità, a utilizzare l’acqua delle sorgenti.

“Il 2% della Valle del Giordano – prosegue il JVS – è occupata da oltre 20 basi militari, la cui presenza pone la popolazione palestinese sotto il costante controllo militare israeliano. Alcune basi sono cadute in disuso e sono state occupate da gruppi di coloni, che hanno così dato vita a nuovi insediamenti, mentre altre sono utilizzate per esercitazioni e addestramento, attività che negli anni hanno provocato la morte di 52 palestinesi e il ferimento di oltre 200, hanno costretto decine di famiglie a lasciare le proprie terre e hanno portato alla confisca di terre di proprietà beduina, oggi inaccessibili”.

“Il 20% della Valle è invece stata dichiarata riserva naturale: secondo la legge israeliana è proibito costruire, lavorare la terra o portare al pascolo i greggi all’interno di una riserva naturale. Un altro strumento per impedire l’accesso e l’utilizzo delle terre palestinesi. Allo stesso tempo, però, abbiamo assistito allo sfruttamento di queste aree da parte dei coloni che, dopo aver distrutto i cancelli di ingresso con i bulldozer hanno costruito colonie agricole all’interno delle riserve naturali”.

Infine, i servizi. In primis l’acqua. Attraverso una serie di ordini militari, le autorità israeliane hanno dichiarato le risorse idriche della Valle del Giordano “proprietà dello Stato” e negli anni ’80 ne hanno trasferito la gestione alla compagnia Mekorot, al 51% controllata dallo Stato. Secondo i dati pubblicati nel l’ultimo rapporto di Al Haq, i circa 10mila coloni israeliani presenti consumano fino a sei volte di più dei 57mila palestinesi residenti: “Ai palestinesi è vietato accedere al fiume Giordano, una delle principali riserve d’acqua, e al Mar Morto, che non rappresenta solo una risorsa idrica, ma anche un importante fonte di guadagno per il turismo e la produzione dei famosi fanghi – continuano gli attivisti del Jordan Valley Solidarity – Le autorità israeliane vietano alle comunità palestinesi di utilizzare l’acqua che scorre sotto i loro piedi: non possono scavare pozzi né raccogliere l’acqua delle fonti, non possono costruire tubature, pena la demolizione. Sono così costretti ad acquistare l’acqua da Mekorot, a costi esorbitanti: 40 euro per ogni tank d’acqua. Un metro cubo d’acqua costa 30 shekel (6 euro, ndr), mentre i coloni lo pagano 3 shekel perché per legge godono di uno sconto del 75%”.

Complessa è anche la situazione educativa e quella sanitaria. Nella Valle del Giordano ci sono 24 piccoli ospedali gestiti dal Ministero della Salute di Ramallah o da altre organizzazioni come l’UNRWA o la Mezza Luna Rossa Palestinese. Cliniche vecchie, spesso fatte solo di tende, prive di molte attrezzature necessarie ad un servizio adeguato: “Anche in questo caso Israele vieta la costruzione di strutture sanitarie, così che il servizio medico qui è nella pratica inesistente: spesso le cliniche sono aperte solo pochi giorni la settimana e i malati son costretti a raggiungere gli ospedali delle grandi città. Simile la situazione delle scuole: ne abbiamo 38 per oltre 13mila studenti. Non ci sono infrastrutture adeguate, mancano le classi, le scuole non hanno i bagni né l’acqua corrente. E gli alunni sono costretti ad andare a scuola a Gerico o Nablus, città che distano decine di chilometri e che sono divise dalle loro comunità da checkpoint militari”.

Un matrix di normative e restrizioni che hanno affossato una delle zone più ricche e fertili del Paese. Oggi il settore agricolo palestinese è quasi del tutto inesistente, sostituito da quello israeliano: le colonie agricole hanno preso il posto delle aziende palestinesi e oggi nei negozi le famiglie acquistano la produzione israeliana, perché più abbondante e più conveniente.

“I pochi contadini rimasti sono totalmente dipendenti da Israele, nell’acquisto dell’acqua, dei sistemi di irrigazione e dei fertilizzanti – conclude il JVS – Non riescono a produrre grandi quantità di beni e quindi a competere con il mercato israeliano. Subiscono spesso demolizioni delle strutture agricole e delle stalle per gli animali, dei pozzi e delle reti idriche perché costruiti senza il necessario permesso rilasciato dall’Amministrazione Civile israeliana, permesso che non viene mai accordato. Ciò ha provocato un impoverimento drammatico della popolazione: la maggior parte dei residenti vive sotto la soglia di povertà, oltre il 21% è disoccupato”.

Il caso del piccolo villaggio di Khirbet Makhoul non è che un esempio di una politica ben più vasta e pervasiva.

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=88455&typeb=0&Valle-del-Giordano-una-scomparsa-silenziosa

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Protected by WP Anti Spam

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.