VALZER CON BENJAMIN

Dopo lo scambio di prigionieri, Netanyahu appare in posizione di forza rispetto alla controparte palestinese. Tanto da dettare di nuovo le condizioni per un ritorno ai negoziati diretti, che Abu Mazen deve per forza rifiutare.

GIORGIA GRIFONI

Betlemme (Cisgiordania), 22 ottobre 2011, Nena News – Non poteva essere un momento migliore per Netanyahu. Acclamato in casa per aver liberato Gilad Shalit e all’estero per aver annunciato un congelamento molto parziale dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania per permettere di ritornare ai negoziati diretti, è in netta posizione di forza rispetto alle forze politiche presenti nel paese e alla controparte palestinese. Soprattutto perché Abu Mazen ha rifiutato il congelamento parziale.

Lo scambio di prigionieri di martedì scorso ha fatto emergere la vittoria di Netanyahu su entrambi i fronti interni. In primis perché è riuscito a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui vecchi temi di nazionalismo e sicurezza, ribadendo ancora una volta che Israele tiene più alla libertà di uno dei suoi soldati che non alla prigionia di mille detenuti palestinesi. Ma ha soprattutto rassicurato l’estrema destra al governo, in quanto molti dei “pericolosi terroristi” che lo scambio avrebbe rimesso in libertà, non sarebbero tornati alle loro case in Cisgiordania o a Gaza.

Ha inoltre vinto contro le richieste di Hamas che, seppur forte del risultato storico raggiunto, non ce l’ha fatta a far liberare molti dei suoi e né a rimandare a casa un gran numero di ex-detenuti. Ma soprattutto si è aggiudicato questo round con Abu Mazen, indebolendone la posizione moderata con una semplice constatazione espressa, tra gli altri, anche dal leader di Hamas Khaled Meshaal : “Israele ha dimostrato ancora una volta che capisce solo la forza”.

Non contento dei successi conquistati, il premier israeliano ha osato di più: proporre un congelamento parziale delle colonie ebraiche in Cisgiordania a patto di poter tornare al tavolo dei negoziati con Abu Mazen. La mano tesa che offriva in apparenza ai palestinesi nel suo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite il 23 settembre scorso? Non proprio, perché Netanyahu ci ha tenuto a chiarire due cose: le posizioni di Israele non sono cambiate – quindi niente precondizioni ai colloqui con l’Autorità nazionale palestinese –  e il congelamento comprende solo gli appalti pubblici. Ne resta fuori la maggior parte delle costruzioni in Cisgiordania, che sono affidate ad appaltatori privati.

La leadership palestinese non poteva fare altro che rifiutare. Per non compromettere la linea ferma della precondizione al dialogo –congelamento totale degli insediamenti- e per rafforzare una posizione minata dal grande successo di Hamas tra i palestinesi. Fonti diplomatiche sul quotidiano Haaretz avevano dato per compromesso il ritorno ai negoziati dopo lo scambio di prigionieri, in quanto avrebbe minato la posizione di Abu Mazen come partner esclusivo nel dialogo con Israele. Nonostante l’annuncio fatto ieri dall’Autorità palestinese di essere pronta a dialogare con il Quartetto solo dopo lo stop totale agli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est, Abu Mazen ha rifiutato l’offerta di Netanyahu. Ancora una volta.

È proprio questa la strategia del premier israeliano: fare offerte che impediscano ai palestinesi di accettare. Uno stop delle costruzioni fatte con appalti governativi non è uno stop totale. Ma poco importa, perché questa è la storia che si ripete: abbiamo offerto e i palestinesi hanno rifiutato, abbiamo concesso e Abu Mazen non ha voluto. E qualcuno l’11 novembre prossimo -giorno della votazione in Consiglio di sicurezza sulla richiesta palestinese di diventare stato membro- ricorderà al mondo che “ancora una volta”,i Palestinesi hanno rifiutato l’opportunità di sedersi al tavolo dei negoziati con Israele. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=13720

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