VISIT PALESTINE: CARTOLINE DAI TERRITORI OCCUPATI / 7

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tratto da: Operazione Colomba

Bruqin – Coordinamento e violenza dei coloni

È il primo giorno della raccolta delle olive.
Farah ha aspettato questo giorno per un anno.
Per un anno non ha fatto altro che cercare di ricordare i suoi ulivi, l’odore della terra, il sole che all’alba filtra tra i rami dei suoi alberi secolari e possenti.
Per un anno ha sperato che il suo campo non venisse vandalizzato dai coloni di Bruchin, la colonia appena fuori dalla sua terra.
Sono tutti all’opera: suo fratello, i suoi quattro figli e suo marito.
Ogni tanto Farah lancia un occhio ai militari lì vicino.
Sono quattro, nelle loro divise verde cachi e con i loro M-16 ben stretti a sé.
Sono tutti vicino alla jeep e non mostrano il minimo interesse per ciò che li circonda.
Farah non è tranquilla.
I militari sono lì per proteggerli dai coloni in caso di bisogno.
Lei lo sa.

Ma non è comunque tranquilla.
I militari non sono dalla loro parte, non lo sono mai stati.
Mentre carica un sacco sul trattore sente delle voci provenienti dalla colonia, proprio dietro di lei.
Poco dopo compaiono quattro coloni.
Sono ragazzi, si avvicinano alla jeep e i militari li salutano con grandi sorrisi, strette di mano e abbracci.
Iniziano a parlare tutti insieme e poi uno dei militari fa un cenno verso Farah e la sua famiglia, che nel frattempo continua a lavorare facendo finta di nulla.
Devono far finta di nulla, devono continuare a lavorare: hanno solo sei giorni per finire il lavoro di raccolta.
Uno dei coloni si avvicina al campo e inizia a parlare in ebraico.
Il fratello di Farah, che conosce un po’ la lingua, si fa avanti: “non vogliamo problemi, stiamo raccogliendo le olive nel nostro campo. Non stiamo facendo nulla di male”.
Il colono non risponde, lo guarda per qualche secondo dritto negli occhi e sputa nella sua direzione.
Farah sente le risate che arrivano dalla jeep.
I militari non fanno nemmeno finta di trattenersi – alla faccia della protezione -, pensa.
Dopo poco i coloni si avvicinano al trattore, iniziano a prenderlo a calci.
I militari arrivano correndo, parlano con i coloni che si allontanano e ordinano a Farah e alla sua famiglia di andarsene, di tornare a casa, perché la situazione potrebbe peggiorare e loro non sarebbero al sicuro.
Inizia un confronto a cui prende parte tutta la famiglia: nessuno ha la minima intenzione di andarsene, tutti, compresi i suoi quattro figli, rivendicano il diritto di rimanere sulla loro terra almeno per quelle poche ore stabiliti dall’accordo.
Poi succede qualcosa.
Il marito di Farah sul trattore viene circondato da un gruppo numeroso di coloni.
Farah non li ha nemmeno visti arrivare.
Urlano, bloccano il marito e iniziano a prenderlo a calci.
Farah urla.
È un urlo pieno di rabbia, di dolore, di impotenza.
Con gli occhi lucidi ma lo sguardo di sfida guarda il militare davanti a lei, che continua a ripetere di andarsene.
Come possono non fare nulla?
Non cercano nemmeno di fermare i coloni che stanno picchiando suo marito e la pioggia di insulti sessisti e razzisti che piovono su di lei e sulle figlie.
Dovrebbero proteggerli dai coloni, giusto?
Ma i militari non fanno nulla, e nemmeno Farah può fare nulla a questo punto.
Abbraccia una delle sue bambine che, terrorizzata, non riesce più a trattenere le lacrime.
Non possono fare nulla se non tornare domani, e il giorno dopo e quello dopo ancora, e per tutti i giorni che saranno loro concessi.

Sono circa 90 le comunità palestinesi che nel 2019 hanno richiesto un “coordinamento preventivo” durante la stagione di raccolta delle olive. Si tratta di comunità che possiedono terre in prossimità, o addirittura all’interno, di insediamenti israeliani, e dove negli anni precedenti si sono verificati attacchi da parte dei coloni. Tali autorizzazioni sono generalmente concesse per un numero limitato di giorni, molto spesso non sufficienti per completare il lavoro, e solo durante il periodo di raccolta e aratura, impedendo agli agricoltori di eseguire lavori di manutenzione essenziali.
Si tratta di terre dichiarate dalle autorità israeliane aree militari chiuse, accessibili ai proprietari solo previa autorizzazione – coordinamento preventivo – dell’ufficio dell’Amministrazione civile israeliana (DCO), in modo tale che i militari possano fornire protezione contro i coloni.
Tuttavia il rispetto della presenza dei militari e degli orari stabiliti – previsti dal coordinamento – per permanere sulla terra non è scontato, ma è a discrezione dei militari stessi. Nemmeno la loro presenza fornisce garanzia di sicurezza, poiché non sempre prevengono o fermano le aggressioni da parte dei coloni israeliani.

http://www.operazionecolomba.it/dove-siamo/palestina-israele/palestina-notizie/3386-visit-palestine-cartoline-dai-territori-occupati-7.html

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